Il libro è una raccolta organica di ventuno novelle ambientate nella provincia siciliana e di due brevi racconti la cui ambientazione è varia, più metropolitana che provinciale, e la tematica diviene una ricerca delle ragioni e delle radici profonde della vita: proprio quest’ultimo aspetto ricucisce appieno il progetto unitario dell’intero libro, consistente in un’unica anabasi irrisolta intorno ai valori della vita. La mancata soluzione sta tutta nel titolo, che ha formalmente qualche cosa di beckettiano, dove al posto di Godot c’è, invece, l’apocalisse. Il contenuto, tuttavia, si allontana di molto dalle formule fragili e psicologiche del teatro dell’assurdo e si rifà con sicurezza, invece, alla tradizione documentarista e bozzettista del verismo verghiano, più in generale, all’efficacia narrativa del primo Novecento in cui il verismo era l’evoluzione italiana del naturalismo francese. Nell’opera di La Marca ci sono derivazioni anche più vicine a noi e precisamente al neorealismo del dopoguerra e alla felicissima stagione narrativa di grandi scrittori che sostengono una comunicativa aliena da ogni forma di sperimentalismo linguistico, come Pratolini, Cassola, Bassani, Fenoglio, Pavese, Morante e Pasolini.
In primo piano appare sempre la vicenda, costituita da una catena di fatti da raccontare, gli elementi intricati ed interconnessi dell’accaduto, che sono l’unico materiale con cui la vita si concretizza e che divengono una realtà definitiva ai nostri occhi. I fatti finiscono per essere i messaggi dell’apocalisse. Genesi ed Apocalisse, dunque: il primo e l’ultimo libro della Bibbia. In mezzo c’è la letteratura, che tenta di interpretare la vita, ciò che è stato e ciò che sempre sarà, sino alla fine. In Salvatore La Marca gioca molto il versante della terrestrità. Autore facondo e sottile indagatore delle psicologie umane, Salvatore La Marca è definitivamente legato a una cifra robusta di terragnità, alla carne e alle cose del mondo, al sesso, alla seduzione, ai colori, ai profumi, ai gusti, ai cibi, alle ricchezze, ai beni materiali e, in generale, alle opere dell’uomo. L’uomo è sempre presente nella sua pagina; l’uomo e la donna sono gli unici personaggi che hanno dignità sul proscenio lamarchiano. Vi è poca natura; per nulla il soprannaturale; nessun diritto di cittadinanza è attribuito al fantastico o al surreale o all’iperreale. Anche dio è sempre assente. Anzi, dio è presente solo come liturgia che l’uomo celebra nei suoi atti. Dio è una funzione religiosa. Dio è la pratica ecclesiastica che l’uomo conduce nella propria quotidianità. Non c’è altro dio al di fuori di quello esibito nelle processioni, nei funerali e ai battesimi. Alla fine, dio diviene un altare addobbato nella cattedrale davanti a cui tutti si inchinano: cioè, un progetto trasversale che attraversa la mente sia dei deboli sia dei potenti. In questa architettura dell’universo costruita a dimensione dell’uomo, dio si è alla fine umanizzato e ha perso la sua divinità: dio è divenuto una proiezione festosa della mente umana. Quando il debole ha bisogno del riscatto, allora pensa a dio. Quando il potente ha bisogno del premio, allora pensa a dio. Salvatore La Marca ha il grande intuito di descrivere l’umanità come se fosse devota ad un dio servile, e non già a quel Dio creatore che è descritto nella Bibbia, ma a un dio minore, faccendiero e domestico, che ritorna utile solo nel dì di festa, per conciliare tutti con un ecumenismo caramelloso e bonario, molto effimero. Così, il sentimento della precarietà è quello che predomina su tutto il libro. Il mondo frana e degrada irreversibilmente verso un’apocalisse irriducibile. La fine individuale è la fine collettiva: in ognuno di noi c’è l’intero universo che si spegne irrimediabilmente.
Sandro Gros-Pietro, dalla prefazione