PREFAZIONE
E nuovamente cerco la parola,
una parola-ponte, una parola cardine,
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Ripensare la parola come ipostasi estranea ed esterna all’atto che la fonda in un soggetto pensante e senziente, sintesi di emozione e ragione, è una sfida che il poeta impone a se stesso quando si toccano i limiti dell’esperienza di sé e la riflessione sul proprio universo mentale crea le condizioni per continuare a vivere quell’intenzione ideale che viene chiamata poesia. Parlare della parola come grembo maieutico dal quale si generano nuove e diverse vicende interiori comporta il rischio necessario di una razionalizzazione e formalizzazione del dire poetico oppure l’accettazione volontaria del rischio chiamato silenzio. Il dialogo tra l’io e la parola propone un’altra vicenda, in un dualismo aperto, dove il dire si assimila al vivere ed è impossibile discriminare l’esperienza di sé dalla sua rappresentazione.
La poesia di Maria Teresa Codovilli vive su un doppio statuto della parola. Da una parte il canto disteso, la fuga di assonanze e ritmi, il modularsi della parola in un’apertura totale all’esperienza dell’alterità mentre, dall’altra, l’implosione sapiente dell’haiku. Quando il registro della canzone distende i versi alla ricerca di un dialogo con l’ospite presente perché già compartecipe, il controcanto dell’haiku s’immerge nel tempo interiore alla ricerca del fantasma prezioso scandendo l’esperienza essenziale di sé. L’apertura del tempo diventa quasi una sorgente sigillata nella memoria alla quale attingere per impossessarsi nuovamente di ciò che traumaticamente è stato perduto.
Su questo dualismo è possibile comprendere il senso di un fare poesia che nel dualismo della scrittura e della parola viva cerca di cogliere la dialettica dell’io tra le forme chiuse e il divenire della parola. Non è privo di suggestione il dialogo privato con le forme di una scrittura estranea alla tradizione occidentale mentre non è difficile leggere la memoria personale sospesa tra la dimensione ermetica e l’intonazione madrigalesca. L’haiku diventa madrigale per voce singola ripetendo dentro tutta l’esperienza personale della parola sospesa sul non detto, al limite dell’indicibile e di ciò che è stato perduto senza la possibilità di restituirlo alla parola.
Lo specchiarsi nelle forme già istituzionalizzate produce quelle frontiere interne sulle quali è possibile cogliere il proprio esilio e la nostalgia di sé dinanzi a una parola che pretende di affermare, di superare la via negativa che indica l’assenza di sé a se stesso quando il tempo mostra le distruzioni irrecuperabili e l’impossibilità di transitare nel presente. Tra la familiarità della vita interiore e la sorpresa dell’altro che limita la possibilità di dire, il fantasma negativo del tempo costringe l’io a prendere atto della propria finitezza. Perché, al termine di ogni viaggio nella parola, è proprio questo l’esito che la coscienza più interna deve accettare. C’è un’esperienza della finitezza che separa dal presente e impone il cammino a ritroso fino a trovare il luogo nel quale è avvenuto il trauma che ancora persiste nella parola. “Nel papavero / l’emblema di braciere”: l’ambivalenza della distruzione nell’essere vivente.
Questo avvertito dissolversi del tempo tiene l’io in bilico sulla dualità dell’immaginario poetico costruendo ponti verso un presente che già viene meno sottraendo l’ultimo sguardo sul mondo. “L’ultimo grillo ,/ nel prato che s’oscura, / trema di luna…” e la sospensione indefinita della voce mostra come i vuoti vengono scavati dinanzi alla parola appena detta. Il presente è già radicato nella finitezza e la sua negatività permette di parlare quasi nostalgicamente di ciò che ancora sta di fronte. L’“impronta che svanisce” è scrittura quasi già diventata illeggibile perché l’occhio non è più in grado di recuperare il senso profondo oltre le apparenze della superficie.
L’apertura del canto disteso, che si dirama per percorsi di assonanze e immagini metonimicamente continue, mostra l’altra possibilità di una parola che cerca di impossessarsi di tutto lo spazio virtuale del significato facendo coesistere tutti i modi della presenza. Il protagonismo della parola spezza ogni cristallizzazione dell’io, la formalizzazione delle ragioni razionali della lingua, per una deriva vissuta tutta soggettivamente in grado di recepire e rappresentare la curvatura dell’esperienza del tempo dell’esistenza. Si ricompone un’esperienza originaria del mondo e di sé che è insieme dire ed essere. Già il primo componimento pone l’identità tra l’essere e il dire senza costruire barriere fino a sconfinare sulla frontiera del silenzio. L’essere, senza un qualcuno che lo fa essere in un gesto vivente, è rischioso. Da questo rischio salva l’atto vivente della poesia che riesce a ritrarsi, fare un passo indietro, quando la seduzione del silenzio e del nulla sembra attrarre verso le proprie profondità insondabili.
La riflessione su di sé diventa allora tensione all’apertura. La parola si distende in cerca di armonie e consonanze sempre più interne e la parola cerca di incontrare se stessa quasi per certificare dentro sé la momentanea percezione e coesistenza del tempo e dell’io. I luoghi e le persone, le cose della quotidianità, certificano la verità di una poesia che non sfugge nella gratuità e nel narcisismo ma ricompone tutte le presenze in uno spazio di comunicazione dentro il quale il poeta e i suoi interlocutori e destinatari possono coesistere perché accomunati dallo scambio vicendevole della parola e della presenza. Su questo scambio di presenze, in un immaginario sempre evocativo, si possono raccogliere i frammenti verbali delle emozioni e riportarli nella scena interiore dove tutto può ritornare senza consumarsi.
Il cammino dentro la parola avverte sempre il senso di una dualità ineliminabile, di una scissione che non si rimargina ma che porta al elevare le tensioni verso un dove utopico anche se non conosciuto. L’altrove si sottrae alla nullificazione perché radicato nel tempo e nell’esistenza e riesce a leggere gli indizi e i segni di un’alterità positiva che trascende, ma si dà anche in dono alla visione e all’emozione personale. La sorpresa di gennaio: “Ed ecco, di tenuità sospesa, / un indizio di luna lieve”. Così come le prime ciliegie “m’imprimono intimamente arature / e raccolti di gioia fresca”. Il tempo continua oltre la finitezza personale e fa nascere dal proprio nulla forme di esistenza da cogliere come doni inaspettati. Si può chiamare poesia? La memoria scorre e il tempo trasporta le immagini dell’esistenza dall’interno all’esterno e le fa rivivere quasi dono per vecchi e nuovi ospiti.
Non è necessario razionalizzare il dualismo, unificare e assimilare ciò che è oggettivamente scisso e indicibile. Il potere dell’io poetico fa da ponte nella molteplice esperienza di sé e dell’altro senza doversi sottomettere alla dittatura di un’unica razionalità della parola. Il poeta è sempre in cammino, verso sé e verso il mondo per “riabitarsi… smemorarsi… bastarsi… libellularsi”, cercando sempre di porsi al limite di ogni domanda.
Antonio Gagliardi