La neve rossa è un sortilegio atmosferico che si manifesta di rado e che è causato dai venti d’alta quota che trasportano le sabbie desertiche in forma di nebulizzato pulviscolo, come una cipria impalpabile che attraversa il mare e che risale per l’Italia, ma a causa della sua pesantezza non riesce a superare l’ostacolo delle Alpi, e si deposita sulla neve, colorandola con una dissolvenza sanguigna. In tutto ciò, c’è una cifra di evento raro e mirabile, che confina un poco con il mistero e un poco con il capriccio della sorte. E su questo evento si posa lo sguardo osservatore del poeta, il quale elegge il fenomeno atmosferico a simbolo rappresentativo di un discorso intorno alla montagna. La montagna assume valenza di Giano bisessuato, al maschile e al femminile. È il monte maschile e aspro, asciutto e netto, sempre silente o tonante, come il dio dell’antico testamento. Ma, in alternativa, è anche la montagna al femminile, umida, incantatrice e fertile, dolce e ristoratrice, ma capace d’essere artatamente maliosa ed insicura. Il libro diviene una metamorfosi antropologica della natura, una proiezione dell’universo nel segno dell’uomo che lo conquista con il sapere dei versi e della poesia. Ma si ammette anche l’esatto contrario, cioè un inveramento dell’uomo dentro il creato o, più esattamente, una partecipazione al mistero insondabile della creazione, proprio perché il monte e/o la montagna rappresentano il vettore comunicativo attraverso cui biblicamente l’uomo e Dio dialogano tra loro. C’è un monte Tabor nel libro, che non è quello della Palestina, in Galilea, ma che è la vetta delle Alpi Cozie, sullo spartiacque italo-francese: algida presenza da cui svettano echi divini. Nel testo, dunque, è testimoniata l’orma della divinità: nel lettore viene indotta la sensazione che “Dio sia passato di qui” e che si sia assistito all’evento memorabile o al flebile presagio di vita o all’ingiunzione del supremo castigo, con una slavina che annichilisce gli uomini e cancella ogni loro vana storia. Libro della sapienza, dunque. Ma, anche, sapienza del libro, perché c’è una raffinata tecnica di scrittura, nella costruzione del discorso, che si mantiene in equilibrio tra le forme alte del parlare e la contaminazione popolare, quotidiana e folcloristica. La parola è pronunciata in modo da collimare su un improbabile bersaglio di incontro e in modo da tentare un’irrisolvibile quadratura del cerchio, tra la letteratura in lingua e la letteratura in dialetto. Forse, varrebbe la pena di ricordare il cipiglioso impuntamento di Biagio Marin, che raccomanda di non dire “poeta dialettale”, ma di dire “poeta in dialetto”, giacché il volgare toscano usato da Dante ovvero il greco parlato usato da Saffo valgono bene la dignità del sostantivo. Inoltre, il libro è anche un
tesoretto di vita vissuta, e per raccontarla si coniugano insieme –come si faceva fino dagli albori della letteratura italiana– la poesia con la prosa, e dentro la prosa, si fonde il sogno con la realtà. La sezione dei racconti è scritta ricostruendo la perfezione circolare delle forme concluse: il primo racconto,
La teleferica, inizia dalla cruda realtà di un handicap che si vorrebbe trasformare in libellula e che si vorrebbe dissolvere in un sogno; e l’ultimo racconto,
Il Belvedere, definitivamente suggella, nel sortilegio della letteratura, l’evasione da ogni prigione e da ogni limitazione della libertà, l’affrancamento da ogni impotenza, perché permette l’unico riscatto umanamente possibile redentore e appagante, quello offerto dal sogno della parola e della letteratura.
Sandro Gros-Pietro