Il poemetto di Gianni Rigamonti affonda le sue radici in un’emozione primordiale, quella che dai suoi primissimi anni egli, figlio della pianura padana, ha provato di fronte ai monti dell’arco alpino. Tanto è intensa e indelebile questa emozione, che durante i suoi soggiorni in una pianura avvolta da una luce opaca e lattiginosa, uniforme e opprimente per l’occhio, egli sogna il monte, ossia l’archetipo dei monti alpini. Un sogno frequente il suo, che “forse” – egli nota con pregnante immagine lirica – veniva a visitarlo “dal tempo del grembo avvolgente”.
Fin dai versi iniziali del primo canto il poeta rivela un duplice atteggiamento spirituale, sperimentato fin dai più teneri anni e poi, certo, reso più consapevole e complesso da una esperienza umana che dai versi traspare appassionata e tormentata, e da una cultura assai larga e raffinata: da un lato una rara curiosità nei confronti della realtà naturale in tutta la sua estensione, dall’altro una forte tensione etico-speculativa, per la quale egli avverte in sé una verità che trascende quella conosciuta attraverso i sensi e l’intelletto, anche se tale verità resta un fatto puramente intuitivo, una certezza morale, indimostrabile per via scientifica o, comunque, puramente razionale.
[…]
In conformità con il tema centrale del poemetto – la preghiera al monte – il tono predominante del discorso poetico tende all’alto e talora al sublime. Questo tono, del resto, si confà con i predicati del monte, di cui i più solenni tramano, in particolare, i versi di sapore formulare che, ora identici ora con lievi variazioni, ritmano i momenti più intensi della preghiera, conferendole un’aura sapienziale.
Il registro alto-solenne, pur essendo dominante nell’opera, si complica di studiate dissonanze, che hanno non solo la funzione di variare un’uniformità tonale cui il poeta avrebbe potuto essere tentato dall’altezza del suo tema, ma, io credo, anche una ragione più intrinseca. Il variare dei toni e dei registri, all’interno di quelli principali, esprime non solo, insieme al lato grave-meditativo, altri aspetti dell’animo di Rigamonti (dall’osservazione attenta a curiosa a quella meravigliata e scherzosa, o tenera e delicata, a quella che, sulla base di una perspicua immagine, costruisce voli fantastici ardui e formalmente coerenti, all’ironico formulare teorie pseudoscientifiche di cui forse egli, rigoroso filosofo della scienza, riscontra incauti rappresentanti nell’ambito dell’amplissimo dominio del sapere scientifico), bensì, insieme e indissolubilmente, la varia, metamorfica, tortuosa, dolce e aspra, “infernale” e celestiale fenomenologia del monte, ovvero, come s’è detto, della vita. Inoltre, all’interno di un complessivo atteggiamento estatico e delle sue intrinseche connotazioni contemplativo-cognitive, tale variare di toni e registri talora esprime con maggior forza il momento intuitivo, illuminante, e talora dà luogo a una contemplazione investigante, “scientifica”, sia pure di una scienza che, come s’è visto, impegna l’integralità dell’essere del poeta.
[…]
Antonino Sole, dalla prefazione