INTRODUZIONE
Quel giovane timido, un po’ spaurito, ma dallo sguardo intenso e intelligente, avrei potuto immaginare che sarebbe divenuto un filologo, o magari uno studioso di tradizioni popolari (la sua tesi di Laurea ebbe come argomento Tommaseo e tradizioni popolari e fu lodata), mai uno scrittore. Uno scrittore, dico, quale mi si propone in questi
Racconti di mitologia e altri fantasmi, dotato, cioè, di una fantasia ricostruttrice così fertile e vivida da permettergli di scrivere in chiave moderna la vicenda tragica di Medea o il rimorso di Edipo, di Mirra o di Elena. Dove, in realtà, se si eccettuano i temi basilari e tradizionali, voglio dire l'impalcatura narrativa, Verzera ha dilatato i motivi e gli elementi offertigli dalla tradizione letteraria, arricchendo la trama essenziale di approfondimenti dalla sfera morale e dalle problematiche essenziali. Dunque, una operazione ardita sì, ma legittima, e certamente riuscita, nella misura in cui quelle vicende, quelle situazioni tragiche specialmente incastonate nel mito, assumono nella ricostruzione fantastica e nello scavo psicologico dei personaggi una nuova vita ed una vis di autorità, e, insieme, di atemporalità. Come bisogno di vendetta, di Medea, la dolorosa solitudine di Edipo, inconsapevole colpevole.
L’antico filtrato da una acuta sensibilità, che direi post-romantica, fa sì che egli faccia o piuttosto rifaccia le situazioni già portate sulla scena dai tragici greci, o narrate da Omero (alludo alle epistole che secondo l’esempio delle Eroidi ovidiane, sono indirizzate da Ulisse a Nausicaa o da Elena a Menelao).
In virtù di una forza fantastica ed evocativa, che, seppure in un diverso registro, si rivela anche in
El Levantamiento, dove il crollo di Napoleone e la rivolta di Spagna sono magicamente ricostruite con vivo senso storico ed una scrittura opulenta, caratterizzata (come anche nei
Racconti mitologici) da un lessico variegato e pieno di risorse. Ma sono, questi, requisiti che non sfuggono ad un lettore attento. Perciò non mi dilungo. Voglio qui chiudere questa nota lacunosa e inadeguata, che si aggiunge alla prefazione eccellente dell’Autore, con un doveroso cenno sulla mirabile poesia che suggella tutta la raccolta,
Filemone e Bauci. Si tratta del caso isolato in cui il mito (i due amanti che ottengono da Zeus in cambio della loro ospitalità, di vivere insieme in eterno. E Zeus li accontenta mutandoli in alberi, per sempre vicini uno all’altro) è piegato all’intento di vivificare il suo sogno, esplicitato sin dall’inizio: “Oh! se anche noi potessimo / chiedere in dono all’ospite inatteso / di tramutarci in piante secolari…” commuove e fa pensare la chiusa: “presto si farà sera, mia diletta”.
La poesia è del febbraio 1994. Un anno dopo, nel febbraio del 1995 si spense quell’anima amante e bella.
Un presentimento.
Domenico Romano
RINGRAZIAMENTO DELL’EDITORE
Il 5 febbraio del 1995 si spegneva Antonino Verzera. A sette anni di distanza dalla sua morte si pubblicano per la prima volta questi splendidi racconti, costruiti con lo stile che ci siamo abituati a riconoscergli nei precedenti romanzi: una narrazione fatata e immaginosa, sorretta da un lessico preciso, sempre raffinato nella scelta insostituibile del singolo vocabolo, puntigliosamente rifinito con precisione calligrafica, nelle volute significazioni ed allusioni.
Il merito e la possibilità stessa di questo libro va totalmente ascritto alla moglie dell’autore, la signora Anna, che a tal punto è stata la compagna amata e devota di Antonino da divenire una cosa sola con lui e con la sua opera. La signora Anna ha raccolto gli scritti conservati fra le carte dello scrittore ed ha preparato il libro, rispettando la probabile idea primigenia di Verzera che, intorno al nucleo centrale dei tre racconti mitologici, aveva costruito una corona di racconti ambientati in luoghi ed in epoche anche differenti da quella dell’antica Grecia, ma comunque in qualche modo afferenti al meccanismo mitologico del fato, che sembra disporre con volubilità e con fatuità dei destini degli umani.
Alcuni di questi racconti erano già stati composti con la macchina da scrivere dallo stesso autore; altri, invece, sono arrivati a noi ancora scritti a mano, con una calligrafia a tal punto fina ed ordinata da apparire quasi un armonioso codice miniato, ma in più rimpicciolito su quei cotali minuscoli quadernetti, che un tempo erano tanto amati dagli scrittori d’epoca. Ed è stato a questo punto che si è resa preziosa ed insostituibile l’opera della signora Anna, la quale con sicurezza e con massima fedeltà ci ha riscritto a mano, su ampi fogli protocollo, i lavori del marito la cui calligrafia a noi appariva molto ostica e quasi incomprensibile mentre alla moglie sembrava di leggere la propria, nulla essendo per lei più naturale e più facilmente comprensibile ed automaticamente condiviso che il pensiero del marito, in cui aveva sempre ritrovato la sua compiuta identità. Sembra giusto a chi scrive, in quanto editore di un autore la cui opera postuma non avrebbe più potuto essere riscattata all’oblio e neppure essere pubblicata nell’integrità originale, rendere un sentito ringraziamento a chi ha saputo serbare per anni amorosamente gli originali e ne ha permesso la fedele interpretazione e riproduzione.
Sandro Gros-Pietro