PREFAZIONE
Appartata da ogni corrente letteraria, libera da ogni condizionamento di attualità, Franca Simonelli svolge il suo discorso poetico in estrema semplicità. Semplicità che non vuole dire semplicismo, ma spontaneità e generosità, in genuina adesione formale e tematica ai moti interiori.
Lo spazio a lei più congeniale è quello della natura, che, nel suo svolgersi, si trasforma in metafora della vita, ma anche suggerisce l’aspirazione alla misura di una vita diversa: “… vorrei vegetare / con il ciclo naturale / dell’albero che muore”. Ma subitanea viene la reazione etica di stampo lombardo, la vocazione all’altruismo e alla dedizione oltre ogni egocentrismo: “Ma a che serve un albero / se non conforta il randagio, / non alimenta i viventi?”.
Al senso rasserenante della natura si assomma il senso rassicurante della moralità, secondo un timbro poetico che era già stato di Francis Jammes, definito “il poeta contadino” per l’ambientazione campagnola delle sue liriche. Egli amava la natura animale e vegetale e, come la Simonelli, ne faceva argomento delle sue poesie. I suoi personaggi preferiti erano quelli piccolo-borghesi, i suoi luoghi privilegiati quelli casalinghi, con manifesta anticipazione del Crepuscolarismo. C’è una sua poesia,
La salle à manger, che preannuncia il salotto gozzaniano di
L’anima di nonna Speranza e che si ritrova nel clima – vicina è la geografia e quindi lo spirito pedemontano – di
Mia vecchia cucina della Simonelli.
La poetessa si muove soprattutto in terra orobica, fra i suoi fiumi e i suoi laghi, nell’anfiteatro bergamasco di colline e prealpi. Ma non mancano i paesaggi marini in cui i gabbiani prendono il posto dei fagiani e la “sabbia di libeccio” sostituisce i “petali fitti del bianco ciliegio”. Con grande sensibilità ogni luogo è colto e descritto in baudelairiana percezione di
Corrispondenze: “È un tempio la natura ove viventi / pilastri a volte confuse parole / emanano”.
Ma il contesto emotivo non è così sereno come l’andamento del dettato potrebbe, a una lettura superficiale, fare supporre. Ci sono spie, più o meno nascoste, di malcontento e anche di sofferenza. A volte la connotazione è filosofica:
“Se un valore imprescindibile
della vita è vivere,
nella essenzialità delle dimore,
nel pudore degli abiti drappeggiati
sta la malìa di tutto quanto
abbiamo inconsciamente perduto”.
Altre volte invece l’indagine si svolge in chiave psicoanalitica come in
Un serpentello di felicità, forse il testo che più comprova la validità dell’autrice, per originalità, freschezza, arguzia, sinteticità senza sbavature.
La scrittura della Simonelli è infatti all’apparenza naïve, ma frutto di orchestrata, forse per dono congenito spontanea, sapienza stilistica. Evidente è l’accordo fra gli aspetti più significativi della creazione poetica e la linea portante della produzione pittorica. Sarebbe interessante un rapporto fra le due interpretazioni di una stessa realtà, ma l’esegesi ci porterebbe troppo lontano.
Varia è la musicalità delle composizioni, secondo la lunghezza del verso spesso composito di emistichi. La sostiene l’uso frequente della rima, rimarchevole perché non preordinata sopra un tracciato fisso, ma sbocciata quasi occasionalmente. Ne derivano, a volte, degli accattivanti risvolti di ironia, che l’inventiva delle immagini avvalora.
Diceva Dante che, attraverso la natura “l’arte a Dio quasi è nepote”. L’autrice sente intimamente, profondamente, questa relazione e la conferma con la sua disponibilità spirituale. Il tema del divino è presente, come speranza e come monito, come conforto e come Preghiera, elevata a un soprannaturale ultraterreno auspicato in contrasto con il naturale terreno:
“Raccogli i pensieri
di chi non sa parlare
sulla tua spiaggia sconfinata,
o mio Signore,
portati in questo mare
di fluidi pietosi
dalle ondate informi
dell’umana vicenda”.
Liana De Luca