Si è sùbito come aggrediti da uno stupefacente tripudio di parole poetiche, invenzioni d’immagini, metafore, neologismi, anagrammi sillabici, figure etimologiche, giuochi di senso, serie sinonimiche, agglutinazioni, variazioni, insistenze e riprese, una piacevole aggressione di versi lunghi (appena inframmezzati, per riprendere fiato, dai cosiddetti piccoli
haiku), e si potrebbe dire straripamento (o “esondazione”, come ripete l’autrice). È una Parola estesa e vibrante, “multipla” e “fluente”, che il poeta “lancia – come dice lei stessa nel poemetto finale
Canto della parola-poesia – liberandola alla parabola d’azzardo e di certezza”. Ne siamo meravigliosamente colpiti come da un prodigioso sortilegio, un miracolo inesauribile dell’immaginazione, un serissimo giuoco d’equilibrio della scrittura poetica, fuori del comune e assolutamente eccezionale (e l’acme e, insieme, la chiave o il codice di tutto questo sta proprio nel poemetto). Tanto da suscitare l’interrogativo in senso critico, riguardo alla sua origine e al suo scopo (scopo “indefinibile” e origine “inudibile”) al di là dell’ovvia esigenza di bellezza e di seduzione artistica e di apertura “sull’incanto mutevole e precario / della terra e dei cieli / – e del proprio istante, assetato”.
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Neuro Bonifazi, dal saggio introduttivo