PREFAZIONE
Non sono pochi i libri di memorie che si fanno apprezzare per la qualità del racconto e la forza di suggestione trasmessa al lettore, coinvolto nelle vicende narrate, soprattutto quando trascendono l’ambito personale per evocare momenti significativi della vita di una città o di un popolo. Il libro di Simonetta Bachi è certo uno di questi; esso occupa tuttavia, nel genere memorialistico, un posto particolare per la sua anomalia, che è la ragione della sua indubbia originalità.
Innanzi tutto esso conquista un suo spazio autonomo rispetto alle pratiche correnti di scrittura di memorie, che di norma organizzano il discorso lungo un solo asse narrativo, il diario o il racconto autobiografico in prima persona, corredato a volte da un’appendice di testimonianze documentali. Al contrario in questo libro più voci interferiscono; al racconto a distanza della voce monologante si alternano il resoconto giornaliero in presa diretta degli eventi, nella forma del diario, e la registrazione delle risposte dei corrispondenti alle lettere che la protagonista inserisce nella trama della narrazione.
Non meno significativa la cornice che comprende una nota storica, che dà notizia del processo celebrato nel 1968 a Osnabrück in Germania a carico degli ufficiali delle SS responsabili del massacro di 34 civili, uccisi solo perché ebrei, tra cui il marito e il suocero della protagonista, un’introduzione della nipote Simonetta Bachi, un epilogo e una postfazione della stessa. L’arco cronologico è così dilatato, dal tempo del racconto, tra i primi anni Venti e la fine degli anni Novanta, a quello della scrittura, che va oltre il decesso di Elena Bachi, avvenuto il 28 ottobre 1997. A parte la singolare mescolanza di fonti storiche, epistolari e diaristiche, che fanno da contrappunto al racconto in prima persona, la novità dell’opera risiede proprio in questa incertezza sull’origine, per così dire, autorale di essa; chi è il narratore? La protagonista, Elena Bachi, a cui la nipote Simonetta avrebbe prestato voce, o al contrario questa, ben lungi dall’accontentarsi di una funzione amanuense, avrebbe ordito la trama del racconto, secondo un ben calcolato progetto narrativo? Ma la questione non va posta drasticamente in questi termini, come scelta tra i due aspetti di un dilemma. Una risposta in un senso o nell’altro, rimuoverebbe a torto l’ambiguità in cui risiede il fascino del libro, cioè della coappartenenza di entrambe a uno stesso mondo interiore, in forza più che di un rapporto simbiotico, di un’affinità elettiva, al di là dei legami di consanguineità. In apertura di libro Simonetta Bachi pone con estrema evidenza il problema. “Di chi è stata l’iniziativa? Io questa storia la voglio scrivere e lei la vuole raccontare”. Nelle ultime pagine, nel riferire del carteggio con Nick, l’amico ritrovato, ormai in
limine mortis, Elena conferma che la storia è raccontata al duale: “Ne ho parlato con mia nipote, e abbiamo deciso di scrivere un libro, le cui vicende neanche per un romanzo sarebbe facile inventare”. L’immedesimazione di Simonetta nell’universo affettivo, sentimentale, in una parola nel vissuto della zia è tale, da non consentire di tracciare una linea di confine tra chi racconta e chi trascrive; il
romanzo è scritto, se così si può dire, a quattro mani, in cui per la riuscita fusione di vedute e intenzioni, vita e racconto coincidono.
A questo punto mette conto domandarsi – l’interrogativo sorge dalle pagine del libro – se il racconto esaurisca una vicenda così intensa. Sono parecchi i segnali che autorizzano il sospetto di un
al di là del racconto, o piuttosto di qualche cosa che resista alla sua rappresentazione, e che trattenga le parole, dal
Penso, ma non lo dico che in apertura di libro erige un sia pur sottile sipario tra Elena che racconta e Simonetta che scrive, alla singolare circostanza del decesso di Elena il giorno stesso dell’incontro con la nipote che con lei avrebbe dovuto concertare il finale. È proprio il senso di incompiutezza, come si evince dall’epilogo scritto da Simonetta, ad aprire un orizzonte di mistero, che è tanta parte del fascino del libro. C’è sempre un
oltre, che valica i confini del già detto, del saputo, una sorta di
non ancora che rende febbrile l’attesa, come suggerisce il titolo stesso
Vengo domani, zia, e accende la speranza che “
mercoledì verrà presto”. Un’ansia di dire che si scontra con la consapevolezza che non tutto può essere raccontato, che una parte cospicua è condannata a restare sepolta nel silenzio, o addirittura tocca ad altri raccontare. Anzi, la separazione dal mondo dei vivi sembra essere la condizione della sopravvivenza della memoria, come scrive Elena a Nick, l’amico di un tempo: “Potrò sapere qualcosa di più della tua difficile esistenza il giorno in cui non ci sarò più neanch’io”. Il
Quando non ci sarò più scandisce come un ritornello la risposta a Simonetta impaziente di leggere i diari. Le quattromila pagine a cui la zia ha affidato la memoria della sua adolescenza e della sua giovinezza, le saranno consegnate solo dopo la morte di questa.
