PREFAZIONE
Michail Bachtin, nel suo celebre studio
La parola nel romanzo, afferma come la polifonia di stile, di discorso, di voce autorale sia la modalità che caratterizza profondamente il romanzo. Questa pare essere la costante tematica de
I Parafulmini del Palmiers, che segue il già noto
LIpotenusa e i suoi Cateti, introdotto da un breve ma illuminante saggio di Grytzko Mascioni. Si tratta, cioè, del rispecchiamento di una realtà che non può essere problema da definire come caratteristica intrinseca al testo, o progettata come tale, quanto, invece, sia il caso di parlare di un deposito di conoscenze, di sensazioni, di creature tornate alla ribalta vere o puramente fantasmatizzate e dei loro comportamenti; in una parola si tratta, qui, di storie di un certo tempo e anche di un luogo per eccellenza da cui hanno luce le tante vicende del corteo dei personaggi che affollano il
Palmiers e che appartengono, appunto, a diversi generi letterari, a diverse lingue, a diverse epoche. Vi possono essere diversificate letture, così come ci suggerisce, fin da subito, lo stesso titolo del romanzo per la sua mobilità che, nel corso della narrazione, assume connotazioni altre, muta con i tempi la sua primaria configurazione di
tópos che è destinato a profonde trasformazioni, nel proprio paesaggio, nella propria architettura e nel suo linguaggio dospitalità. Esso ci invita, con qualche strategia sottile e incantatrice, a ritagliare quei fantastici oggetti che esso contiene, per esaminare un po le prove della loro esistenza, del loro proiettarsi sul vasto sfondo di senso che avvolge gli eventi narrativi.
Riesce difficile, quindi, sintetizzare in poche parole un folto insieme di figurazioni narratologiche, spesso intertestualizzate da conoscenze fattuali, immagini, luoghi comuni, elenchi di cose desuete e di visionarie possibilità che sono comunque rappresentate in maniera ordinata e coerente. Il
Palmiers si rivela, dunque, come un filo rosso che attraversa unintera operazione di scrittura, che segue un modello non limitato a porre ciascuna storia come racconto a sé stante, ma capace di collegare i vari episodi e di saldarli in una felice struttura complessiva.
E va anche detto del modo in cui il testo, in vari punti nodali, sappia favorire il lettore indirizzandolo a comprendere quelle pagine di storia che, di certo, non si possono dimenticare o rimuovere, né, tantomeno, come si è da alcune parti tentato di fare, di inquinarne lalta drammaticità, di misurare le distanze con cui si aggiornano generi letterari che parlano della guerra e dei campi di sterminio.
Non più che sottinteso, ma esattamente come lo si può, in verità, cogliere come aspettazione di un ordine creativo di un testo che, in taluni momenti di assolutezza e di centralità, prende forma di un montaggio di reperti diaristici, di epistolari giornalistici e letterari, a sostegno di una memoria di cultura da cui traluce lalta intensità dellesperienza autorale. Non a caso, in appendice al romanzo, vengono indicati non solo i numerosi autori di cui vengono fatte citazioni da loro opere (quando si tratta di scrittori), ma, analogamente, vengono anche citati quei personaggi della storia che parlano di sé stessi, resuscitati dalla loro eternità attraverso i frammenti dei loro discorsi; non solo più personaggi, ma creature in carne ed ossa partecipi di unepoca, di tante epoche. Oppure, anche se un po peregrinamente, poiché sembrano apparire più sinistre di quanto, per lungo tempo prima, potessero essere state familiari, hanno riconoscimento di citazione giornali come
La Croix,
Le Temps,
LHumanité (luniverso di lingua francese è unelezione profondamente connaturata alla cultura dellautore); e poi
Una canzone popolare inglese della I Guerra Mondiale;
Una filastrocca infantile;
La canzone tedesca Lili Marlène;
Messaggi di Radio Londra. Fatti tutti noti come reminiscenze, ma, ancora una volta, lutilizzazione esplicita, a volte allusiva, a volte ironica delle fonti ha forte affinità con quanto dicevamo allinizio, e, cioè, che questopera entra in relazione sia essa di natura realista, simbolista o barocca con altre opere, attraversando altre scritture, a testimonianza di una necessità narrativa costruita in modo tale per cui questa dialettica tra un genere e laltro, distanti per epoca e sensibilità, possa risolversi anche nel determinare un tratto chiaramente distintivo del carattere di Buridan, che è quello di essere un intellettuale attentissimo nello scoprire il fatto letterario. Ma, di certo, va anche riconosciuta la sua qualità di storico, capace di un insegnamento di pensiero che egli sa impartire con vitalità e forza espressiva, pure laddove certe sfaccettature terminologiche o anomalie e calembours, emergono sia nellordine strutturale che nelle sostanze del contenuto, ma che alla fine ricevono sempre una spiegazione rivolta alla comprensione del mondo reale.
