Maria Consolo 
Coi macigni e l’erbe
anno: 2000
pagine: 72
prefazione: Sandro Gros-Pietro
prezzo: € 6,2
ISBN: 88-87492-50-6

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PREFAZIONE

Il nuovo libro di versi di Maria Consolo si presenta quasi in forma di cronistoria, perché è organizzato per annate, il 1998 e il 1999, che insieme raccolgono le poesie scritte dopo il primo libro, Da sola a solo, uscito nel 1998.
Non si tratta più di una geografia dell’anima o di un diario dei ricordi come avevamo veduto in Da sola a solo, ma al contrario è una ricostruzione poetica della topografia dei luoghi, delle persone, delle occasioni anche minime attraverso cui la vita si è rivelata agli occhi della poetessa che, quasi delusa e disfatta, attende l’inarrivabile novità nel suo deserto dei tartari. Ecco il volto di una bimba, una bolla di sapone, le voci delle comari nella sera, una stufa spenta, una pendola ritardata; ecco le parole che si compongono, essenziali, rade, sussurrate come un refolo stanco di vento, eppure autentiche, terribilmente vere e definitive nella loro ultima scabrezza.
La Sicilia è il baricentro del mondo poetico della scrittrice, e la sua casa n’è la pelle: tempio, fortezza, scatola magica, gabbia. I versi descrivono i ricordi di un passato ricco d’emozioni ed attese, cui si contrappone il tempo attuale marcato dalla solitudine e dalla pena per un futuro che appare vuoto. La poesia sviluppa un grande potenziale descrittivo, intonato alla narrazione confessionale e alla riflessione filosofica sui grandi perché irrisolti della vita. Si delinea l’intenzione di tracciare un bilancio ovvero di riesaminare, in chiave d’ammaestramento conclusivo come si cercasse una morale che perfezioni la favola, la totalità del patrimonio d’idee, d’esperienze, di gioie, di dolori e di fatiche che gravano nella gerla degli anni appesa alle spalle. Agli occhi della poetessa pare si salvino poche cose, la luce e il calore affettivo verso la madre il cui ricordo non si sopisce mai, qualche puro affetto o disinteressata amicizia che risale fino ai tempi del liceo, la pacata fierezza d’immedesimazione nell’anima delle cose e della natura della sua terra. Su quanto ulteriormente rimane, che, in fondo, è ciò che riempie la giornata di tutti, gli anni hanno prodotto un lavorio di frantumazione, perciò si assiste al degradare degli interessi e dei desideri, dissolti da un’evanescenza corrosiva e annichilente, che erode tutte le seduzioni e le vanità del mondo, e che le annulla inesorabilmente nel cuore della poetessa. Accade che le giornate le appaiano vuote e che il tempo sia sospeso in un’attesa destituita d’ogni desiderio o programma o disegno da realizzare. Quando in ultimo, è il pensiero di una verità superiore ed è la possibilità di un colloquio diretto con chi dall’alto domina e sovrintende alle sorti dell’intero creato che costruisce nell’animo della poetessa la barriera invalicabile all’assedio della morte, che tutto può erodere, ma che non può intaccare il mistero gioioso della vita, perché quest’ultimo risiede in un altrove che sopravanza anche la morte.
In Maria Consolo l’appropriazione mitopoetica con la realtà passa attraverso l’identificazione della persona e del destino del poeta con l’oggettistica domestica. Nella poesia Amica pendola la scrittrice espone in modo illuminante questo tema: Usciremo insieme da questa casa, toglieremo l’ingombro. / Tu, una soffitta. Io, una messa da requiem e un funerale / senza codazzo. E sarà tutto. Questo espediente di reificazione dell’io-poeta serve ad agganciare i contenuti della poesia alla realtà con l’immediata efficacia di una metafora. Maria Consolo è una poetessa che lavora sul quotidiano, in un’atmosfera d’intimità colloquiale, con un’indagine confessionale e con uno scavo disinibito del suo privato, per fare depositare le scorie della vita ordinaria e per permettere l’elezione dello spirito verso un approdo di salvezza, con una testimonianza integrale del suo processo d’azione, resa sulla pagina come se fosse il diario di bordo del viaggio dell’anima.
Anche per questo secondo libro, non mancherà chi noterà la citazione contenuta nel nuovo titolo, Coi macigni e l’erbe. Questa volta, tuttavia, la poetessa ha mantenuto la forma e il senso originari del verso citato, ad indicare che v’è una sostanziale convergenza poetica fra il suo modo di fare poesia e quelle manifestazioni d’abbandono, di confessione e di lirismo ispirato alla quotidianità che si scorgono nel primo Quasimodo di Ed è subito sera. Se volessimo indagare di più, potremmo dire a buona ragione che Dammi il mio giorno – la poesia di cui Consolo ha eletto l’ultimo verso come titolo del libro – sviluppa addirittura una “cadenza di preghiera” – e qui cito l’espressione adottata da Carlo Bo nella prefazione a Poesie e discorsi sulla poesia, edito nei Meridiani. Similmente, le cadenze di preghiere ritornano con molta frequenza nei versi della poetessa catanese. Si leggano le poesie Silenzio, Un altro giorno, ed infine Il tuo talento, di cui riporto i versi conclusivi: Ora sono di nuovo sola nella mia stanza./ Il quieto lume, le stampe di Fattori, la scrivania / che fu della mamma… Osservo le mie cose. / Oh finzione di pace. Me ne sto immiserita, / spenta. Solitudine e silenzio non elèvano / la mia giornata. Se i libri potessero bastare. / Vivo di esperienze altrui. Chi sono io? Una voglia / intensa di ribellione mi fa stringere i pugni. / Cerco parole, una strada da percorrere, un passo / da compiere. Signore che ho fatto del tuo talento. Si tratta di versi esemplari perché contengono una significativa porzione del mondo poetico consolano. Infatti, si aprono con la stanza, che, si è detto, rappresenta la pelle della scrittrice. Poi, c’è la testimonianza della sua pacatezza di vita – il quieto lume – e della sua oggettistica domestica – le stampe di Fattori e la scrivania – la dolcezza evocativa del ricordo più caro – la mamma – e la fragilità dell’essere in cui si annida un rovello interiore – la finzione di pace – il bisogno di cercare una morale al viaggio della vita o di elaborare un bilancio dei profitti realizzati e delle perdite subite, con l’assoluta impossibilità di trovare la soluzione nei libri e di riuscire a reperire le parole esatte e pacificatrici con cui esprimersi. L’unico ritrovamento possibile, dopo tanta ribellione e tanta consultazione di libri, è la parola di Dio, la sua parabola ammonitrice e suprema dei talenti, cui è rivolta la resa esclamativa, quel consegnarsi ad attendere, nel timore e nella speranza, il supremo giudizio di chi non fallisce né delude. Forse, un discorso particolare, vasto e profondo, sorgerebbe da quei due vocaboli iniziali di straordinaria importanza: quieto lume. La “quiete” in poesia ha degli ascendenti illustri, per esempio in Foscolo e in Leopardi. Bisogna anche ricordare che il quietismo era una corrente di pensiero filosofico e religioso, ed è probabile che la Consolo intendesse evocare entrambe le memorie, quella letteraria e quella religiosa del vocabolo. In questo libro il riferimento religioso è sensibile, esercitato con la grazia familiare dell’abitudine, come se esistesse una continua sponda colloquiale con l’assoluto, che funziona da riscatto alla vanità da cui la poetessa si vede circondata e dalla nullità evanescente in cui si sente dissolvere.
Scrive la poetessa: Il tempo è la misura della vita. / L’Eternità ci coglie impreparati. La concisione delle formule essenziali e perfette del dire è una specialità di Maria Consolo, che è splendida anche per le invenzioni metaforiche, del tipo Il mio cuore ha bisogno di lenti, espressione contenuta in Un evento come un altro, poesia in cui la scrittrice si stupisce dolorosamente di essere divenuta quasi insensibile al volo delle rondini. Già Fortunato Pasqualino, come è documentato nella rassegna critica pubblicata nel precedente libro, aveva notato che Maria Consolo sa essere “sovrana nei frammenti”. Un’identica efficacia espressiva si ritrova nella ricostruzione delle scenette di genere, riguardanti gli incontri della poetessa con delle mezze figure, che funzionano come comparse anonime, ma esemplari per ricostruire non solo il mondo personale della scrittrice, ma anche quello dell’attualità metropolitana. Incontreremo un venditore di poesie, un venditore di pupazzetti giapponesi, una studentessa della scrittrice già divenuta madre ed altri quadretti e scenette deliziose di vita siciliana e di ricordi della Calabria – il rientro dei bagnanti dal mare, le case che aprono le imposte alla frescura del crepuscolo, il serotino chiacchiericcio delle fanciulle, il cuore gonfio d’illusioni. La suadenza e l’incisività descrittiva di Maria Consolo appare sempre mirabile, per la leggerezza e la pienezza del tratto, quadretti essenziali, perfetti e puri. Anche il verso, rispetto al primo libro, sembra avere assunto un andamento più descrittivo e narrativo, con un ritmo interiore sempre rapido e incalzante, ma con un’ampiezza versale più ampia e più votata alla massività della prosa.

