PREFAZIONE
Venata da una cosmica malinconia, la poesia di Enzo Belardinelli per un lato è evocazione nostalgica della gioventù, in quanto ritenuta espressione di bellezza e di forza sia fisica sia morale, ma dall’altro lato è anche ragionata e dolente accettazione della caducità dei valori, anche i più cari e i più profondi, che ci hanno sostenuto nel corso della vita e che hanno illuminato tutta la nostra esistenza, fino al punto di dare ad essa una direzione ed un significato. I valori di Enzo Belardinelli spaziano dal sociale e dal politico fino all’individuale e al metafisico. In primo luogo, primeggia la definizione di noi stessi come parte viva e costituente di un astratto ideale, ma che è tuttavia assai bene definito da un punto di vista storico; sto parlando della Patria, che nelle poesie viene indicata anche in una cornice di allusa classicità etimologica, cioè come nozione definitoria di terra avita, il luogo dei padri, e quindi allocuzione etnica che si appone come un sigillo di autenticità sul patrimonio di cultura e di affetti che costituisce la nostra unica e inespropriabile ricchezza di uomini. Ne deriva che subito si introduce, nel libro, quell’elemento di generosa focosità e di dichiarata gelosia di pertinenze e di possessi che il concetto di patria ineludibilmente porta con sé e che ovunque, in ogni cultura e in ogni tempo, si afferma in modo spesso, robusto e tetragono: padri, patria, patrimoni, padroni, in fondo sono tutto uno stesso impasto, e non solo dal punto di vista dell’etimologia linguistica. Ed in questa astratta ed ideale cittadella inespugnabile dell’anima, consustanziata con i valori espressi dalla storia e dalla tradizione, si celebra, non senza un nobile sorriso di indulgenza e di autoironia, la lezione fondamentale della poesia di Enzo Belardinelli: cioè, l’essere egli stesso la
vecchia guardia di questi valori; l’essere il custode ad oltranza del sacrario dei caduti, l’anima delle cose che si è resa eterna, a dispetto del decadimento e della corrosione inevitabile del tempo; come araba fenice, nel conforto votivo della vecchia guardia, i valori che pure decadono in cenere, mirabilmente risorgono a nuova vita dalle loro stesse ceneri. La vecchia guardia, dunque, suggella e perfeziona questo mito di eternazione celebrativa dei valori che, diversamente, si dissolverebbero in un cieco e sordo oblio. Già soldato combattente, realmente in arme e indeflettibilmente fedele e coerente ai giuramenti prestati alla bandiera – che, dunque, non potrà mai essere uno
straccetto – Enzo Belardinelli intende indicare nella vecchia guardia i difensori dei valori eterni che l’uomo esprime; i cultori delle emozioni più profonde e più autentiche che costituiscono il patrimonio di ideali di un popolo: la gioia di vivere, l’orrore della morte e la fede in un riscatto rasserenatore di eternità compensatrice, raggiungibile solo al di là del mondo reale.
La forma dei versi sovente fa riferimento alla rima e alla metrica, con perfetto rispetto delle misure deputate dalla tradizione letteraria; ma più sovente l’espressione è libera da ogni vincolo formale e si sviluppa con un andamento modale, come se fosse ispirata da un’armonia interiore. L’intreccio poetico finisce per assumere la composizione del diario improprio dell’anima ovvero di una sorta di quaderno estetico della memoria, elaborato con una struttura interiormente dialogica, sul filo rosso di un intenso dibattito intrattenuto dall’autore con se stesso. Si tratta di un confronto mirato, che si manifesta e che si dissolve all’apparire e allo scomparire del proprio alterego, quest’ultimo sovente nominato col vezzeggiativo di Enzino, come se fosse un Io-minore, teneramente fragile ed inconsapevole delle ragioni di crudezza con cui la vita sancisce i suoi decreti inappellabili. Enzino, dunque, è una sorta di battitore libero all’interno della formazione poetica belardinelliana, cioè, si tratta di un espediente retorico attraverso il quale l’autore dialogizza il proprio dettato e conferisce profondità e contrasto di opinione alle cose che va dicendo; ma forse è anche di più, e arriva ad essere un
shenal, lo specchio di un’anima superiore e incontaminata dalla crudezza degli eventi reali, il modello di un’integrità allusa e irrealizzabile, ma non per questo non difendibile e non assumibile come una meta a cui sempre tendere. Nella poesia di Enzo Belardinelli appaiono altre figure di persone oltre all’invenzione dell’alterego. Si tratta di nomi – o di volti senza un nome – tratti dal patrimonio affettivo dell’autore o più semplicemente dall’archivio della memoria: un forziere che noi possiamo, senza difficoltà, immaginarci di proporzioni esagerate, ma amministrato e custodito con l’acribiosa perfezione del documentarista. Così, capolina la figura della figlia del poeta e quella dei nipotini; ma c’è anche la dolente ed affettuosa rievocazione della madre e sono alluse le figure delle sorelle e di altri stretti parenti, anche innocenti vittime degli eventi bellici connessi all’ultimo conflitto mondiale. Ma nell’elenco dei personaggi poetici, cui viene conferito il diritto di cittadinanza poetica e di nominazione come legatari del patrimonio affettivo del poeta, finisce per spiccare per inopinata originalità e per la sua anomala umanità animalesca una gentile tortorella, che rappresenta una presenza tuttaffatto volatile e leggera, ma indimenticabile nella vita del poeta –
insieme abbiam vissuto – e che più di ogni altro simbolo diviene metafora gentile dell’aspirazione più profonda coltivata nel cuore dello scrittore: un sogno di pace, di giustizia, di serenità e di “nuova vita”.
Accade che la poesia di Enzo Belardinelli tragga le proprie mosse da una radicata nozione di terragnità degli interessi umani, cioè dal sentimento di amore patrio verso la propria gente e verso la comune matrice storica da cui un intero popolo discende, ma che poi si sviluppi nelle forme e con i contenuti di un dialogo indagatore e confessionale condotto con se stesso, all’insegna dell’evocazione di eventi e di sentimenti esemplari che appartengono all’esperienza di vita dell’autore e, che, infine, approdi a una suprema ragione di accettazione della vita e delle sue implacabili leggi di caducità, ma conservando in cuore l’attesa di una visione rasserenatrice: e proprio questo sogno di un’alba di nuova vita, è il tesoro morale e lo scrigno prezioso cui la vecchia guardia rappresentata da tutti i buoni poeti di ogni tempo e di ogni stile perennemente monterà di scolta.
Sandro Gros-Pietro