PREFAZIONE
Leggendo le poesie di Marco Pailo viene in mente una sottile affermazione di Thomas Carlyle, contenuta nella raccolta
Critical and miscellaneous essays, a proposito dei poeti, capitolo a parte degli
eroi che hanno scritto la storia dellumanità attraverso le nobili passioni delle loro personalità, superiori di gran lunga alla media dei mortali:
un poeta senza amore sarebbe unimpossibilità fisica e metafisica. Nel caso di Marco Pailo è più immediato convincersi dellimpossibilità
fisica di rinunciare allamore, in quanto i suoi versi sono un canto senza interruzione di continuità dedicato alla fisicità impalpabile ed evanescente delleros. Il tema dellamore è il principale motivo conduttore della raccolta
Colpi dala, ed è reso con una pluralità di accenti diversi, dalla seduzione alla protezione, dalla frenesia alla dolcezza, dallestro alla melanconia, dal dominio alla remissività. È un amore sempre terreno e carnale, che appartiene alla sfera delle fisicità poetiche, ma che, come Carlyle insegna, demanda anche ad un versante metafisico, perché si rende ponte di congiunzione con tutto ciò che supera la realtà e perché si rende tramite di passaggio verso il raggiungimento di uno stadio superiore di benessere, condizione in cui si sviluppa una dolcissima sensazione di partecipazione e di comprensione del mistero delluniverso: lasciandosi alle spalle una svanita fisicità dei sensi, i due amanti paiono raggiungere un approdo dineffabile luce, quasi uno stato ipnotico, per non dire destasi.
Mehr licht, esalerebbe Goethe col celeberrimo soffio supplice:
più luce, sì, ma non solo per invocare unaspettativa di salvazione e di soluzione dalle tenebre, ma anche per fare più chiarezze sui misteri che ci circondano. Ecco, allora, che questa poesia svela un volto sapienziale e gnomico o, per lo meno, un intento conoscitivo e speculativo del mondo reale e non.
Non pare azzardato indicare nel movimento letterario simbolista larea poetica di partenza e pure di frequentato conforto elettivo di Marco Pailo, in quanto il poeta torinese, in ossequio allillustre tradizione dapprima francese ma poi italiana ed europea, ricorre ad immagini-simbolo ed altresì ricerca numerose magie verbali, con lintento di proporre una poesia capace di evocare intuizioni, sensazioni ed indefinibili stati danimo, tra la levità e la sottigliezza delle sfumature di significato. Eppure Marco Pailo va oltre il simbolismo di Baudelaire e dei suoi seguaci, perché nei suoi versi cè già uneco insistita di richiamo al nichilismo di Nietzsche, come del resto si trova quello sregolamento di tutti i sensi, fusi e profusi insieme in un rito celebrativo od iniziatico, che raggiunge in Arthur Rimbaud il massimo dellespressione poetica. Tuttavia, nel caso dello scrittore torinese, la ricerca degli esempi classici non deve essere troppo insistita, perché Marco Pailo è, sì, autore di buone letture, ma preferisce imparentarsi con i modi e con i tempi della sua epoca, con la
polvere del suo secolo, per cui si può con altrettanta appropriazione collocare il mondo culturale del poeta sul versante dei movimenti di pensiero vagamente riconducibili alla
new age e, quindi, a quel clima di fervente fratellanza ed amore tra le persone, nel nome di un comune denominatore di appartenenza animistica alla stessa matrice universale che porta e che diffonde la vita sul pianeta, misteriosa astronave che erra nello spazio, con un fragile carico di vita che si rinnova indefinitamente ed in modo quasi improbabile. Così, i versi di Marco Pailo sono anche un canto colmo di stupore e di gioia per la bellezza ineffabile del creato e per levento infine miracoloso con cui la vita si manifesta. Vi è, dunque, anche una forte componente panica, cioè di partecipazione e di incantamento al divenire della natura e alle sue manifestazioni sia armoniose e miti sia tumultuose o addirittura violente. Pertanto, ritroveremo le estasi delle albe e dei tramonti, dei sognanti chiari di luna e delle placide verzure profumate e riverberanti riflessi variopinti; ma troveremo anche le esaltazioni dei tuoni e dei lampi e dei venti e delle arsure e degli spaesamenti causati dal repentino e vorticoso mutare degli eventi naturali. Il poeta, infine, procede verso questo particolare incontro damore con la natura, mantenendosi in una sorta di solitudine monacale con se stesso. La solitudine, allora, è laltro filo conduttore del discorso di Pailo: una solitudine determinata, formativa, aspra e dura, ma anche fertile e premiatrice:
nel cratere immenso della solitudine, scriverà il poeta, per indicarci che egli si concede spoglio di ogni tentazione e libero da ogni brama di ricchezza e di successo mondano al dialogo interiore con se stesso, capace di scarnificarsi e di autodemolirsi, con un fuoco dardore tanto antico quanto filosofico la massima iscritta sul frontone del tempio di Delfi, divenuta in seguito il verbo di Socrate,
conosci te stesso per poi inopinatamente risorgere dalle sue ceneri come fosse araba fenice, con
un volo, / alto e silenzioso, / di uccelli
Lunica conoscenza semmai possibile è quella di se stessi (e già tanto ne avanza!), sembra dirci Marco Pailo, quando arriva a mettere crudamente in dubbio anche la verità più materiale delle cose:
Le pietre / non sono pietre e più avanti leggiamo che
noi camminiamo / leggeri e innamorati / del volo delle idee. Lautore vuole dirci che la realtà è ambigua e che la verità è un
idea ed è un
volo (
poetico, aggiungiamo per nostro conto), cioè è una manifestazione di ideali o di fede più che di ragione, per cui sembra che alla fine divenga vero ciò in cui fermamente si crede, con tutti i rischi referenziali che ne derivano nei confronti del prossimo.
