Davide Crepaldi 
Linee aperte
anno: 2001
pagine: 88
prefazione: Sandro Gros-Pietro
prezzo: € 9,3
ISBN: 88-87492-83-2

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PREFAZIONE

La poesia di Davide Crepaldi si proietta verso il futuro della nostra letteratura, ma nel contempo agita e rievoca i ricordi di un passato trascorso ormai da un secolo. Ciò accade perché questa poesia tende a rappresentarci il mondo interiore di un uomo che conduce una vita fatta di chiassosi silenzi e di affollate solitudini, e sviluppa la passione di compiere viaggi con il sogno in un universo che dilata o che sostituisce la realtà. Sotto questo profilo, si tratta di una poesia moderna ed ispirata al futuro prossimo che bussa alla nostra porta e che già si sta materializzando negli atteggiamenti e nelle abitudini caratteristiche dei giovani. L’astrazione, il sogno, la realtà virtuale, i problemi dell’interiorità si stanno affacciando in molti giovani del nostro tempo e stanno conquistando una posizione di priorità e di egemonia nel loro patrimonio di cultura. Questo primo volto della poesia di Crepaldi potremmo dire che è costruito per sensazioni, per visioni, per percezioni, per catene di pensieri, per nessi analogici e per figurazioni mentali. Dunque, sotto questo profilo non è una poesia descrittiva e di lineare comunicazione, ma, invece, si tratta di un discorso intorno alle visioni, fuori dai campi seminati della ragione e in forma di preveggenza e di emozione divinatoria. Se volessimo cercare degli ascendenti letterari, più o meno autorizzati, ma tali da fornirci una sorta di riferimento esemplare, potremmo rifarci alle liriche del poeta gallese Dylan Thomas, che nella prima metà del Novecento realizzò in versi un ineffabile esempio di magia poetica. Mi sembra corretto citare, sempre su questo versante della creatività poetica di Davide Crepaldi, anche l’imaginismo di Sergej Esenin, il poeta russo a cavallo dell’ottobre rosso, con furori rivoluzionari e con esperienze d’amori americani, angelo carnale dalla voce melodiosa eppure infuocata, con un’intonazione di quel tanto popolare da assicurarsi un vasto pubblico di lettori, che ancora oggi lo frequenta, almeno in Russia. Nel nostro Crepaldi, su questo canovaccio d’autore, di onesto declamatore dei sogni e d’intrigante angelo del peccato, si collocano versi del tipo che seguono, tratti da Bianche evidenze:
          Letto e capito,
          conosciuto e scrutato,
          mi aggiro,
          tra sentieri nefandi
          e pensieri sfrenati
          nell’oscura ignoranza
          della luce maligna,
          illuminato dall’eterno peccato.
          […]
          Si è riversata l’immane
          sapienza celeste nelle mie
          deboli ossa,
          raccolgo l’eredità
          ma il lamento solo
          si muove nell’indistinta
          carne polverosa.
Il verso nitido e fremente contamina di proposito la sapienza celeste con la carne polverosa e si carica di un’eco di contemporaneità americana, da figlio dei fiori, perché richiama alla mente situazioni già apparse nei poeti beats d’oltreoceano. Anche l’intitolazione data a tutta la raccolta, Linee aperte, porta con sé il sapore della strada amata da Jack Kerouac ed allude, con velato accento, ad una geometria perfetta del vagabondaggio intellettuale, del contagio delle situazioni e delle idee, della mescolanza delle culture — oggi si direbbe del meticciato — che è stato il tema più innovativo dell’esperienza americana del secondo dopoguerra, votata ad acquisire una coscienza del mondo circostante nella sua interezza planetaria, e che è tutt’oggi l’unico fondamento culturale portante del discorso intorno alla globalizzazione della cultura.
Come si è detto all’inizio, accanto a questo primo volto di iper-modernità del tracciato poetico, Davide Crepaldi ha voluto tuttavia sviluppare anche un atteggiamento di nostalgia quasi ottocentesca per l’atmosfera, le forme e i contenuti dell’eroe sfortunato e avversato dagli eventi, del poeta dileggiato e contrastato dai contemporanei, dell’uomo che combatte e che soffre sulla pelle la cattiveria del destino e del prossimo, in modo da ricreare a tavolino quell’elegia della miseria che è stata tipica del romanzo popolare e melodrammatico, sul filone di Senza famiglia. Si tratta di un versante, questo, che è volutamente lontano anni luce dalla contemporaneità, la quale vive facendosi cullare dalle telenovela, tutte ispirate all’elegia del benessere e di un dolciastro perbenismo sociale, in cui la miseria, la sfortuna, le difficoltà vengono automaticamente interpretate come le manifestazioni del demonio e della delinquenza. Davide Crepaldi percorre, dunque, questa strada apparentemente anacronistica e dello scorso secolo, consistente nel canto pronunciato dalla parte dei derelitti, e sviluppa almeno due aspetti della sua poetica che furono altrettanti pilastri portanti nell’opera di Charles Dickens, per esempio in David Copperfield: da un lato, l’impegno di denuncia e di promozione sociale, dall’altro lato, infine, la rappresentazione per paure e per meraviglie dell’unica età felice e gentile dell’uomo, cioè dell’infanzia. Sul versante del sociale, si confrontino i versi che seguono, tratti da Uomini poveri:
          Immagini silenziose
          s’aggirano tra i solchi
          della città.
          Percorrono anfratti
          immersi nella memoria.
          Non vi è libertà nella
          loro inquietudine,
          né volontà nel loro
          girovagare.
          Ombre
          che popolate
          la realtà ignorata,
          poveri movimenti
          senza pace, condanne viventi,
          la vostra povertà è pura
          ed enorme il fardello, ma tanto
          raccoglieste nel difficile cammino
          che la felicità edificaste con i vostri
          miserabili passi.
Come esempi di sapienza costruiti con l’atteggiamento del vagabondo che conduce il pellegrinaggio di Demostene alla ricerca della verità è opportuno citare almeno le tre poesie Nomade, Uomini come tanti e Compagni di sfuggita, quest’ultima proprio specificamente dedicata ai gatti randagi. L’incanto della fanciullezza e l’oro della gioventù è, infine, una situazione di canto diffuso in modo endemico ed effusivo in tutta la poesia del giovane autore e si trasfonde nei versi alla madre, alla luna, agli uccelli, ai prati, al fiume dei suoi ricordi e a mille altre ulteriori situazioni poetiche con cui è riccamente ornato il percorso del suo dire in versi.
La poesia di Davide Crepaldi contiene una luce di rara bellezza ed autenticità, ottenuta con una teoria di riverberi del passato che rilucono, fra nostalgia ed evocazione, sull’intreccio dei fatti della modernità e sui riscontri dell’attualità, fino a comporre un mondo e un modo unico di vivere e di rappresentare l’esperienza interiore ed intellettuale del poeta.

Sandro Gros-Pietro

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