Mirka Corato 
Solitudini che l’onda spinge
anno: 2002
pagine: 104
prefazione: Sandro Gros-Pietro
prezzo: € 9,3
ISBN: 88-87492-95-6

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PREFAZIONE

Metafore ed emozioni, coniugate insieme nell’incantamento del sogno e della trasfigurazione della realtà, nella ricchezza inesauribile dell’invenzione tematica, che trae spunto sia dai momenti di vita vissuta sia dalla memoria letteraria, pittorica e musicale dell’autrice, rappresentano l’intreccio e l’ornamento della poesia di Mirka Corato, che propone in questa sua prima raccolta alcune tra le più belle pagine di un vasto canzoniere poetico, accresciutosi con costanza negli anni ma ingiustamente tenuto in disparte e nell’oscuro del cassetto, quasi nella soggezione di una divinità maggiore, per lasciare il proscenio degli applausi all’attività artistica più nota e celebrata dell’autrice, quella della pittura.
In realtà, funziona un sotterraneo accordo nella cultura dell’autrice e nel suo modo di esprimersi che ha prodotto una lecita ed ammirevole collusione tra parole-musiche-immagini ed ha cementato un amalgama insolvibile di unità artistica fra le diverse muse preposte. Ne deriva che la sua pittura racconta sempre una vicenda interna al quadro e la sua poesia è quasi sempre icastica e figurativa, denotativa di immagini e di visioni: entrambe, infine, ricreano i modi e la ricchezza di una sinfonia musicale, per la grande attenzione e sensibilità sviluppata nello studio dei toni e della musicalità delle soluzioni.
L’accordo musicale del verso, il tono di dolcezza che suscita nel lettore, la variazione ripetitiva sul tema dato, il ritornello portante del motivo centrale, l’incisività del dettato affidata a poche, essenziali e nitide parole, come fossero stacchi timbrici o note comprimarie del motivo principale, sono accorgimenti che svelano quanto sviluppato sia il gusto musicale della poetessa e quanto tale gusto abbia celatamente influito nella scelta delle soluzioni poetiche da proporre nei versi. Anche l’impostazione figurativa stessa della poesia, con i versi lunghi alternati agli emistichi o a versi composti da una unica parola, sospesi nel bianco del foglio come fosse l’appunto o l’indicazione strategica per l’esecuzione e la comprensione del testo, fanno pensare ad uno spartito musicale oltreché ad una poesia con intenti visivi, e più in generale ricostruiscono l’ideazione di una complessa mappatura del paesaggio interiore dell’anima, denotato con l’uso di una segnaletica cifrata, che ci pare essere un codice per un poco letterario e per un poco musicale. Così, non sarebbe errato avvicinare alcune poesie alle composizioni poetiche di autori con egregia sensibilità ed educazione musicale, quando non addirittura ai migliori cantautori, sto pensando a Jacques Prévert, a Bob Dylan, a Leonard Cohen, a Fabrizio De André.
I motivi dell’ispirazione poetica – è opportuno ripeterlo – sono veramente tanti perché l’invenzione tematica di Mirka Corato si moltiplica nel testo e nel contesto come un frattale in espansione. Tuttavia, si possono individuare alcuni versanti principali di tali tematiche. La precedenza ideologica, forse, deve essere riconosciuta agli incantamenti verso le marine, i tramonti, i fiori, gli alberi, alcuni dei quali funzionano come chiare metafore o simboli, si veda ad esempio il mandorlo, in Autoritratto, il primo albero a rifiorire in primavera, simbolo di crescita e di rinascita, ma anche di fragilità, perché i suoi fiori sono i più sensibili agli ultimi freddi dell’inverno. È, dunque, l’incantato mondo della natura quello che per primo ci resta in mente in versi come Una mattinata di sole / lunghi riflessi di cielo / miraggi di cristallo / galleggiano / distesi sulla risaia, tratti dalla poesia Aprile, che richiama alla mente gli abbagli di luce dei maestri del divisionismo, come Balla, Morbelli, Pelizza, Segantini e le immagini delle mondine nelle risaie. Quasi sempre, tuttavia, la natura si carica di simboli che alludono liricamente al mondo interiore come leggiamo nella poesia Nel soffio calmo della notte, in particolare ove si dice e si insinua la luna / la luna che dilaga / fruga tra i rami / tra i fiori dei giorni e dei sensi / fino agli intricati sentieri dell’aurora / dove sbocciano domande, che richiama molti paesaggi pittorici delle muse inquietanti del surrealismo, con confusioni ed effusioni dionisiache della luce solare e di quella lunare.
