PREFAZIONE
Ho riscoperto di aver scritto delle poesie grazie al direttore di
Vernice. Scoprii di avere gusto per la poesia quando dirigevo una rivista,
Lo Stato, nel 1961. Nei pochi mesi in cui visse la rivista, scrissi poesie politiche per confortare i miei lettori a combattere contro il centrosinistra e contro l’unità dei cattolici. Non ho più la collezione. E per me la poesia è stata allora una gioia, ma avrei considerato una vanità continuare a scrivere se non erano diane di battaglia. Ne conservai nella mia raccolta personale una sola,
Santa Russia del 1961, che oggi mi sembra singolarmente attuale. Non sono slavofilo, avevo letto allora da poco Khomiakhov e qualcosa mi era rimasto in mente. Dopo vennero anni di solitudine e di isolamento: e la poesia non fu più una diana ma un conforto. Scrissi poesia, credo dal 1961 al 1972. Le ho rilette. Sono poesie mistiche, sono figlie di Dionigi il confessore di Eckhart e di Angelo Silesius. Riprendo una espressione tradizionale reintrodotta nel lessico da Wladimir Soloviev e le presento come poesia sulla divino umanità. Ho letto gli
Ambigua del Confessore decenni dopo queste poesie, ma infine quelle poesie respirano la sua teologia: l’unità tra l’archetipo divino della creazione in Dio e la creazione, la coscienza umana come luogo di espressione della divino umanità, Dio interno all’uomo e l’uomo interno a Dio. Non le avrei mai pubblicate se Gros-Pietro non me lo avesse proposto, ed io non le avessi sentite come attualmente vere. Oggi vi sono orecchi per la teologia mistica; ed intendo per teologia mistica l’esperienza della presenza di Dio nell’uomo. Dedico questa pubblicazione alla mia madre adottiva Eleonora Baget Bozzo, che è stata per me bimbo orfano, il volto della madre e la cui malattia è qui rappresentata. Non però la sua morte; la divino umanità non conosce il morire.
Gianni Baget Bozzo