LETTERA AL POETA
Caro Giorgio,
i tuoi ultimi versi mi hanno fornito una splendente ed affettuosa conferma di quanto, negli ultimi anni, avevo immaginato per mio conto e, cioè, che il tuo mondo, pure estendendosi per un intricato labirinto di mete e di destinazioni e le più diversificate, è tuttavia sotteso ai vertici di un ideale triangolo equilatero. Simbolicamente si potrebbero contrassegnare e nominare con i termini dell’Isola, della Campagna e della Città. E se ai simboli si volesse attribuire un correlativo oggettivo, forse l’Isola diverrebbe la Sardegna; la Campagna diverrebbe le Langhe e la Città, a giusto titolo, potrebbe essere Parigi. Talvolta, mi avventuro con convinzione in questo serissimo gioco di attribuzione di valenze simboliche alla storia fluente della tua poesia, e così invento una fantastica tassonomia delle metafore, a mio uso e consumo, tanto per deporre un filo di Arianna, che mi permetta di ripetere il cammino a ritroso. E, pertanto, ti confesso che faccio coincidere le Langhe con Monforte, e che Monforte è individuata dalla tua casa, e che la tua casa ha la sua chiave interpretativa nel tuo giardino, dove solitamente tu siedi a scrivere versi, nella tiepida stagione, con a fianco il tavolinetto dei zeppi fogli già vergati, e gli occhi che frugano e che fuggono oltre le ombre delle piante, nel verzicolare indefinito della siepe, al di là dello stradone che porta vuoi ai monti e vuoi al mare.
Seguo un filo di concatenazione analogica, riguardante l’infinita teoria dei tuoi mondi possibili. Oh, non dubitare! ho raccolto notizie ed annotazioni circa il tuo procedere circolarmente, per volute e per iterazioni e per ricorrenti tematiche; per visioni parallele e per evasioni armoniche. Poi riascolto l’eco – che ho dentro di me, conservata tra i miei ricordi più autentici – delle tue lezioni di letteratura e di stilistica. Il fascino di una campitura universale del discorso; la pienezza delle parole che tutto nominano e che soffiano il fiato della vita nelle tenebre, e portano la luce; l’ampiezza narrativa degli spazi versali, in cui si raccoglie, per ciascuno d’essi, una pepita e uno scamuzzolo autentico di vita; la collusione con la realtà e la fuga dalla realtà; la costruzione dell’alterità e il viaggio a Citera, l’affabulazione, il minimalismo e il mito; la sconnessione e lo sradicamento ragionativo del discorso poetico dalla struttura narrativa; l’estetica del discorso e la bellezza pittorica della rappresentazione; la correlazione oggettiva delle sequenze; l’io e il tu, come impiantistica pronominale di base per ogni dialettica allocutoria delle funzioni poetiche. Confesso che ho un modesto breviario di ricette riguardanti la tua poesia, che mi sono appuntato a margine dei tuoi libri o su altri taccuini. Servono a celebrare sostanzialmente la mia autentica gioia di leggerti, ma non hanno, ahimè, alcuna valenza letteraria. Ogni tanto aggiungo un nuovo pizzico di sale al mio ricettario: si perfeziona un ulteriore quadretto votivo alla parete delle mie esperienze di lettura, e il discorso si amplia, diviene più spesso. Ma in fondo il discorso sarebbe così semplice, che – se avessi il coraggio delle semplificazioni risolutorie che conducono all’essenzialità – potrei compendiare tutta la tua poetica in sole tre parole: il segno dell’uomo. Infatti, talvolta penso a quegli ingegnosi e fragili satelliti che vengono spediti nello spazio con un contenuto memorabile e rappresentativo del genere umano, per essere testimoniato agli altri abitanti dell’universo, che, forse, ci osservano sbigottiti dall’altra parte del cosmo. Dicono che si rimanga sempre incerti se sia meglio inviare testimonianza riguardante la morfologia delle mammelle di Sofia Loren o la vulcanicità del cervello di Albert Einstein. Così, si celebrano delle dispute e ci si accapiglia per stabilire se è meglio includere una fotografia di Maradona o un quadro di Van Gogh; sarà meglio il pedale di Bartali o il violino di Paganini? Sono più significativi i digiuni di Gandhi o le abbuffate di Stalin? Io ho una mia sicura risposta a questi angosciosi interrogativi, e mi prendo in mano uno dei tuoi libri di versi.
