La bellezza della poesia di Margherita Ricchiardi consiste nell’essenzialità e nel nitore delle parole, che ricostruiscono, attraverso vibrazioni leggere e pulsazioni alluse, un percorso dell’anima, profondamente scavato nell’indagine intorno all’essere.
Ciò che la Ricchiardi, alla fine, trasferisce sul foglio è il tono e il verso della sua contemplazione interiore, esercitata sui paesaggi dell’anima, nei quali la realtà del mondo fenomenico appare come fosse un velo di immagini evanescenti e un graffio di tracce appena persistenti. I versi realizzano un movimento dello spirito verso se stesso; una contemplazione illustrativa dell’essenzialità misterica della vita, che non è ricostruita attraverso i fatti, ma che è evocata per significati e per consistenze sovrasensoriali, capaci di riprodurre la sensazione dialettica di chi interiormente si autocontempla, in un “moto immobile”, con qualche reminiscenza aristotelica. Anche la forma e la misura letteraria del discorso poetico insistono sulla perfezione calligrafica dei componimenti, che debbono apparire sospesi nella vastità bianca del foglio, perché possano alludere a quella dello spirito. Mai si coniugano i verbi né si articolano gli accadimenti della vita, ma piuttosto si enunciano o si espongono i modi contemplativi dell’essere, con tutti i verbi dell’azione che restano distesi nei tempi e nei modi dell’infinito.
Sandro Gros-Pietro