PREFAZIONE
Le vie d’amore, che si snodino sulla strada di Damasco o quelle parigine di Edith Piaf, sono sentieri poetici battuti da chi scrive versi. Si fanno poesie d’ogni sorta, d’ogni sentimento, epico o ironico, disperato o futuribile, ma nella topografia letteraria quelle più numerose sono quelle a senso unico alternato che trasportano il cuore innamorato.
Passano i secoli, vengono i poeti grandi e piccoli, ma l’energia delicata che percorre i tratturi emotivi a metà tra coscienza e istinto “si move col sole e l’altre stelle”.
È quella che dal fondo amoroso di ciascuno di noi sempre si leva per cantare la vita. Anche nella silloge di Leone D’Ambrosio le tappe miliari – quarantasei con
Congedo – attraverso le quattro stagioni e i tre continenti che ruotano attorno a Damasco e Gerusalemme sono il canzoniere verso la donna amata che ogni volta risorge e attende l’irruzione del sentimento primo. Quello di cui si è detto.
I versi sono liberi, a volte settenari, a volte endecasillabi od oltre, ma è il passo di marcia serrato di D’Ambrosio che fa sentire sempre il suo tumulto, aperto alla storia sacra per tutti e quella pagana di oggi, fino ai motoscooters. Colori e memorie si levano nello sterminato paesaggio del Novecento la cui età precisa ma naturale a volte registriamo in un albero, come una quercia o un pino abbattuti. E sempre vivi ora ci lasciamo portare anche sul sentiero della morte ed oltre. Per continuare a vivere.
Questo fanno i poeti, ci conducono e mostrano i luoghi e i tempi che a noi sfuggono pur avendoli presenti nella mente e nei sogni.
E D’Ambrosio è poeta. Non ha paura di circolare fra personaggi, tempi e posti divaricati e lontani, estraendone una supplica sublimata dai sentimenti o dal dolore benedetto del pathos d’una madre, colei che dà la vita. Queste sono le pietre miliari dalla via di Damasco in poi. Se a volte divaga è la sua modernità a traviarlo. Poi torna in riga.
Leone D’Ambrosio salta fra cronaca e leggenda. Brigante in preghiera o affabulatore animalesco. Usa gli ossimori come cavalli lipizziani che lo portano sul loro carro magistrale, ricco di accenti barocchi e di segreti antichi. Per un attimo di luce, in vista del traguardo, che è la nostalgia innata di raggiungere la porta della felicità. Attorno a questa ammaliante oasi, da tutti sognata si delineano un rinoceronte africano, le biciclette di Bartali e Coppi e un girotondo di bambini che giocano a moscacieca in attesa di mutarsi in uomini. Per continuare a giocare a moscacieca.
Stanislao Nievo
La poesia di Leone D’Ambrosio è un intreccio continuo e contiguo tra la scrittura e la vita, tra l’arte e la realtà, tra l’invenzione e la memoria, con radici temporali che risalgono alla mitologia dell’Ellade e ancora prima ai luoghi di cui si parla nella Bibbia, e con panorami spaziali che sostanzialmente si collocano nella fucina delle civiltà mediterranee, ma che anche si proiettano in un oltre oceano, corrispondente e congruente del
mar nostrum, sulla rotta di Colombo. La donna, madre ed amante, Euridice e Medea, Cleopatra e Cornelia, è il grande libro della poesia nelle cui pagine sono scritte tutte le storie possibili, inesauribile fonte di fascinazione, di attrazione, di ipnosi, di avventura, di morte e di resurrezione: il canto poetico dedicato alla femminilità diviene il linguaggio superiore con cui sembra esprimersi l’umanità intera per orientarsi nella ricerca di sé dentro il tempo e dentro lo spazio della propria epopea. Il dettato poetico è formato da un linguaggio incandescente di metafore, talvolta visionario, ma ben più sovente di lucida razionalità, di un pensiero alluso, per accenno e per brevità, ai memoriali, ai cataloghi, all’enciclopedia di un archivio indefinito nel tempo, in modo da creare una nozione approssimata ed addomesticata, laboratoriale ed empirica, di infinito poetico.
Sandro Gros-Pietro