Michele Piovano 
Secondo la clessidra
anno: 2001
pagine: 116
prefazione: Giovanni Tesio
prezzo: € 9,3
ISBN: 88-87492-68-9

SCHEDA DELL'AUTORE
LASCIA UN COMMENTO

PREFAZIONE
 
Nulla di più appassionante che ingaggiare una lotta d’ascolto, affrontando un testo poetico come un aspro luogo di musicalità da percepire, di sensi da connettere, di figure da dipanare. Una battaglia paziente che tenta di entrare nella selva dei segreti, non per vincerne l’impenetrabilità ultima (l’enigma resta a dispetto di ogni tentativo di decifrazione), ma almeno per tradurne un senso: un po’ come accade nei fruscii d’attesa che accompagnano le connessioni internetarie (c’è del mistero anche qui…).
Leggendo l’ultimo libro di Michele Piovano, Secondo la clessidra, che arriva dopo Rive e derive, dopo I nodi inquieti, dopo Il respiro del giorno, viene intanto da notare come sia superbia voler capire tutto. Lo ha ben detto lo psicanalista Augusto Romano che in un suo libro suggestivo, Musica e psiche, sostiene come l’esercizio poetico abbia parecchio da insegnare alla psicoterapia, “il cui compito non è essenzialmente quello di spiegare, ma di abituare il paziente a salvare il suo rapporto con le immagini, a entrare nel proprio mondo". La poesia non chiede di meglio e non vuole di più. Anche la sua pretesa oscurità non è che un falso problema, perché l’oscurità della poesia è un’oscurità che parla, venendo dall’esatto opposto di un’impotenza espressiva. Può tornare a proposito – evidentemente come puro richiamo di merito, fuori da ogni confronto di valore – quanto Paul Celan scrisse per sé, citando Pascal, nel discorso che fece a Darmstadt il 22 ottobre 1960 quando gli fu conferito il premio Büchner: “Ne nous reprochez pas le manque de clarté puisque nous en faisons profession!". (Lo comprese anche uno scrittore come Primo Levi che sempre fece professione di chiarezza e che pur resistendo all’oscurità di Celan non poté negarsi del tutto al suo fascino).
Se cito Celan non è per caso, essendovi indotto da un’epigrafe che Piovano prende appunto da un verso del poeta franco-tedesco, collocandolo nel cuore del cuore del suo libro, ad apertura di una poesia che sta nel perfetto centro del centro, come a dire il punto cruciale del bilico a cui l’intero libro si tiene. L’epigrafe annuncia: “È tempo che il sasso acconsenta a fiorire". Difficile essere più chiari. La poesia di Piovano va dunque intesa come un’oscurità che pur corrispondendo all’inquieta coscienza del caos, non smette di aprirsi ai “sussurri” delle “nuove prospettive”. Letto così, Secondo la clessidra diventa un libro di fitta tessitura, compatto e denso come solo sanno esserlo i libri che non nascono per mera addizione, ma ruotano intorno ad un nucleo di conoscenza e coscienza interiori, lontanissimi da qualsiasi presunzione di voce. Dal buio di un mondo invasivo e straniato vi si scorgono a tratti i lampi e le mezze luci di un percorso che si tiene all’assiduità di un’idea coltivata: “Ognuno fa compagnia a se stesso contemplando / gusti e usanze che ripassano dentro” (la poesia Vite d’Oltreoceano della sezione seconda, Itinerari, dove non andranno ignorati i passi specialmente piemontesi e torinesi, che nel segno di un io in ascolto finiscono per riguardare anche altre sezioni).
Come dire che l’oscurità è nel nostro stesso procedere, in cui solo a tratti e all’improvviso il respiro ci allerta, il destino ci incalza e l’attimo finisce per rivelare qualche battito o soprassalto di verità pulsante entro “la traccia che da sempre ci appartiene”. Come ribadire il senso esposto di una rivelazione che può venire dalla luce che luccica nel tempo più chiuso dell’inverno: “Parlano i corpi nel sonno e le pietre / con lievi sussurri – Nulla è casuale (o tutto?) in Ka” (dalla poesia Incursioni invernali alla sezione Punti di vista), dove par di cogliere con l’invito wittgensteiniano ad aprire le porte verso l’interno per scoprire i sensi riposti, “i sogni / più segreti dell’anima” (dalla poesia Proposte nella stessa sezione), l’invito altrimenti ad aprirle verso l’esterno “per rendere più ricca la vita”.
Mirabile per incidenza, sempre nella sezione Punti di vista, anche la “proposta” dedicata alla figlia, che non resisto a citare: “Diciamo tempo di marzo – e la luce / come niente sale agli steli / stretti sui fianchi. // Accettala, / quasi sussurro dalla soglia: è poco, / poco più di un gioco / amabile contro la guancia. // La pelle è viva e tu / senti il volto confuso delle cose, / l’enigma che si sbianca uguale al bianco / sulla magnolia. Un brivido / tace dopo il travaglio dei rami, / più stupore che evento. Ora è voce / di fiori oltre il cortile”.
Sette sezioni di musicalità franta e frequentemente antilirica, che aprendosi ai percorsi del tempo nella primissima sezione (eponima) chiude con la colloquiale confidenza dell’ultima sezione Dal giardino e con l’excipit tutto da citare come esemplare in sé perfetto: “Vedi come il tempo ogni volta cambia / se noi diciamo sì, / dolce paese antico, come è mite / l’albero senza fragore / e da sotto l’innocenza del prato / sono partiti ministri e diatribe / che smarrirono il senso / riposto delle cose. / Qui tutto è tranquillo / quale si conviene a un cespuglio / dalla memoria antica, ogni siepe / muove le sue foglie, più che vocali / sussurri / per nuove prospettive”.
