La poesia di Agostino Gandolfi è un riuscito esempio della ricostruzione del linguaggio che nomina la realtà attraverso la dialettica delle idee astratte e delle categorie della mente che il poeta si dà – o di cui va alla ricerca – nella trama insolubile dei propri percorsi psicologici. L’effetto a cui questa poesia approda non è molto lontano da una visione orfica della realtà, cioè assomiglia ad un sogno impalpabile ed analogico, che assume significati disancorati dalla realtà, ma precisamente e calligraficamente denotativi, invece, delle nominazioni con cui il poeta descrive il paesaggio della sua mente e delle categorie con cui trasfigurare o inventare la realtà. Non a caso ho parlato di visione orfica della poesia, perché vi è un dettato che trascura il dato reale e che si concentra, invece, sul processo di creazione mentale del poeta. Si aprono così i due versanti principali sui quali Agostino Gandolfi splendidamente conduce la sua straordinaria e raffinata esperienza di scrittura poetica: da un lato, vi è una dialettica psicologica e quasi neurologica di analisi dei processi mentali del poeta, ma d’altro canto, vi è uno studio profondo delle possibilità semantiche e delle forme espressive del linguaggio poetico, che finisce poi per sfociare in una cristallina limpidezza e cura dei modi e dei contenitori del discorso. Il discorso, infine, è pronunciato sul grande dibattito poetico del nostro secolo: l’incontro con l’assenza di Dio, l’orrore annichilente della morte, gli orologi della memoria cui ancorarsi, l’invenzione gratuita ed infinita dell’esperienza e della propria esistenza. Si perfeziona, infine, la leggerezza e lo spessore di un dire essenziale e sublime che rappresenta la definizione stessa della poesia, cioè la capacità di una maggiore comprensione del mondo.
Sandro Gros-Pietro
La sapienza del corto circuito linguistico, dell’ossimoro sorprendente segna il luogo dove la parola, tra l’esercizio mentale e il contagio del corpo, prende atto della convivenza precaria tra l’emozione e l’intelligenza. E l’ossimoro, anche se non formalizzato, diventa la chiave di una poesia che non può portare il conflitto fino in fondo né sa adeguarsi alla pacificazione della doppiezza tra il sapere e l’essere.
Antonio Gagliardi, dalla prefazione