La verità è la base del contratto sociale, dice SantAgostino, ma se la verità è
debole o addirittura
indicibile, che ne sarà dei nostri contratti sociali? Ovviamente, al poeta non cale più di tanto la sorte della
polis e, quindi, di un qualsiasi contratto sociale, poiché al poeta, giustamente, interessa la sorte dellanima della monade, cioè dellindividuo come unità sospesa nel caos della creazione. Sotto questo profilo, Marco Pailo è più che chiaro nellelaborazione della sua proposta poetica, che è una referenza di sentimenti e di passioni, a tal punto complessa ed articolata da divenire un codice di espressione delleros e, più in generale, delle passioni dellanimo umano.
Anche sullespressione formale dei versi ci sarebbe da registrare alcune osservazioni, e fra le prime cose va detto che il verso è quasi sempre breve o brevissimo, spezzato o appuntato in modo abbreviato, come se si trattasse di unannotazione corsara di viaggio, di un memorandum su un biglietto vagante, una scaglia della realtà che in se stessa, nella sua complessità, appare sovente indescrivibile per cui il poeta riesce a vergare brevemente solo uno scamuzzolo, ununica tessera, un particolare significativo, poi il discorso cade ovvero sinnesta un altro pensiero che porta in sé altri particolari ed altri aspetti del sogno. Ne deriva un periodare poetico franto, sovente sconnesso, e che si rincorre, si riprende e si riperde, torna su di sé e subito si estranea da sé, in modo da ricostruire limmagine di evanescenza e di leggerezza dellessere a cui Marco Pailo continuamente intende alludere. Formalmente, dunque, il verso non ha conservato proprio nulla della metrica e dellarmonia classica del dire poetico del passato, proprio perché ogni verso è fatto di poche o di pochissime sillabe sospese nel bianco e nel vuoto di uno spazio di totale libertà. Tuttavia, se si legge con esercitata attenzione i possibili
enjambements, a malgrado delle virgole e degli a capo
, allora scopriamo che molti versi franti sono in realtà degli emistichi di endecasillabi o di quasi-endecasillabi, sforati in lunghezza o in brevità, a conferma che funziona, nella poesia di Marco Pailo, come una sorta di incancellabile e nascosta memoria poetica di appartenenza alla tradizione di armonia dalla quale il suo canto discende e alla quale pertinacemente si collega. Si potrebbero fare molte citazioni di endecasillabi (o quasi), volutamente spezzettati in più versi:
soffio sulla polvere / dei miei amori
attraversa il caos / [una] rondine darte
il mio corpo sacro / è una stanza morta
sulla riva / il vento / [mi] riempie / di mare
dallultimo scoglio della mia vita
ora il calice / vuole la mia bocca
mi assorda in tutto / esterrefatto il mare
La poesia di Marco Pailo ricostruisce con efficacia e con sapienza una tensione di pienezza dellespressione, capace di dare conto dei sentimenti più autentici dellanimo e di affrancarsi dagli impedimenti e dalle prigioni dei tempi moderni costruite con le lusinghe di ricchezza e di successo quotidiano e volgare, per proporre, al posto ed in alternativa, il fascino e la seduzione degli incantamenti del sogno, dellamore, di una sensualità vibratile e vigile, a tal punto virtuosamente esercitata da fornirci una nozione allusa di partecipazione panica alle sorti cosmiche delluniverso e, con questo, tale da permetterci di estraniarci da noi stessi per proiettarci in una dimensione superiore di libertà e di luce.
Sandro Gros-Pietro