Excipit compiutamente coerente con l’incipit quasi programmatico a cui fa da inevitabile rimando: “A cuore nudo / lungo il muro in bilico. Una crepa / nel suo lentissimo silenzio / è lo spazio per comporre il brusìo / colmo di polvere e di uccelli. // Abbiamo bisogno della sete / perché non invecchi il canto / la nuvola l’infinito del gesto / da coniugare”. (Ma occorre poi dire che gli incipit di ogni sezione sono specialmente indiziari, a conferma della disposizione molto costruita e calibrata dell’intero libro).
Ci sono qui gli elementi primi: l’immagine del “muro in bilico”, la “crepa, “il lentissimo silenzio” inteso come “spazio per comporre il brusìo” che è per altro contraddittoriamente colmo “di polvere e di uccelli”, la glossa che dice il senso di una negatività attiva (la sete che detta il canto, facendone sentire l’urgenza e la necessità), la nuvola che diventa il simbolo dei gesti da comporre in destino.
Intorno ad essi, tutto il libro muove. Al “muro in bilico” fanno riscontro le porte, i vetri, le soglie, gli usci, le siepi che sono passo e frontiera, che marcano il qui e l’oltre, che legano (più di quanto non dividano) il noto e l’ignoto. Alla “crepa” – montalianamente la maglia che non tiene –, lo scarto, il varco, lo spiraglio, la traccia, il “risicato passaggio d’ogni giorno / tra un camion e un cancello in condominio” (la poesia che avvia la sezione centrale Rifrazioni). Al “lentissimo silenzio” i tanti silenzi che percorrono l’intero libro, avvolgendolo in una sorta di vita sospesa in cui fiorisce l’ascolto, la tensione verso un altrove (valga la presenza costante di una parola-chiave come “vento”) che dà segnali minimi: brusii, ultrasuoni, parlottii, palpiti, battiti, echi, respiri, fiati, riverberi, riflessi, barbagli, crepitii, il “poco / o nulla”, il “quasi / nulla” (enjambements di accortissima sospensione!), in cui s’incunea – proprio come in Celan – l’Atemwende: “la pausa impercettibile in cui l’essere vivente passa dall’inspirazione all’espirazione o viceversa” (Giuseppe Bevilacqua).
Per non dire della polvere, a cui s’associa la cenere, simbolo di abbandono e di tempo consumato. La “clessidra” del titolo misura a sua volta la sabbia del tempo che ci avvolge e ci dissipa, allo stesso modo del “tunnel” della già citata Vite d’Oltreoceano, “dove goccia il giorno”. Mentre spetta agli “uccelli” evocare l’altezza del volo e dei passaggi d’anima, esattamente come nella poesia che annuncia, ancora, la sezione intitolata Itinerari (“L’anima è in cerca di stagioni diverse, orizzonti / da compiere ancora / dietro il passo degli uccelli, / dietro un altro te stesso”), del resto associabile, a sua volta, al “volto leggero delle nuvole” nel componimento Torre del Lago, che rende perspicuo il primo richiamo.
Andrà in questo senso meglio sottolineata la sezione Mondo bianco, che costruisce una trama di corrispondenze specialmente omologhe alla direzione generale della ricerca di senso (celaniana tra tutte la poesia Uno e due). In uno spazio-tempo speciale, che è tregua e sospensione, la vita si ostina infatti ad allevare “luce tra la cenere / dei volti abbandonati” (la poesia che dà il titolo alla sezione), essendo annunciata del resto dalla poesia iniziale della sezione Rifrazioni (la sezione assolutamente centrale, quella più gremita di segnali, la più densa e raggrumata), che già m’è capitato di citare: “Dal verde estivo che è rimasto / muto ai lati della strada / quando ogni parola è alla cerca della chiave / del messaggio – lo si vedrà domani, / se domani avrà un senso”.
Allo stesso modo la sezione rimasta da citare (Dal fondo del cassetto), che ha quasi l’aria di recuperare un giacimento segreto, si legittima costruttivamente come transito delle voci più misteriose e persino misteriche, come accade nel migliore esemplare della sezione, che scaturisce da un accenno di filastrocca infantile o dal formulario esoterico-giocoso di un antico grimoire: “Nero più nero, / mezzanotte in mezzo al cielo. / Naso di gatto chi mai lo vedrà? / Era già lì inguainato nel buio / della consueta solitudine, / distante e lucido come un sovrano / che scende dalle scale”.
La poesia di Piovano si nutre di musicalità segreta e schiva, non concede nulla al canto pieno, il suo canto è discreto e perplesso ma mai arreso. I suoi itinerari portano ad un continuo s-viamento per un continuo rimpatrio: andirivieni e bilichi su cui si costruisce (ancora la poesia Uno e due: – uno e due, / uneddue –) il viaggio del filo “oltre la cruna”.
Come nel discorso di Darmstadt – e giusto per terminare con una suggestione di lettura che non mi sembra senza appigli – si potrebbe registrare qui ciò che Celan ebbe a dire sul “meridiano” della poesia: “Vuol dire che, in quanto si pensa a dei poemi, poetando si battono vie simili? E queste vie sono soltanto s-viamenti, deviamenti portanti da te a te? Ma sono pure allo stesso tempo anche vie – fra tantissime altre – sulle quali la lingua si fa sonora, sono incontri, vie che una voce percorre incontro a un tu che la percepisce, vie creaturali, forse progetti di esistenza, un proiettarsi oltre di sé per trovare se stessi, una ricerca di se stessi… Una sorta di rimpatrio”.

