Marco Pailo 
Colpi d’ala
anno: 2001
pagine: 72
prefazione: Sandro Gros-Pietro
prezzo: € 7,75
ISBN: 88-87492-93-x

SCHEDA DELL'AUTORE
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PREFAZIONE
 
Leggendo le poesie di Marco Pailo viene in mente una sottile affermazione di Thomas Carlyle, contenuta nella raccolta Critical and miscellaneous essays, a proposito dei poeti, capitolo a parte degli eroi che hanno scritto la storia dell’umanità attraverso le nobili passioni delle loro personalità, superiori di gran lunga alla media dei mortali: un poeta senza amore sarebbe un’impossibilità fisica e metafisica. Nel caso di Marco Pailo è più immediato convincersi dell’impossibilità fisica di rinunciare all’amore, in quanto i suoi versi sono un canto senza interruzione di continuità dedicato alla fisicità impalpabile ed evanescente dell’eros. Il tema dell’amore è il principale motivo conduttore della raccolta Colpi d’ala, ed è reso con una pluralità di accenti diversi, dalla seduzione alla protezione, dalla frenesia alla dolcezza, dall’estro alla melanconia, dal dominio alla remissività. È un amore sempre terreno e carnale, che appartiene alla sfera delle fisicità poetiche, ma che, come Carlyle insegna, demanda anche ad un versante metafisico, perché si rende ponte di congiunzione con tutto ciò che supera la realtà e perché si rende tramite di passaggio verso il raggiungimento di uno stadio superiore di benessere, condizione in cui si sviluppa una dolcissima sensazione di partecipazione e di comprensione del mistero dell’universo: lasciandosi alle spalle una svanita fisicità dei sensi, i due amanti paiono raggiungere un approdo d’ineffabile luce, quasi uno stato ipnotico, per non dire d’estasi. Mehr licht, esalerebbe Goethe col celeberrimo soffio supplice: più luce, sì, ma non solo per invocare un’aspettativa di salvazione e di soluzione dalle tenebre, ma anche per fare più chiarezze sui misteri che ci circondano. Ecco, allora, che questa poesia svela un volto sapienziale e gnomico o, per lo meno, un intento conoscitivo e speculativo del mondo reale e non.
Non pare azzardato indicare nel movimento letterario simbolista l’area poetica di partenza e pure di frequentato conforto elettivo di Marco Pailo, in quanto il poeta torinese, in ossequio all’illustre tradizione dapprima francese ma poi italiana ed europea, ricorre ad immagini-simbolo ed altresì ricerca numerose magie verbali, con l’intento di proporre una poesia capace di evocare intuizioni, sensazioni ed indefinibili stati d’animo, tra la levità e la sottigliezza delle sfumature di significato. Eppure Marco Pailo va oltre il simbolismo di Baudelaire e dei suoi seguaci, perché nei suoi versi c’è già un’eco insistita di richiamo al nichilismo di Nietzsche, come del resto si trova quello sregolamento di tutti i sensi, fusi e profusi insieme in un rito celebrativo od iniziatico, che raggiunge in Arthur Rimbaud il massimo dell’espressione poetica. Tuttavia, nel caso dello scrittore torinese, la ricerca degli esempi classici non deve essere troppo insistita, perché Marco Pailo è, sì, autore di buone letture, ma preferisce imparentarsi con i modi e con i tempi della sua epoca, con la polvere del suo secolo, per cui si può con altrettanta appropriazione collocare il mondo culturale del poeta sul versante dei movimenti di pensiero vagamente riconducibili alla new age e, quindi, a quel clima di fervente fratellanza ed amore tra le persone, nel nome di un comune denominatore di appartenenza animistica alla stessa matrice universale che porta e che diffonde la vita sul pianeta, misteriosa astronave che erra nello spazio, con un fragile carico di vita che si rinnova indefinitamente ed in modo quasi improbabile. Così, i versi di Marco Pailo sono anche un canto colmo di stupore e di gioia per la bellezza ineffabile del creato e per l’evento infine miracoloso con cui la vita si manifesta. Vi è, dunque, anche una forte componente panica, cioè di partecipazione e di incantamento al divenire della natura e alle sue manifestazioni sia armoniose e miti sia tumultuose o addirittura violente. Pertanto, ritroveremo le estasi delle albe e dei tramonti, dei sognanti chiari di luna e delle placide verzure profumate e riverberanti riflessi variopinti; ma troveremo anche le esaltazioni dei tuoni e dei lampi e dei venti e delle arsure e degli spaesamenti causati dal repentino e vorticoso mutare degli eventi naturali. Il poeta, infine, procede verso questo particolare incontro d’amore con la natura, mantenendosi in una sorta di solitudine monacale con se stesso. La solitudine, allora, è l’altro filo conduttore del discorso di Pailo: una solitudine determinata, formativa, aspra e dura, ma anche fertile e premiatrice: nel cratere immenso della solitudine, scriverà il poeta, per indicarci che egli si concede spoglio di ogni tentazione e libero da ogni brama di ricchezza e di successo mondano al dialogo interiore con se stesso, capace di scarnificarsi e di autodemolirsi, con un fuoco d’ardore tanto antico quanto filosofico – la massima iscritta sul frontone del tempio di Delfi, divenuta in seguito il verbo di Socrate, conosci te stesso – per poi inopinatamente risorgere dalle sue ceneri come fosse araba fenice, con un volo, / alto e silenzioso, / di uccelli…
