Da tempo non mi sono imbattuto in una poesia che sia un così alto inno alla vita, quale è quello di Anna Maria Salanitri. Sì, è un discorso di dolorosa memoria, di accennata rievocazione della tragedia quotidiana della morte, che cancella brutalmente affetti, consuetudini, voci, gesti, rendendone impossibili la ripetizione nel futuro. Ma la virtù della poesia che Anna Maria Salanitri ha pazientemente costruito, risolvendosi alla più rigorosa e spoglia essenzialità di dizione, è di far sì che il colloquio con la persona amata nella malattia e dopo la morte continui uguale, sicuro e quieto, limpido e dolcissimo. La tragicità della morte è attraversata fino in fondo, ma per non adeguarsi in essa, non per concludervi, come alla meta disperata, il discorso, ma per riscattarla nella trepida vicinanza e comunicazione del tempo della malattia e, “dopo” nella ricostituzione delle anche minime storie dell’esistenza in presenza di chi è scomparso. Anna Maria Salanitri è un poeta di splendida discrezione: e testi come
Cifrario minimo,
Al camposanto,
Un calco di memorie,
Se dopotutto mi rimane il sogno hanno la luminosa e tranquilla bellezza delle parole assolute, quelle che davvero sono scritte per tutti i dolori, e in esse ciascuno può specchiare la sua pena di vita. La grande lezione di questa poesia è la misura perfetta, nel dominio, entro ritmo e immagini, della dura e difficile lotta contro la morte: mai un eccesso, mai un grido, mai un componimento sopra le righe, perché quanto più intenso è il dolore, tanto più vigile e fermo ha da essere la purezza della poesia. Per ossimorica antifrasi, allora, la poesia più alta si cala nel linguaggio più spoglio e netto, più limpidamente celebrativo, appunto, della vita.
Giorgio Bárberi Squarotti