PREFAZIONE
Non è usuale in questi tempi trovare una poesia impregnata di forte carattere etico, di rappresentazione dell’universo comunitario, di ricerca delle radici dell’umano sia nelle forme più universali che in quelle più eminentemente storiche. L’attualità etica sembra non fornire più occasione di scrittura poetica. Sembra che la poetica dell’io soltanto occupi ormai tutto lo spazio del dire nella ricerca infinita di una parola nella quale ancorare l’esperienza individuale. Si sottrae deliberatamente a questa prospettiva, proprio per mettere alla prova la capacità critica dell’etica collettiva, il presente lavoro poetico perché lavoro bisogna considerarlo secondo progetto unitario di scrittura. Il bisogno di testimoniare la negatività che informa tutti gli individualismi ricostruisce un itinerario di maschere infernali segnate dal limite della propria forma sociale. Ciò che si perde della costituzione comunitaria dell’uomo diventa il rischio che il singolo deve correre per costituire quella maschera che gli dà senso, in un antagonismo incontrollato dove ciascuno può essere messo in discussione dalla giostra di tutti. Pur nella percezione della propria negatività manca lo strumento per uscirne fuori.
La giostra delle maschere egotiche rivela, in una infinita sequenza di esistenze, l’inconsistenza dell’individuo svuotato della propria radice comunitaria per riflettere soltanto l’apparenza di sé. L’evanescenza del legame comunitario, tra cristianesimo e umanesimo, tra natura e storia, pone il problema della dissociazione dell’individualità e l’attenzione alla sola propria maschera. Il girone dantesco degli egoismi permette di verificare i luoghi critici di una contemporaneità troppo spesso disattenta alle proprie radici culturali. L’estraneità a se stessi è l’estrema conseguenza di una dissociazione che non permette più di parlare secondo la lingua della costituzione fondamentale dell’uomo. La voce della poesia giunge a questo punto per ricordare a ciascuno ciò che è stato dimenticato in un oblio radicale di ciò che è l’uomo in quanto uomo.
Così è possibile mettere alla prova la ragione critica attraversando quelle immagini della cultura più attente alle radici dell’uomo in una memoria testuale che riporta sulla scena della parola, da Dante in poi, tutti quelli che hanno verificato le negatività della condizione umana. Il dialogo con la tradizione, tutto interno alla poesia, permette di cogliere quei barlumi di memoria umanistica in grado di illuminare un presente non più in grado di riflettere su se stesso. L’autocoscienza dei poeti diventa la trama di una autocoscienza storica in grado di far riflettere tutti gli specchi della contemporaneità attratti soltanto da un narcisismo incapace di sottrarsi alla dittatura dell’io. Allora il bisogno di un’etica positiva non nasce in astratto ma è in grado di radicarsi sulla frontiera dell’individualità, quando la ricerca di un atto di esistenza non aleatorio diventa vana. La poesia dell’io diventa poesia del noi perché oltre il perimetro delle maschere è possibile ascoltare una voce che viene carica di tutto ciò che si è perduto.
Il poemetto della Cimino Lomus restituisce alla poesia non solo un’inconsueta radice etica ma anche quella pienezza delle emozioni e dei sentimenti frutto della consapevolezza della finitezza dell’uomo.
Viandanti di passaggio
in un mondo precario
fatto di apparenze.
Il mito prometeico della modernità ritrova l’ambigua natura del fuoco che è dono divino ma anche può trasformarsi in strumento di distruzione. Tra la memoria e l’utopia la parola ha ancora uno spazio da verificare disponendo le singole esistenze sul limite della percezione apocalittica di sé.
Infranta
viene ogni memoria,
e sporca molecola mi sento
nella fangaia comune.
La verifica delle utopie individuali mostra ancora un bisogno di trascendenza, bisogno che il più delle volte si risolve in pura immaginazione. Non tutto è perduto se l’insoddisfazione della propria maschera porta ad elevarsi oltre la sua apparenza.
In deriva di stupore
mi libro.
È proprio la spinta dell’inquietudine personale a far sì che le maschere non si cristallizzino nel tempo e non diventino l’unica risorsa dell’individuo. Finché l’inquietudine spezza l’identità tra la maschera e il volto, tra l’anima e l’esistenza è possibile ritrovare la strada della pienezza oltre ogni pessimismo. Perché questa anche conta. Nessuna etica può chiudersi nella negazione assoluta perché verrebbe meno il senso stesso dell’uomo e la stessa coscienza della finitezza porta a cercare quegli equilibri instabili sui quali qualche personaggio di questa giostra cerca un momento di sosta oltre la consapevolezza di una perdita infinità di sé.
Promettenti germogliano
e fioriscono attese
che raccolgo:
la mia psiche è un càlice
da cui fervidi e nutriti
si effondono sogni e desideri.
Nella varietà e diversità delle esistenze.
Antonio Gagliardi