L’unica conoscenza semmai possibile è quella di se stessi (e già tanto ne avanza!), sembra dirci Marco Pailo, quando arriva a mettere crudamente in dubbio anche la verità più materiale delle cose: Le pietre / non sono pietre e più avanti leggiamo che noi camminiamo / leggeri e innamorati / del volo delle idee. L’autore vuole dirci che la realtà è ambigua e che la verità è un’idea ed è un volo (poetico, aggiungiamo per nostro conto), cioè è una manifestazione di ideali o di fede più che di ragione, per cui sembra che alla fine divenga vero ciò in cui fermamente si crede, con tutti i rischi referenziali che ne derivano nei confronti del prossimo. La verità è la base del contratto sociale, dice Sant’Agostino, ma se la verità è debole o addirittura indicibile, che ne sarà dei nostri contratti sociali? Ovviamente, al poeta non cale più di tanto la sorte della polis e, quindi, di un qualsiasi contratto sociale, poiché al poeta, giustamente, interessa la sorte dell’anima della monade, cioè dell’individuo come unità sospesa nel caos della creazione. Sotto questo profilo, Marco Pailo è più che chiaro nell’elaborazione della sua proposta poetica, che è una referenza di sentimenti e di passioni, a tal punto complessa ed articolata da divenire un codice di espressione dell’eros e, più in generale, delle passioni dell’animo umano.
Anche sull’espressione formale dei versi ci sarebbe da registrare alcune osservazioni, e fra le prime cose va detto che il verso è quasi sempre breve o brevissimo, spezzato o appuntato in modo abbreviato, come se si trattasse di un’annotazione corsara di viaggio, di un memorandum su un biglietto vagante, una scaglia della realtà che in se stessa, nella sua complessità, appare sovente indescrivibile per cui il poeta riesce a vergare brevemente solo uno scamuzzolo, un’unica tessera, un particolare significativo, poi il discorso cade ovvero s’innesta un altro pensiero che porta in sé altri particolari ed altri aspetti del sogno. Ne deriva un periodare poetico franto, sovente sconnesso, e che si rincorre, si riprende e si riperde, torna su di sé e subito si estranea da sé, in modo da ricostruire l’immagine di evanescenza e di leggerezza dell’essere a cui Marco Pailo continuamente intende alludere. Formalmente, dunque, il verso non ha conservato proprio nulla della metrica e dell’armonia classica del dire poetico del passato, proprio perché ogni verso è fatto di poche o di pochissime sillabe sospese nel bianco e nel vuoto di uno spazio di totale libertà. Tuttavia, se si legge con esercitata attenzione i possibili enjambements, a malgrado delle virgole e degli a capo, allora scopriamo che molti versi franti sono in realtà degli emistichi di endecasillabi o di quasi-endecasillabi, sforati in lunghezza o in brevità, a conferma che funziona, nella poesia di Marco Pailo, come una sorta di incancellabile e nascosta memoria poetica di appartenenza alla tradizione di armonia dalla quale il suo canto discende e alla quale pertinacemente si collega. Si potrebbero fare molte citazioni di endecasillabi (o quasi), volutamente spezzettati in più versi:

soffio sulla polvere / dei miei amori

attraversa il caos / [una] rondine d’arte

il mio corpo sacro / è una stanza morta

sulla riva / il vento / [mi] riempie / di mare

dall’ultimo scoglio della mia vita

ora il calice / vuole la mia bocca

mi assorda in tutto / esterrefatto il mare

La poesia di Marco Pailo ricostruisce con efficacia e con sapienza una tensione di pienezza dell’espressione, capace di dare conto dei sentimenti più autentici dell’animo e di affrancarsi dagli impedimenti e dalle prigioni dei tempi moderni costruite con le lusinghe di ricchezza e di successo quotidiano e volgare, per proporre, al posto ed in alternativa, il fascino e la seduzione degli incantamenti del sogno, dell’amore, di una sensualità vibratile e vigile, a tal punto virtuosamente esercitata da fornirci una nozione allusa di partecipazione panica alle sorti cosmiche dell’universo e, con questo, tale da permetterci di estraniarci da noi stessi per proiettarci in una dimensione superiore di libertà e di luce.

Sandro Gros-Pietro

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Marco Pailo  

 

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