Ancora un romanzo di guerra. Questa volta si tratta della guerra che l’Italia combatté contro la Francia nel giugno 1940, e che fu presto dimenticata perché equiparabile a un colpo di pugnale inferto a un uomo in terra.
Un reduce – nell’animo ferite che non si rimarginano – ne scrive a distanza di mezzo secolo. I suoi ricordi sono un tracciato per l’interpretazione di un segmento di storia italiana. Un battaglione inviato al fronte senza fucili, una tradotta che viaggia insensatamente per mezza Italia, attacchi suicidi, tecniche per aumentare la cifra dei morti: attraverso realtà come queste la disumanizzazione e la follia risucchiano nei loro meccanismi uomini destinati a essere “bersagli
tattici” di una moria strategicamente prestabilita.
Il grottesco è nelle cose, prima che nella loro rappresentazione. E si articola nei comportamenti e nelle situazioni fin dove è consentito dalla verità di un amore e dal realismo tragico dei fatti di guerra.
Solo una lunga decantazione della memoria può restituire quel tanto di umanità che è insito in ogni storia di dolore. E così risalta, nella rievocazione accorata del reduce, una fragile figura di donna, il cui destino è inscritto nell’infelicità di una generazione.
LEGGI UN ESTRATTO 
|
|
|
|