L’attesa di un futuro che trova emblematica espressione nel titolo stesso del libro, accende di speranza l’adolescenza di Elena ed è tutt’uno con la tensione che attraversa il racconto e ne sostiene il ritmo. È un progetto di vita che si estrinseca nel quotidiano, nelle vicende apparentemente più insignificanti, che dà senso e orienta le scelte della giovane donna che si confronta e si scontra con le asperità dell’esistenza, e alle prese con una dura realtà di odio, di distruzione e di morte viene temprando il suo carattere. La sua è un’impossibile rincorsa alla felicità, è un tentativo perseguito con tenace determinazione di realizzarsi, di definirsi in rapporto agli altri, prima rispetto alla famiglia, poi al mondo circostante. Una vita percorsa dall’inquietudine e segnata da frustrazioni e sofferenze anche nei momenti di apparente spensieratezza e di innamoramento. Non è un caso che sin dalle prime pagine i casi di morte precoce di fanciulli e giovinetti incupiscano l’orizzonte di vita di Elena; fanno la loro comparsa involontari simboli funerei, come il bambolotto schiacciato nell’automobile di papà, chiamato dalle bambine Roberto, quasi segno premonitore del tragico destino di Roberto Levi, il futuro marito. La frequentazione della scuola pubblica, sin dalle prime classi elementari, fa acquisire d’improvviso ad Elena ignara il senso della propria diversità religiosa nel sentirsi brutalmente apostrofare da una compagna: “Sei tu che hai ucciso Gesù Cristo!”. Il culmine di intensità è raggiunto, per l’incalzare del ritmo e l’accumularsi della tensione, nelle pagine che raccontano gli anni di guerra, ove è rappresentato uno spaccato esemplare di vita torinese, negli anni bui dei bombardamenti, e degli sfollamenti di masse infreddolite e affamate, stipate in vagoni ferroviari o all’assalto di mezzi di fortuna, carri, camion, ecc. facendo riemergere nei testimoni di quei tempi remoti incubi e angosce non sopite. È il preludio della tragedia che si consumerà nell’ultimo atto, con la separazione dal giovane sposo e dal suocero, portati via da una camionetta delle SS, per non far più ritorno.
Credo che il
sugo di questa storia vera, in cui sono sbalzati con nettezza i profili dei personaggi evocati con i loro umori e le loro contraddizioni, tolti come sono di peso dalla vita, sia concentrato nella lettera che Don Giuseppe Annichini, il sacerdote di Omegna che mise al sicuro Elena e i suoi genitori, scrisse alla protagonista dopo la guerra, e che è come il testamento morale a noi affidato.
Forse il segreto dell’accanito resistere agli insulti della storia, e della fierezza di Elena nella coraggiosa traversata delle asperità della vita è nella riserva di speranza, mai esaurita neppure nelle ore più dolorose e nella delusione delle attese. È la lezione che da questo singolare libro di memorie ci viene.
Giovanni Ramella
Rielaborazione dai diari della zia dell’autrice, Elena Bachi, scritti tra il 1929 e il 1943.
Elena Bachi proveniva da una famiglia torinese di religione ebraica e aveva sposato Roberto Levi, cugino di Primo Levi.
Il diario è uno spaccato di vita vissuta: l’ambiente della borghesia torinese negli anni “trenta” (con i giovani destinati a diventare famosi: Edgardo Sogno, Gillo Dorfles, Carlo Casalegno), il liceo, le vacanze, gli amori, i dispetti e le confidenze di un’adolescente che cresce. Poi le scelte più impegnative, il fidanzamento, il matrimonio.
Questa vita che scorre sullo sfondo dell’Italia fascista, muta radicalmente prima per le leggi razziali del ’38, poi per la guerra, sino a giungere all’esito drammatico: l’uccisione del marito della protagonista da parte delle SS, durante le stragi del lago Maggiore dell’autunno del 1943.
Il testo, scritto in linguaggio rapido ed accattivante, è paradigmatico sia di come viveva la borghesia italiana durante il fascismo, sia di quale rottura abbia rappresentato il 1938.
Gianni Oliva