PREFAZIONE
Si è andato tessendo nei modi nei toni e nei tempi della scrittura in versi di Alessandro Pola un complesso paradigma di espressione dialettizzata che ricostruisce una sorta di
confiteor ovvero di riflessione etica e filosofica ovvero di breviario dell’anima, in cui la poesia è deputata ad elaborare le vie di fuga dall’intreccio del discorso, in modo che il testo poetico diviene la gabbia vuota e diviene la stanza che custodisce una vita che, invece, è spesa al di fuori delle occasioni che qui si vedono o che qui non si vedono. Infatti, qui, proprio non si vede nulla di descrittivo e di esplorativo; non si assiste né a un racconto né a una nominazione degli eventi e delle emozioni che costituiscono il tessuto della vita. Ma vi è, invece, una cerimoniosa liturgia dei luoghi dell’assenza e dei luoghi di una morte – forse, si dovrebbe dire di un’
alterità della vita – che è data per presunta:
Se un giorno tu
passando per viottoli
di malfermo granito
vedrai di me
(tra le torte arche)
lampeggiare
quella lapide
in penombra
sappi quanto vissi
e quanto morii
in quel punto
che parve unirsi
mentr’era lontanarsi
di ogni speranza
L’alter ego è il “tu” che si affaccia dai versi. E se l’anima del poeta fosse un diapason, allora noi conosceremmo la morfologia dei due rebbi che all’unisono vibrano: l’
io-poeta che racconta e il “tu”, interlocutore muto, che vibra per induzione simpatica. L’
io poetico, come appare nella tradizione lirica, è l’unico corista capace di intonare l’intera orchestra; è la luce che traguarda la notte e le tenebre; è la voce che chiama e che, comunque, da sola risuona nell’aria; è il metronomo che armonizza il canto di tutte le altre voci comprimarie e delle comparse, chiamate dal poeta ad assumere un ruolo dentro i versi, in una cornice allocutoria di definizione dell’io poetico. Le voci comprimarie potranno, allora, demandare ad una figura di donna amata o semplicemente
cantata nei versi ovvero demanderanno ai luoghi topici della vita del poeta, con una ricostruzione della geografia degli affetti e delle ricordanze o, infine, si riferiranno a una iteratività tematica di questioni profonde dell’esistenza e dell’arte, quali la definizione della bellezza, le radici della nostalgia, le occasioni della felicità, le espressioni del buon gusto. Alla fine, si realizza la pienezza di tutte le possibilità atte a celebrare il fasto della letteratura, e ne sortisce un esempio di poesia liturgica, cerimoniosa, barocca e, quindi, fantastica. Ma è una poesia che parte, mirabilmente, da una denotazione minimalistica della fattualità: da quell’ozio che si è sedimentato come una pelle epocale sulle piccole cose di gozzaniana memoria; da quelle ambagie letterarie, godute e patite a piccoli sorsi, con una sorta di contrastato rincrescimento interiore rivolto all’alacrità farisea dei pragmatici; da quel destino gulliveriano di eroe mancato e cioè di colui che, alla fine, soggiace quasi compiaciuto alle vessazioni e ai lacci dei lillipuziani, come fosse un Tantalo minore, e da cabaret.
Nel suo disegno pieno e definitorio, la poesia di Alessandro Pola si presenta come un canto limpido, schietto, solare e seraficamente cinico, segno di pura intelligenza e di sicuro ed esercitato gusto discernitivo delle idee, delle cose e delle persone che ci circondano, in una allusione continua alla realtà, ma sempre pronunciata da una posizione evasa dal mondo reale. Giorgio Bárberi Squarotti, nello scrivere le note critiche al libro precedente in versi di Alessandro Pola, sottolineò il modo esemplare ed efficacissimo con cui il poeta coniuga insieme le due componenti più caratteristiche della sua poetica, cioè l’
ironia e il
sogno, che ben raramente e solo presso i più grandi autori vengono cementate insieme, in modo da ricostruire la magicità di una realtà che sempre frana o che è già franata, ma che sempre viene allusa o ricostruita come fosse una realtà di gomma, che ammette qualsiasi implosione o qualsiasi esplosione di sé, come accade ai cartoni animati d’autore. Per rispettare con precisione la citazione testuale di Bárberi sarà opportuno riportare le esatte parole: “L’ironia e il sogno rilevano, non cancellano oppure alleviano la verità ogni volta scoperta nel corso fulmineo del testo e ogni volta rivelata con la fermezza delle immagini; l’esatta misura delle sillabe brevi e nette. Siamo di fronte a una scoperta rara e segreta, umbratile, un poco enigmatica, sempre esemplare.”
Ma non vanno sottaciuti neppure i versanti meno appariscenti, ma non perciò meno curati e meno significativi, della complessa architettura poetica di Alessandro Pola, come la sua trascurata, ma non trascurabile, vocazione di dare voce alla
new age, che si realizza nell’insistita presenza della musica dentro alla poesia, sia quella molto ritmata come il rap sia quella melodica e sinfonica; e che si realizza, anche, nell’atteggiamento di uomo del terzo millennio, il quale non si lascia ingenuamente rapire dagli incantamenti inesauribili della natura, ma che, al contrario, conserva una consapevolezza responsabile davanti all’esaurimento colpevole a cui la natura è trascinata dalla demenza umana. Tra ossimoro e ipallage e altre figure retoriche si sviluppa, inoltre, su un versante squisitamente letterario, un chiacchiereccio d’autore di rara incisività, precisione e intelligenza che si avvale, sì, degli antichi arnesi del letterato, ma in modo tale da rinnovarli e renderli capaci di interpretare e di definire le tematiche contemporanee della vita. Ultimi ma non minori per fascino evocativo vanno anche ricordati gli echi mitologici che trapuntano i versi e che ci presentano gli dèi come astri ai quali conviene sovente rivolgere uno sguardo di ironica gioiosità ovvero riconoscere in loro una inafferrabile entità veritativa ed interpretativa dell’esistenza, in
cœlo perspicere: si perviene, così, fino ad una soglia, più pagana che laica, di eternità e di mistero, che non fa che perfezionare, anche in chiave cosmica, il fascino intenso della poesia di Alessandro Pola.
Sandro Gros-Pietro