Il motivo più ricorrente nel testo fino al punto di apparire lo stato endemico della poesia in Corato è la condizione della solitudine che come un’ambascia rende ogni essere umano una monade individuale dispersa nell’universo della vita. Tale condizione di isolamento può essere fugacemente superata solo nei rari ed intensi momenti dell’intesa d’amore, come splendidamente è reso in “Io e te” immensi, composizione in cui l’autrice volutamente enfatizza le soluzioni musicali del canto d’amore, ricostruendo ad arte un’eco canzonettistica: “Io e te” immensi dentro un nulla / che arde solitario / come un cuore profondo / che batte nella giovinezza di ogni giorno / nel respiro caldo di ogni cosa. Appartengono alle tematiche dell’amore numerose composizioni, che sovente ricevono l’andamento della ballata, con la ripetizione del ritornello o del semplice invito, per conferire un’atmosfera di familiarità abituale al sogno edenico dell’amore redentore dal grigiore della quotidianità, come in Stammi vicino / tieni stretta nelle tue mani la mia essenza / perché il vento non la scompigli / non la disperda / stammi vicino / perché il mio mondo non appassisca. Accanto alla solitudine, erompe nei versi il vero e sconcertante scandalo della vita e, in generale, di tutta la creazione, che è il dolore, cioè la prigione buia e tetra che a nessun essere vivente verrà risparmiata e che, prima o dopo, ci imprigionerà tutti in modo tanto più scandaloso perché non si troverà mai alcuna giustificazione razionale al dolore, come bene si legge in La ferita improvvisa di un dolore / è una cella buia tra la terra e il cielo / senza armonie nell’aria che manca / senza graffiti / sul cuore freddo dei suoi muri / solo stupore che affonda.
Un ulteriore motivo che spesso ricorre nei testi della Corato è quello della partenza, dello stacco, della separazione e, quindi, di una serie di simboli che rappresentano la mutazione e l’evento di rottura con le tradizioni abitudinarie e sedimentate della quotidianità. Talvolta questo elemento può essere assunto nella sua forma più forte, quella adottata dalle carte dei tarocchi, cioè la morte, che non deve essere intesa come cessazione della vita, bensì come elemento di frattura liberatrice ed inconciliabile con il passato. In altri casi, invece e con più frequenza, l’elemento di rottura con le abitudini è rappresentato dall’evasione o dai sogni di fuga e di viaggio, fra i quali il più carico di significati e di memorie letterarie e pittoriche è indubbiamente il famoso Imbarco a Citera di Jean-Antoine Watteau, conservato al Louvre. All’Embarquement pour Cythère sono state dedicate alcune delle più belle poesie degli ultimi tre secoli di storia letteraria occidentale, non escluso Le bateau ivre, per arrivare fino ai giorni nostri e ai testi ancora umidi di inchiostro dei contemporanei tra cui basti citare Giorgio Bárberi Squarotti, il quale più volte, nei suoi versi, ha ripreso lo splendido mito di Citera. Dunque, l’isola dell’arte, che riscatta dai grigiori dell’assuefazione e della noia, viene così soavemente evocata da Corato nei suoi versi: Devo partire / partirò dai luoghi dolcissimi dell’abitudine / nell’isola che ho tanto amato // partirò con l’ultima nave / con il suo carico d’intervalli / attese spazi inesplorati / profumi della notte / aliti di infinito / che tanto somigliavano all’eternità.
Un’istanza particolarmente presente e sviluppata nella poesia di Mirka Corato è la mozione degli affetti personali, in primo luogo verso i più stretti parenti, la madre, il marito la figlia e gli amici più cari, ma in seconda fascia estesa anche alle figure amate sia della vita reale sia del mondo della cultura ovvero della storia dell’arte e della musica. Si manifesta così un intento di usare la poesia secondo un fine che è molto classico, direi aulico, cioè di attribuzione alla poesia della funzione eternatrice per cui la persona evocata nello splendore nitido del verso è destinata a non morire mai non solo nel cuore di chi lo ha amato, ma anche negli occhi e nella mente di chi non lo ha mai conosciuto, ma di lui ha potuto leggere i versi che gli sono stati dedicati da un poeta con il preciso intento di riscattarlo dall’oblio della morte e di consegnare a futura memoria la visione incorruttibile della sua beltà. Vi sono molte poesie scritte su questo versante di memoria degli affetti, ma penso di non potermi sottrarre a citare, per tutte, i versi di Rose bianche, dedicato alla mamma della Corato: Rose bianche / petali di seta che si abbandonano / la tua mano nella mia mano / poesia senza retorica / versi sciolti di una vita che si chiude / e tutto si fa polvere.
Il libro di Mirka Corato è sapientemente costruito, con molta perizia letteraria e con molto apporto delle precedenti esperienze artistiche della scrittrice tratte dal suo amore per la pittura e per la musica, per offrirci una nozione quasi quotidiana e quasi familiare di poesia, un sogno accattivante, rivelatore, rivoluzionario eppure domestico, cioè bene conciliabile con il carico di emozioni e di esperienze che ci derivano dall’ordinarietà della nostra esistenza, affinché possa essere consultato e tenuto come un diario di viaggio od un breviario e renda realmente applicata ed operativa l’affermazione di Charles Baudelaire in L’art romantique ove si legge che Tout homme bien portant peut se passer de manger pendant deux jours, mais de poésie, jamais.

Sandro Gros-Pietro

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2002

 

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Mirka Corato  

 

Solitudini che l’onda spinge

 

2002

 

pp. 104

 

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Marco Pailo  

 

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Beppe Previtera  

 

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