Elena Gabbuti si rivolge al sogno di Lewis Carroll, per metà allucinazione e per laltra metà metafora, a unAlice nel paese delle meraviglie; ma si rivolge anche al
nonluogo di Tommaso Moro, cioè al sistema filosofico che demanda allUtopia, come si rivolge allisola che non cè di James Barrie, lautore della favola di Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere, perché era incapace di accettare il mondo reale e non intendeva sottostare allerosione del tempo, come si rivolge alla città medievale di Hamelin che nellimmaginario collettivo trova collocazione geografica dentro la favola dellincantatore di topi. Ciò che muove la Gabbuti è la ricerca della fonte, la scaturigine primordiale, che sta allinizio di ogni racconto e che si perde nel fascino della leggenda, in un romanzo incantato sulle origini della parola, il cui migliore fondale scenico è la valle del Rodano, la Camargue e tutta la Provenza, terra di mille leggende e culla dei poeti di mezza Europa. Laccostamento con i quadri di Giovanni Taormina serve ad illustrare nella visione della luce e dei colori il sogno di una favola capace di sovrintendere alla storia, forse anche a quella che si scrive con la maiuscola, ma di cui sono svaporati i confini e i contorni.
Sandro Gros-Pietro