Quella di Angelo Roma è poesia di sentimenti, di sensibilità, che esprime la forte tensione emotiva dell’autore attraverso un linguaggio chiaro e diretto, sincero ed essenziale, nella continua necessità di risposte che non potranno venire mai compiutamente. Il comune denominatore delle sue liriche sta proprio nella ricerca a trecentosessanta gradi: ricerca di sincerità (“L’affettuosa reazione sprigionata / per una semplice carezza / è per noi vergognosa debolezza”); di verità (“oggettiva verità stuprata / da soggettive mistificazioni”) e in particolare di verità nei rapporti umani (“è il non mostrarsi nudi / che dovrebbe fare arrossire”); di giustizia (“rasserenare chi / per troppo tempo ha patito le ingiustizie / di incolpevoli disgrazie”), di amore (“la leggerezza del volo libero / nasce dal calore della casa”), di rispetto per gli altri (“Bisogna ascoltare il proprio corpo, / imparare a leggere quello di chi ci è accanto”), di pace (“e forse scoprirai che il tuo nemico / è solo un uomo che ha tanta paura”). Tutto questo concorre alla più generale ricerca dell’irraggiungibile perfezione (“E quando provo / a rimettere il bilanciere nella giusta posizione / odo il grido del Miglioramento che mi esorta / a non più cercare l’illusione / ma a proseguire verso nuovi luoghi dell’andare”) e di un senso della vita (“Riscoprire / l’indignazione, il coraggio, l’educazione, / comportamenti individuali / tendenti a metafisiche eccellenze”).
Ne
L’Imperatore di Cenere, come nella vita, non trovano dunque posto rassicuranti conclusioni, ma in multiforme cascata domande senza risposte (“la risposta surgelata / la trovi nel vicolo dei ciarlatani”). Forse l’unica risposta sta nella bellissima liberazione
“Voglio fuggire, correre,
sporcare il mio corpo di fango e di stelle”
Gianfranco Gambarelli