PREFAZIONE
Elio Andriuoli «ha il dono, rarissimo, della cristallinità
delle immagini e delle sensazioni sempre suscitatrici di idee, e di quella
profonda semplicità, oggi quasi del tutto scomparsa dal panorama della nostra
poesia». Pronunciate responsabilmente da un grande poeta come Giorgio Caproni,
parole come queste rappresentano non soltanto una caratterizzazione, ma una
sorta d’implicita “consacrazione”, tanto più evidente e compiuta se la
integriamo e consolidiamo con gli approfondimenti, articolati e partecipi, di
uno dei maestri della critica, Giorgio Bárberi Squarotti, che, partendo da
rilievi tecnici e tematici, perviene a un giudizio d’insieme nettamente favorevole.
«Credo che nessuno oggi, come Elio Andriuoli, sappia modulare con tanta musicalità,
tanta eleganza, tanta varietà di accenti e di ritmi l’endecasillabo, cioè il
metro fondamentale di tutta la nostra tradizione, tuttavia ricreandolo e
rinnovandolo», scrive l’autorevole critico a proposito di Epifanie. L’endecasillabo non è soltanto il fondamento della
nostra tradizione poetica, ma anche (ricordo quanto vi insisteva documentando
il filologo e poeta grigionese Remo Fasani) una struttura di base della stessa
lingua italiana parlata. A un poeta che l’ha accolto con una familiarità d’arte
così piena come Elio Andriuoli, l’endecasillabo offre possibilità espressive illimitate.
Una delle più interessanti è la pienezza e compiutezza di strofa autonoma che
può assumere il verso, da Andriuoli a volte isolato nella sua suggestiva
pregnanza, destinato a campeggiare nella memoria del lettore: tipico e ben
motivato stilema di questo poeta, e che consente un momento di meditazione e
riepilogo dopo una sosta, e del quale si riparlerà. Ne citerò un esempio, a mio
avviso davvero ammirevole, tratto da un bel testo dedicato al suo traduttore
tedesco Joseph Maurer, Ulisse:
«La sua isola Ulisse insegue ancora», variante del verso iniziale. Il quale è
collegato però al seguente da enjembement e immesso perciò nel fluire aperto del movimento poetico: «Ancora
Ulisse insegue la sua isola / su mari di smeraldo, ancora brucia / dentro il
suo cuore l’eco d’un richiamo». Il verso finale si apre dunque a un indefinito
avvenire, fissa nella sua concisione una durata mitica senza tempo. Non solo in
posizione finale, naturalmente, l’endecasillabo offre a un poeta propenso
(basti ricordare la sobrietà dei suoi titoli) alla pregnanza e alla sintesi,
una misura ideale. Per esempio, nell’intenso primo verso di una poesia molto
significativa – e non soltanto per la posizione conclusiva nel volume
– di Per più vedere, La
meta: «Si smemora la sera sulle alture». Ma
l’endecasillabo è soltanto un punto di partenza per il poeta, che proseguirà
nel suo esercizio metrico cauto ma sciolto e assiduo.
Bárberi Squarotti mette anche in rilevo, in Andriuoli, la
capacità di «nutrire di cultura e memoria letteraria il proprio discorso
poetico, ma senza che nulla ne rimanga più nel verso come denuncia delle
letture e delle esperienze compiute». Quella sostanza culturale, di civiltà, è
divenuta carne e sangue, oltre che “lingua” in senso totale, punto di
riferimento certo. La tradizione come continuità e durata – anche se non
vogliamo aderire in toto
all’appassionata difesa che ne fa Elémire Zolla in un coraggioso libro dei
primi anni Settanta – rappresenta, naturalmente, una sfida alla caducità,
e può conferire una sorta di sacralità. Siamo all’opposto del gusto per
l’effimero, del minimalismo che ha imperversato, ahimè, anche in campo
figurativo, indizio e mimesi di nichilismo, quando non di anchilosi e di
carenza ideale. L’interprete qui risale dall’accertamento formale e strutturale
a quello che Leo Spitzer avrebbe definito l’ etimon spirituale: «il poeta si assume la funzione di garantire,
con il suo discorso così fluido e luminoso», il senso di una «pacificata grazia
dell’esistere», il significante certifica il «significato fondamentale della
poesia di Andriuoli come inno alla paziente e luminosa gioia del vivere». Anche
nel più turbato libro Per più vedere,
non esente dai dubbi e da sgomenti che attanagliano ogni essere umano pensante
non folgorato da illuminazioni (o illuso di esserlo), emerge e resiste il “bene
della vita”, resta sempre aperto uno spiraglio di speranza. Chi è pio verso la
vita è spesso contraccambiato, e chi esprime nella pagina questo suo sentire,
può ricavarne, nei suoi inchiostri, doni di comunicativa e affabilità.