Vale la pena, allora, sfogliando qualche racconto, trarre dal romanzo la propria rilegatura depoca, nel tentativo di un ritrovamento del tempo, dei percorsi e delle fantasticherie di qualche personaggio ospitato al Grand Hôtel des Princes et des Palmiers il quale, come ci suggerisce lo stesso autore sempre in appendice è il vero protagonista dellintero romanzo.
Una breve carrellata di incisi introduttivi è oltremodo utile a confermare limmagine dominante che andrà a depositarsi nelle pieghe, anche più riposte, di tante raccolte di affreschi che riproducono visioni, stili, contrasti e prospettive di un universo ad alta simbolizzazione. Ciò che viene definito prologo ci introduce direttamente nella sala di ricezione del sontuosissimo
Palmiers. Lio narrante, quella voce che a volte racconterà o che a volte, mediando con il lettore, si disporrà ad ascoltare, ci parla di un antenato che, alla sua morte, lasciò agli eredi, accanto ad altre doviziose sostanze, una cospicua proprietà, il Grand Hôtel, appunto. Le vicende che seguirono, sfortunatamente, dissolsero leredità ed egli, racconta, resterà proprietario soltanto più di esigue carature del Grand Hôtel, ma, aggiunge, di cui custodivo registri e libri contabili. Questi documenti ingombravano un armadio insieme ad un diario del defunto, una minuziosa relazione dellHôtel e dei suoi illustri ospiti, e, così, attraverso queste memorie, che egli definisce quasi fiabesche, il protagonista primario si dispone a ricostruire un passato remoto, ma si ripropone, altresì, di aggiornare le vicende dellHôtel sino alla definitiva chiusura.
Da questo
incipit di cornice, sgorgano e si dipanano gli schemi narrativi in tante sceneggiature, di breve o di lungo respiro, provenienti da quel palazzo che dà vita alle immagini lungo lintero tracciato narrativo del romanzo. Memorabile, in proposito, La Fête Du Vingtième Siècle, la sera del 31 Dicembre 1899, San Silvestro, che chiude spegnendosi sulla eleganza della grande notte aristocratica, al culmine di un ondeggiare sempre più lento di valses romantiques e dame impellicciate che discendevano lo scalone marmoreo. Forse è, questo, lunico episodio che ancora esprime il credito di una classe aristocratica fondata nel passato e ancora nel presente, ma che, poco saggiamente, pretenderà di prolungarsi nel futuro, nel secolo a venire di grandi mutazioni, di orgogliose conquiste di un macchinismo che sconvolgerà tutto, benché non saprà affatto rendere più felici gli uomini. Comunque, con la grande sfilata delle carrozze la Fête du Vingtième Siècle si era gloriosamente conclusa.
In seguito, sotto lincombenza del declassamento, lHôtel concentrerà la sua storia rinnovandosi nelle alterne fortune di una borghesia per la quale prevarrà più lutile e il nuovo (Vicende di motori a scoppio racconta attraverso una scrittura realistica venata di un grottesco che è mai capzioso, come, per la prima volta nella storia del Grand Hôtel, due mostri meccanici erano stati ammessi, avevano violato il silenzio e si erano allineati, non senza danni allaiuola di begonie, sul parterre), e che incarna, in qualche episodio, anche il suo strato più volgare, più moralmente indecente.
Poi, la prima guerra mondiale, letà del Jazz, quando il
Palmiers pareva rinfrescato dalle fresche risate dei giovani yankees e delle leggiadre fanciulle in libere linee Chanel, e che si consuma tragicamente con lannuncio del crollo della borsa di Wall Street, giunto al
Palmiers attraverso il telefono.
