Il romanzo si muove fra l’autobiografismo meditativo (sia pure attraversato da qualche intrusione di fantastico-esoterico) di chi nella narrazione dice “io” e le rapide accelerazioni del ritmo determinate dall’incalzare degli eventi di cui lo stesso “io” è partecipe. Com’è tipico delle opere inventive che mescolano riflessione ad azione, anche qui l’equilibrio narrativo si realizza in pieno nei momenti di massimo bilanciamento del plot, soprattutto là dove non rischi di apparire architettato, con la capacità del linguaggio di reggerlo e di rappresentarlo.
In
Odissea 2000, il plot si fonda sullo spaesamento in seno alla realtà e alla storia di un io narrante che possiede un concetto altissimo della poesia e che, essendone imbevuto fin nelle più intime fibre, ad esso ha uniformato la sua stessa esistenza e i “valori” che vi si connettono: l’amicizia, l’amore, il rispetto degli altri, la correttezza nei rapporti interpersonali ecc. Né poteva accadere diversamente in un uomo che ha raggiunto la soglia della terza età assiduamente visitato dalla sua adorata Musa e in permanente colloquio con i cari poeti d’ogni tempo e d’ogni dove: un uomo che ama talmente la sua Musa e talmente si identifica nei suoi poeti da confessare, parlando di sé in terza persona e senza la protezione del deformante schermo dell’ironia: “Avvertiva dentro il fanciullino del Pascoli e doveva fare quelle cose per cui palpitava: la ragione doveva essere messa in secondo piano. Farfugliava in lui puro il senso del bambino incontentabile dei Crepuscolari, di Corazzini in particolare: era un vinto che si scontrava con la realtà della vita e la gioia, alla fine, gli sembrava una inutile illusione. Internamente, gli rimaneva il pessimismo leopardiano che si colorava di paesaggio per celebrare il grido di dolore universale e di morte” (altrove, sempre per effetto di questo processo di identificazione, che lo porta a significare pensieri e reazioni emotive e atti e sentimenti proprî tramite l’aspetto peculiare della poetica di uno dei suoi autori, annoterà: “Fra le nuvole, sull’Atlantico, non fu capace di distendersi un attimo. Come Pavese, stava provando disgusto per la vita e con il pensiero ridiscese le scale dell’esistenza. Ma si ricordò di certi versi di Dante, di Villon e di Baudelaire e con il cuore capì che ancora la speranza non era perduta”).
Ciò nonostante, il plot assume, specie nella seconda parte della narrazione, il taglio secco e duro delle sequenze mediante le quali taluni telefilm raccontano lo strato più umanamente “arido” della società americana, con i suoi alberghetti dove il sesso si consuma a profusione, i locali equivoci e fumosi, la facilità dell’approccio, la bestialità della violenza sempre pronta ad esplodere. E il linguaggio vi si attaglia, modellandovisi, assumendo le convenzionalità, le cadenze e gli schemi un poco rigidi che connotano le forme espressive di quel genere di telefilm ed attestandosi su un grado medio (dei “media”) di comunicazione che lo rende di assai accessibile lettura.
Franco Pappalardo La Rosa, dalla prefazione
Odissea 2000 è la rappresentazione del novello Ulisse che, attraverso le peregrinazioni, spesso dolorose, dell’animo, riesce a vivere ed a sopravvivere nel mondo moderno, traendo forza dalla fiamma lirica della poesia. Dunque, i versi sanno riscattare la società consumistica e superficiale di oggi con l’esempio vitale dei sentimenti più positivi. Al di là e al di fuori del limbo dell’utopia, la poesia così diventa concreta molla di riscatto e di vero progresso.
Odissea 2000 è un romanzo dove la poesia parla con il linguaggio della prosa e la trama stessa si transfigura in verso, metafora vincente dell’uomo che cerca un approdo dopo anni di vagabondare ed errare spirituali, certe volte ben più faticosi di quelli fisici. Mino De Blasio in quest’opera evidenzia che è possibile il riscatto se si segue l’onda coinvolgente e libera del sentimento.