PREFAZIONE
Mi ha procurato una sincera e profonda emozione leggere per la prima volta questo libro, quando libro ancora non era. Che poi ho letto e riletto più volte e meditato in disparte, e successivamente ripreso e ancora riletto, perché ritengo che sia uno dei libri più alti di poesia, e non solo di poesia.
“Dentro e oltre i limiti” credo non solo della poesia, ma del pensiero “poetico” meditante che, con Luzi e Raboni, nell’anno leopardiano, mi pare sia salito di tono. Lo dico con la convinzione e con l’emozione di chi è stato in ascolto e in colloquio ideale con l’autore.
Questo libro è un discorso solenne e dolente di familiarità con il luogo dei misteri e delle ragioni del dubbio, nella confidenza di Dio o, al di fuori di essa, nella fatica esacerbata di una fonte rasserenatrice di sapienza. Anche il buio sfocia nell’attesa come del dilucolo, nella luce delle cose visibili e invisibili: che è la visione di Dio nell’assenza di Dio.
Questo libro è anche la felicità ad oltranza, ma prosciugata da ogni forma di illusione o di visionarietà, da ogni gesto consolatorio, da ogni pratica scaramantica.
C’è la dignità dell’incertezza, del dolore, degli affanni; c’è la bellezza del limite e l’eroicità della paura.
C’è una robusta consistenza terragna del sentimento e del ragionamento, ancorati alla vicenda temporale e terrestre del succedersi delle stagioni, agli odori, ai colori, ai profumi che le stagioni portano; alla sapienza contadina che ragiona attraverso gli umori della terra su cui tutti noi posiamo e dalla quale dipendiamo in ogni nostra emozione; c’è il compiacimento posato e puntiglioso della nominazione pertinente di ogni filo d’erba o altro fiore, che è sempre metafora di un discorso alluso, perché in Antonio Faccio c’è la consapevolezza che le parole significano sempre qualcosa di più delle parole.
Tra le poesie più significative del libro vi è il poemetto
Carmen hiemale, che è emblematico per il gioco di opposizioni tra la vecchiezza e la gioventù, l’invernalità e l’estività, l’attesa promettente e l’esplosione dei virgulti, l’invenzione verbale e il magistero classico e sobrio dei modi e degli usi della lingua. Tutta la poesia di Antonio Faccio è una festa gioiosa della parola, con modi che vanno dalla compostezza ieratica di un dire solenne ed essenziale fino all’invenzione di una propulsione verbale analogica dirompente, proprio a segno delle diverse stagioni e dei diversi modi di dire, di rappresentare, di compendiare e di inventare la vita del cuore e della mente.
Poeta da leggersi. Lo raccomando a quei lettori ideali che, come si sa, sono anche i critici ideali, dei quali ogni autore ha bisogno. Perché ogni “lecture bien faite” è una collaborazione con il testo (Péguy-Steiner).
Sandro Gros-Pietro