Pagine di grande intensità raccontano dellavanzata nazista, della Francia occupata, degli sfollati del Palmiers, fino allo sbarco delle forze alleate, della caduta del governo di Vichy e della liberazione.
E siamo giunti agli ultimi fasti, alla riapertura ufficiale del Grand Hôtel des Palmiers, con un ballo benefico della Croce Rossa Internazionale. Ma, in verità, non ci sarà mai più posto per quellalone di aristocraticità e di arte che un tempo investiva gli oggetti del
Palmiers, e, dunque, ci avverte il sopravvissuto Granduca Alexandre, meglio non parlarne
alcune rivoluzioni sociali, due guerre mondiali, un po di marxismo statalista e di neocapitalismo pianificante, hanno cancellato un mondo che credevamo incrollabile. Così è nata questa società con altri problemi altrettanto assurdi e meschini.
Quanto ai numerosi riferimenti, assunti nei piani linguistici e che si contestualizzano sistematicamente nello svolgimento del romanzo un
leitmotiv di brillantezza e di intelligenza , dirà il lettore, che saprà di certo cogliere quelle pluralità di rimandi metaforizzati che precipuamente investono la galleria dei personaggi, che hanno saputo restituire una voce poetica al vetusto, decadente
Palmiers.
Stefano Bajma Griga
Lungo un arco d’anni che copre poco più di due generazioni, dal 1885 al 1950 circa, si consuma l’effimera stagione del Palmiers. La storia del Grand Hôtel è metafora della storia della
Belle Epoque, che a sua volta è metafora della storia dell’Europa, e quest’ultima finisce per essere metafora della storia dell’umanità. L’autore si esprime per
exempla, costruisce dei personaggi che rappresentano altrettanti simboli e ci racconta vicende ed accadimenti facendo uso di tipologie categoriali. Il lettore ha l’impressione di muoversi dentro un’immensa enciclopedia vivente, come se l’autore avesse soffiato lo spirito della vita nelle didascalie, nelle catalogazioni e classificazioni, facendo d’incanto animare un mondo iper-reale, di cui il lettore può comprendere i segreti e svelare le emozioni, per onorare o per castigare gli uomini che le hanno vissute. Vertigine di presunzione e di leggerezza, l’evanescente consistenza delle vanità: tutto si dissolve e tutto perennemente rimane. Il soffio dell’autore sulle carte e sui registri dell’albergo ha animato non solo la belle époque, ma ha animato tutta la storia dell’umanità, per cui i protagonisti finiranno per esprimersi citando opere e situazioni non solo a loro contemporanee, ma anche collocate in altri luoghi e tempi sia dell’antichità sia della posterità, con rimandi, oggi si direbbe con virtualità, che ci appaiono del tutto consequenziali ed armoniche rispetto al testo sontuosamente polifonico e dialogico. Il libro raccoglie il coro di tutte le voci possibili, da quelle più egregie a quelle più anonime, dalle figure di eccellenza alle mezze figure, cementate e commentate dal filo rosso della voce in sordina e fuori campo dell’autore. L’autore rivolge uno sguardo benevolmente addolorato ed ironico alle sue creature, come ci immaginiamo che debba essere un dio buono che ci osserva, e che ci lascia liberi di compiere ogni gesto, ogni eroicità, ogni viltà, ogni santità e ogni nequizia, e che perennemente ripropone la stesse regole delle carte da gioco a chi si avvicenda al tavolo. L’italiano raffinato ed essenziale, sempre reso sulla soglia della perfezione espressiva, con cui l’autore si esprime è trapuntato, perforato, ricamato e contrappunto dal francese, per necessità di ambientazione romanzesca, e poi dal tedesco, dall’inglese, dal latino, non disdegnando neppure delle capatine in vernacolo lombardo o in altri idiomi, per contribuire a ricreare quell’epifania babelica delle voci che ha da essere l’umana comoedia delle vite e dei destini, così disparatamente diversi e perfettamente identici agli exempla che la visionarietà rivelativa dell’autore ha messo in campo.
Sandro Gros-Pietro