Mi leggo le tue poesie liturgicamente come fossi un parroco. Ma che dico! come fossi un umile diacono, che legge il suo breviario, e che coltiva la sua confidenza e la sua usualità nei confronti della materia misterica che sta leggendo: pure se il mistero lo sovrasta, egli, proprio per ciò, ne risulta rinfrancato. A piccoli brani, dieci o dodici poesie, poi ecco che ripongo il libro sul comodino. E mi rimangono in capo poche formule:
oh, ombre che la luce più non scrive — Non altro all’alba il vento qui conduce — di colpo un’improvvisa ala di chioma — la carta di un futuro che non c’è. Nell’immenso silenzio – e qui ti confesso con pia rassegnazione – anche nell’astrale vuoto della mia mente, viaggia il segno dell’uomo che la tua poesia contiene. Io ho trattenuto, nella mia mente, qualche formula, non di più, come fosse il pulsare radio-magnetico di un ingegnoso satellite che manda accorate testimonianze. Ma poi, inopinatamente, la scena si accende, il discorso si perfeziona; si manifesta la maestosità sontuosa del tuo ragionamento dialogato su tutte le voci possibili; io sento di acquisire la pienezza dei segni dell’uomo. Ritrovo il pedale di Bartali e il violino di Paganini, per non parlare della sequenza di mammelle, con altre sensualità femminili, e non solo quelle di Sofia – cioè diciamo non solo quelle
sofistiche – ma, al contrario, quelle che qui acquistano un contorno netto. Tutte le cose mi appaiono chiare, manifeste, leali, confessabili e confessate voci della tua anima; luci che provengono da una profonda intelligenza interiore che fa affiorare l’anima delle cose e che poi, al massimo di un’onesta estasi, velatamente aggancia i significati all’unica nominazione possibile degli affetti, a Silvia, a Giovanni, a Piera, a un amico dell’infanzia rapito alla vita, ma non perciò sfumato nell’evocazione dei ricordi autentici. Nel buio, in certe occasioni di particolare intensità, mi si riempiono gli occhi di lacrime, sento che se tu mi fossi vicino ti abbraccerei oppure ti picchierei, perché c’è sempre contrasto nell’amore e viceversa, con gli altri eccetera che tu ben sai o che ti puoi immaginare, come barattoli festosi che si trascinano appresso le auto degli sposi, nel loro viaggio di amore e di promessa.
Dio rimane nei tuoi versi e nel mio pensiero un’incombenza immanente. Dio è un ossimoro e un’ipallage, è un trucco retorico che non si può definire; è consunto ed usurato come un vecchio oltre i limiti della decenza. Dio è disperso tra la folla dei turisti nei panni del giovane Figlio dell’Uomo, entra in Nôtre Dame, si osserva crocifisso sulla croce, e ascolta sbigottito il cicerone che parla di lui. Frattanto, ovunque nel tuo libro, è rappresentata intorno a Dio la società che ha ucciso Dio; e che lo ha ucciso non solo sulla croce, ma anche nella cultura, nella filosofia, nell’arte, e in tutti gli atti minimali della vita; e Dio assiste, quasi complice – anzi sicuramente complice benevolo e avveduto – al rinnovato calvario della sua morte rappresentata sia sulla croce sia in tutti i segni dell’uomo che qui trovano una piena testimonianza. Così questa tua poesia diviene la storia dell’uomo indefinitamente redento da Dio, perché indefinitamente è traditore di Dio.
Ti confesso che io attendo con particolare trepidazione la formulazione dei titoli dei tuoi libri, in quanto mi paiono degli enigmi esplicativi e rivelatori. Così, quest’ultimo
Dal fondo del tempio, sono stato subito portato ad interpretarlo non già come fosse l’evocazione biblica della verità assoluta, ma come l’umile indicazione di una semplice logistica quotidiana; la zona umbratile, collocata in fondo al tempio ove s’accalcano gli uomini più dimessi, i più timorosi di Dio, i meno confidenti con l’assoluto; se vogliamo, anche quelli un poco cialtroni e briganti, e che occhieggiano la divinità da lontano, il crocifisso sull’altare; e un poco tremano e un poco si compiacciono, perché finalmente c’è la dimostrazione di chi sta tanto peggio delle loro miserie. Intanto, segretamente, pronunciano una preghiera e coltivano una speranza; tentano di articolare una promessa e una aspettativa di miglioramento, al di là di ogni logica reale, come se si trattasse di un discorso radicale, pronunciato ad oltranza; compiono dei gesti quasi scaramantici, che forse hanno poco a che fare con la divinità, ma che sono più imparentati con le superstizioni per scacciare le iatture e il malocchio. Dal fondo del tempio si osserva, fra il brusio incessante della vita e delle mercature che essa comporta, il crocifisso sull’altare, e si pensa che quello, in fondo, è un parafulmine, e che, malgrado tutto, potrebbe ancora fare il suo mestiere, alle soglie del terzo millennio. Dal fondo del tempio queste cose si sanno, perché le si vive in un modo autentico di contaminazione dell’anima e della carne.
Sandro Gros-Pietro