Un libro che si legge volentieri questo, perché vergato da una giovane ma ferma mano che calibra realismo e simbolismo, sogno e realtà, parola e immagine, assai bene.
Dario Bellezza
Pier Mario Giovannone ha creato un nuovo mito, suo personale: quello del gabbiano forgiato con un pezzo di legno. L’ancestrale aspirazione di Ulisse a raggiungere luoghi sconosciuti, ad aggiungere tessere al mosaico della conoscenza, compare nell’archisema del mare. Ma si tratta di un mare quasi sempre vicino alla riva, alla sabbia che conserva le impronte, ai moli dove attraccare, per i cui pesci non ci sono più reti, ai cui uccelli bisogna asciugare le ali dal nero catrame viscoso del mondo.
“La nave da Delo / il sacro veliero” non è motivo di evasione poetica o di conforto umano: porta il presente nella sua angosciosa assolutezza, nella incompletezza dei rapporti, nella insoddisfazione delle aspirazioni, nella sensazione di sprofondare sulla scia di un naufragio.
L’autore è un uomo di terraferma, che, come Pavese, sogna il mare più che viverlo, ne trae spunto per metafore attraverso le quali accennare al suo percorso interiore affettivo ed esistenziale, poiché preferisce “essere intuito / più che capito”. Si sente, insomma, di legno, come la nave sulla quale vorrebbe affrontare “ad occhi chiusi” il mare grosso, come il gabbiano destinato a galleggiare più che a volare. Sdegna la tenacia del corallo e lo consola essere un flutto ondeggiante fra la ricerca della sicurezza di un approdo e il miraggio di un Occidente meta del sole.
Liana De Luca