Tre cose colpiscono il lettore ad apertura di libro: prima di tutto l’insistenza sull’atto del vedere e il susseguirsi di parole composte, di nuovo conio, stimolate spesso da una sorta di corto circuito ossimorico. Basta citare l’«ombraluce» di
Ora ricordo, che si ripercuote come un raggio di luce su uno specchio nei testi successivi, e l’«aprechiude» di
Sul grano appenaschiuso, rispettivamente prima e seconda lirica della raccolta.
La terza cosa, che costringe a percorrere a ritroso i versi, come alla ricerca di un indizio, che ci metta – come voleva Montale – nel «bel mezzo di una verità», è l’insistenza quasi ossessiva della parola «appenaschiuso», che non si accontenta della novità linguistica pura e semplice, perché sembra voglia addirittura imprimerle una dinamicità inedita per il linguaggio, statico per convenzione.
Che questo nuovo libro di Maria Teresa Codovilli,
D’arialuce, la mia terrestrità, sia puntato nella direzione di un rinnovamento linguistico è fuori di dubbio, solo che lo fa, come vedremo, ponendosi in una prospettiva anomala rispetto ai testi sperimentatori a cui siamo avvezzi. Ce lo conferma già, dopo le avvisaglie dei primi, il quarto testo della raccolta,
La viola possibile, dove il riferimento alla «parola-primavera», con la sua urgenza a diventare un «germoglio d’avvento», lascia poche speranze agli amanti delle metafore, delle «belle menzogne» dei poeti, perché qui il discorso ha una direzione dichiaratamente linguistica e i testi diventano una vera e propria ricerca dell’autenticità lessicale della poesia.
Se, poi, ci soffermiamo a considerare su quale sfondo s’inalberi questa ricerca del senso «lessicale» di Maria Teresa Codovilli, scopriamo che l’orizzonte su cui ha deciso d’incastonare la sua creatività è quella delle «costellazioni vegetali» di un paesaggio idilliaco, dove alberi e grano, semi e vento, neve e viole, mandorli e profumi, oceani e arcobaleni, sono dichiaratamente richiamati per accumulo, come per un’ironica e vertiginosa elencazione. Proprio in questo sta la «prospettiva anomala» a cui accennavamo prima, perché, per una volta, troviamo la tensione verso il rinnovamento dei materiali poetici, a partire dal troppo pieno e non dalla
tabula rasa.
Giovanna Ioli, dalla prefazione