Non soltanto per Epifanie, ma anche per gli altri libri di Andriuoli, vale la constatazione
dell’«estrema coerenza della costruzione dei testi e degli strumenti poetici
messi in atto». Studiosi di generazioni successive, come Graziella Corsinovi,
comprovano «la chiarezza comunicativa, la trasparenza di un dettato che si
rivela costantemente fedele a se stesso, dagli esordi sino all’epoca più
matura», la motivazione profonda delle scelte tematiche, che, pur nel
progressivo arricchirsi, «permangono sostanzialmente coerenti e unitarie da
raccolta a raccolta».
Coerenza, fedeltà a se stesso, nel senso di qualità
costante di scrittura, nel senso di ferma consapevolezza espressiva. Ma senza
mai dimenticare che si tratta di un uomo in cammino, di un poeta in cammino,
immerso nel mutevole tempo della vita, “tempo di meraviglie”, direbbe Rilke, ma
anche, aggiungerebbe Andriuoli, di «antico affanno di non sapere», di «mai
placato tormento / di non sapere». Non è dunque possibile fondarsi soltanto su
rilievi riguardanti opere che precedono Per più vedere. In questo nuovo libro, per cominciare,
l’endecasillabo non è dominante. Il verso è vario, spesso libero. Tuttavia
dell’endecasillabo, starei per dire dell’“endecasillabo ben temperato”, sono
stati salvati lo spirito e l’eredità: la vocazione, cioè, all’appropriata
misura. Il significante ritmico e metrico si congiunge col significato.
Alla raggiunta misura interiore non occorre più un modello
estrinseco, costante, anzi è gioia ritrovare per ogni verso un ritmo discreto,
lievemente variato, una libertà apollinea che trova in se stessa il proprio
canone. Neppure un endecasillabo è presente in una poesia d’amore coniugale,
tra le più belle che mi sia accaduto di leggere in questi ultimi anni: l’amore
coniugale non è sempre oggetto d’interesse da parte di poeti lirici. Forse
perché di rado appare ricca di effetti vistosi e risonanti la sua complessa e
delicata partitura a due voci distinte, sempre più convergenti in accordi, in
cui le due voci diverranno più e altro che due voci separate e sommate. Sua
musa è di solito la discrezione, la misura. Questa poesia s’intitola (come una
d’altro tenore dello stesso libro) Sempre:
fermo e dolce segnale di durata. Presente anche in una frase di Quasi
un madrigale di Quasimodo, che sarebbe
pertinente divisa per l’amore coniugale: «Ma è sempre il nostro giorno». In Sempre ritroviamo l’Andriuoli della misura più compiuta, il
suo assorto respiro, il suo “largo”,
tenero di musicale pudore:
Cadono ad una ad una le pagine
del Gran Libro. Ne restano poche
ancora da leggere in questo scorcio di
vita,
da penetrare, da intensamente godere.
Ma una più vivida luce
brilla nei tuoi occhi e più cielo
seduce i liberi voli della sera,
accende
del suo oro variegato la via. [...]
Il “motivo coniugale” apre con incantevole freschezza anche
Stupore:
“Ancora un Natale –
con ridenti pupille mi ridici –
ancora un Natale da vivere insieme”.