Giovanni Tesio

LEGGI UN ESTRATTO

CERCA:     
  autore   titolo   anno   pagine   prezzo  
 

Gabriella Bertizzolo  

 

Tutto era inizio

 

2001

 

pp. 96

 

€ 9,3  

 
 

Rossano Onano  

 

Preghiera a Manitou di Cane Pazzo

 

2001

 

pp. 192

 

€ 13  

 
 

Yaro Petti  

 

Cercavo l’amore

 

2001

 

pp. 72

 

€ 7,75  

 
 

Lina Gabrielli  

 

Baci non chiesti

 

2001

 

pp. 112

 

€ 10,5  

 
 

Adriana Albini Noonan  

 

Le ali della fenice

 

2001

 

pp. 128

 

€ 9,3  

 
 

Giorgio Buridan  

 

I parafulmini del Palmiers

 

2001

 

pp. 272

 

€ 15,5  

 
 

Davide Crepaldi  

 

Linee aperte

 

2001

 

pp. 88

 

€ 9,3  

 
 

Mino De Blasio  

 

Il vivere lirico

 

2001

 

pp. 168

 

€ 13  

 
 

Mino De Blasio  

 

Odissea 2000

 

2001

 

pp. 112

 

€ 10,5  

 
 

Michele Piovano  

 

Secondo la clessidra

 

2001

 

pp. 116

 

€ 9,3  

 
 
  autore   titolo   anno   pagine   prezzo  
   
<< 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 >>
Genesi Editrice sas    P. Iva / C.F. 03058280011   Via Nuoro 3 - 10137 Torino