PREFAZIONE
Cosa mi ha attirato (perché c’è stata un’attrazione) a leggere il manoscritto di
La vita a vela? Almeno due o tre motivi, non so fino a che punto inconsci o consapevoli.
Il primo procede dalla memoria delle poesie di Gianni Buttafava, specie le prime, un felice incontro con sorpresa per me. Era il 1981 e sull’
Almanacco dello Specchio lessi, prefata da Giuseppe Pontiggia, una breve raccolta di poesie brevi sotto il titolo di
Vicende, “il rapporto con le piante e i fiori di un davanzale urbano, nel corso delle quattro stagioni”, come spiegava il prefatore. Devo subito dire che il mio rapporto, di darwiniano, con piante e fiori è sempre stato critico, mai idillico, semmai funzionale. Ciò che mi aveva sedotto di
Vicende era quel passo, quella voce un po’ atona e un po’ straniata che ne formava la specificità stilistica, quasi a voler rompere (senza quasi, anzi), frantumare ogni tentazione idillica che, con fiori e arbusti, sarebbe stata comunque naturale. Per esempio: “il bulbo / del croco / interrato / obliquo / perché / non affondi”; o: “i vasi vuotati e raschiati / disposti in pila, capovolti”; oppure: “la ghiaia / la sabbia / la terra / disposte / a strati / nel vaso”. Resistere agli incanti, agli allettamenti di più antica malìa poetico-sentimentale, era già una meraviglia, in quel rovesciamento.
Adesso si tratta di vedere se le condizioni si ripetono con un tema e parole e stilemi quali vela veliero mare, almeno altrettanto antichi dei fiori, se non di più. È un potenziale lenocinio però assai più rischioso, questo, una tentazione-simbolo che coinvolge esistenzialmente l’uomo. Immensa la letteratura, da Omero a Marco Ferrari. Una lettura di abbandono, di mistificazione, di evasione. Un espatrio per mettere in salvo i capitali, ma d’una certa qualità d’immaginazione. D’altronde uno mica può togliersi di dosso Melville e Stevenson e Conrad, mica ci si può spellare come San Bartolomeo. E poi, con la poesia certe cose riescono più facilmente, proprio per ragioni strutturali. Gli aikai in prosa se va bene diventano aforismi.
Dunque Buttafava fa un’ulteriore scommessa, con la prosa, ma non narrativa, bensì lirica, un genere trascurato per la sua difficoltà e i suoi trabocchetti. Di diventare, appunto, liricante. Baudelaire se lo faceva lo faceva in pieno romanticismo, in una situazione diametralmente opposta alla nostra, di saturazione. Però non è nemmeno una novità in questo nostro secolo ormai agli sgoccioli, con esempi e interventi. Di prosa alta, di “prosa d’arte”. Ebbene, la prima reazione, a libro appena chiuso, potrebbe essere quella di trovarsi di fronte a un caso di neorondismo. Se non fosse per la vela. Già ho ricordato come sia vero e inevitabile, per motivi semantici, che la marineria a vela, anzi la sola pronuncia di brigantino o trinchetto, spalanchi un’atmosfera avventurosa che si porta appresso il retro infantile di fantasmi nei luoghi (il
veliero) del proprio sogno avventuroso. Anche Buttafava deve farci i conti. Ma nello stesso tempo mare e vela sono uno dei più ricchi, pescosi e pescati bacini di metafore. E lui pure ci butta la lenza o la rete perché il suo libro si dimostra, pressoché inevitabilmente, come una metafora, già confessata nel titolo: vita = vela e viceversa.
Tutte queste considerazioni mi sono dettate da
La vita a vela, che le comprende in sé, sono i suoi materiali (d’altronde giocare con questi elementi, usare questi materiali, è una tentazione, a volte temeraria e irrinunciabile proprio per la loro “naturalezza”, che continua ad agire, a stimolare). Il problema, allora, è di stile, ed è lì che si fanno i giochi. Non è una novità. Qual è il più evidente problema stilistico? Quello di uscire indenne dal facile lirismo, soprattutto perché qui manca l’adescamento del racconto di una storia avventurosa. Se c’è è affidato, semmai, alla carica suggestiva sedimentata in noi, metabolizzata nei secoli, del rapporto tra quei segni e i significativi evocativi. La trappola non funziona con Buttafava, così come non aveva funzionato con fiori e arbusti. La tecnica è analoga.
Come procede? Innanzitutto la scrittura si fa volontariamente in sé esaustiva, tende a risolversi al proprio interno. La sua astuzia sta nell’abilità di compensare le parole suggestive (cioè che suggeriscono) con tecnicismi oltranzisti. Contrapporre, avrebbero detto Beccaria e Leopardi, i termini alle parole, con una funzione oggettivante, depurativa della vaghezza poetica. Per allontanarsi, paradossalmente, dal mare in cui s’era buttato, così felicemente ingannando il lettore che non conosce
Vicende. D’altra parte, quale altra strada poteva battere l’autore per recuperare quelle facoltà stranianti in cui consiste la sua “firma”? A ciò l’aiuta, infine, la sintassi, il passo, il tono che rimane pur sempre il medesimo, lineare, distaccato, non coinvolto con le cose che accadono. Qualcosa di simile o di prevedibile è già nell’incipit: “… mette conto che io parli
ancora dei motivi che mi spinsero a prendere il mare? Mette conto che io parli
ancora del richiamo dell’avventura e della seduzione dell’ignoto?…”. Certo che ci sono questi ingredienti, certo che la si vede l’allegoria dell’esistenza, certo che non rinuncia al ricorso alle mappe, alle isole, ai capi, alle sartie, alle vele, ai vascelli, però il tutto è passato attraverso un filtro che lascia passare solo quel tanto che è inevitabile, senza compiacimenti.
La finzione dello stralcio (espressa dal sottotitolo
Frammenti di memoriale), dell’aver trascelto e ritagliato i pezzi da un “testo preesistente”, lo assecondano in quell’operazione straniante, compiuta a sfida nella più ingrata delle condizioni. Finzione che gli consente di attribuire ogni eventuale “ridondanza” alla natura e al carattere delle pagine originarie (dunque di nuovo strumenti e materiale da costruzione). La sfida mi pare ampiamente riuscita, persino salvando in qualche misura l’ambiguità implicita al tema e più sopra descritta. Vale a dire che anche gli “omeriani” e i “conradiani” ci trovano godimento. E io mi sono trovato a mio agio, per il tasso glicemico di
La vita a vela, bassissimo, buono per chi non ama gli zuccheri, come me.
Folco Portinari