Sandro Gros-Pietro

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  autore   titolo   anno   pagine   prezzo  
 

Maria Teresa Codovilli  

 

Nell’attimoframmento

 

2001

 

pp. 128

 

€ 8,7  

 
 

Simonetta Bachi  

 

Vengo domani, zia

 

2001

 

pp. 216

 

€ 13  

 
 

Agostino Gandolfi  

 

Troppa luce

 

2001

 

pp. 80

 

€ 7,75  

 
 

Maria Pia Le Foche  

 

Oltre la finestra

 

2001

 

pp. 88

 

€ 9,3  

 
 

Gianni Baget Bozzo  

 

L’ultimo giorno è più vicino

 

2000

 

pp. 88

 

€ 7,75  

 
 

Dionisio Bauducco  

 

Incantamenti

 

2000

 

pp. 120

 

€ 10,5  

 
 

Maria Consolo  

 

Coi macigni e l’erbe

 

2000

 

pp. 72

 

€ 6,2  

 
 

Yaro Petti  

 

Battiti d’amore

 

2000

 

pp. 80

 

€ 7,75  

 
 

Pietro Rossi  

 

Il giardino che nel tempo fiorisce

 

2000

 

pp. 216

 

€ 18  

 
 

Roxi Scursatone  

 

Jole con l’arte nei sandali

 

2000

 

pp. 160

 

€ 15,49  

 
 
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