Si sono accese le luminarie della
festa.
Così egemone il Tempo, che una concordanza anche
approssimativa metterebbe in rilievo l’elevata frequenza del lessico
concernente ore e stagioni, entro cui si accende il lessema luce, una volta anche con l’iniziale maiuscola, che
accompagna il variare del giorno e dell’anno, ma anche si carica di ansia
metafisica: luce per l’anima, luce “per più vedere”. Luce-messaggio della
grande arte che riscatta anche la torbida vicenda terrena di Caravaggio: «E la
mia arte fu quella / che fa sprigionare la luce / dal cupo mare dell’ombra; /
luce viva, vittoriosa, accecante / che la realtà rivela, / penetrandola nella
sua essenza più vera. / Luce che parla e che incendia, / luce che sublima».
Luce, infine, che da più parti del libro imprime ad esso un suo crisma.
L’accordo fra senso (o, ricordando Ungaretti, “sentimento”) del Tempo e ritmo
poetico è totale. Attraverso i ritmi pacati entriamo nel tempo lirico di
Andriuoli. Quanti i libri nella
sua biblioteca! Quanti ancora riuscirà a leggerne prima che dall’Oltre una voce
lo chiami?
S’insinua la domanda in quest’ora
dicembrina che la luce discende
fredda sui dorsi e sulle custodie ingiallite
dall’usura del tempo.
S’è
fatto tardi
senza che me ne avvedessi e un riflesso
ultimo accende i vetri della mia
finestra.
Tra
poco
lenta la tenebra cancellerà ogni cosa.
In un livre de chevet
delle nostre giovinezze, Albert Camus (che aveva in mente soprattutto Proust)
considerava l’arte una révolte
contro la morte, contro il tempo edace. Le opere figurative compaiono più d’una
volta in questo libro. Si ha Per un quadro di Guido Reni, per cominciare. Mi viene in mente uno scritto in
cui il già ricordato Zolla afferma che il pittore «si accorge che tutto corre
verso il nulla e la morte, ma decide viceversa di capovolgere il movimento
suicida. Invece di farsi trascinare da esso verso la sua meta predestinata, il
pittore arresta la corsa al nulla, capovolge il processo mortale, lo stringe
nell’istante in cui si rivela. Lo tramuta da ente in essere. Da partecipazione
a infinito». Ancor più suggeriscono il senso di durata le arti plastiche, care
al Parnasse («Tout passe. L’art robuste Seul a l’éternité. Le buste
Survit à la cité»). Ed ecco Piccolo
pescatore (per una statua di Vincenzo
Gemito): «Il ragazzo è fermo, scolpito nell’istante / che lo eterna. / Intorno
a lui regnano silenzio e pace infinita». I bronzi di Riace offrono più di una variante al gran motivo del
Tempo, con momenti di alta suggestione. Intanto, uno è nel fiore dell’età,
l’altro in età «già prossima al declino». Sono emersi dal remoto. «Hanno
varcato il mare. / Hanno varcato il tempo. / Ora là, eretti nel museo reggino,
/ attendono un evento / che non giunge. / Ascoltano dal fondo degli abissi /
salire sino a loro echi lontani. / Stupiscono del loro essere stati. / Guardano
oltre i secoli e la morte». Ancor più atemporale, enigmatica, eretta a disumano
e pietroso emblema, La stele
«Sospesa tra la vita e la morte, / ascolta indifferente fluire / lo scorrere
ininterrotto del tempo. / Non ha meta: è soltanto / il vago ricordo di un
passato sepolto. / Nel prodigio dell’ora / insegue un sogno che non ha mai
fine».
Qualche parola, per concludere, su uno stilema caro ad
Andriuoli: il distacco, mediante un breve spazio bianco, di un verso finale, o
di un piccolo nucleo di due o tre versi, per conferire maggiore spicco.
Naturalmente ogni interprete appena un po’ esperto sa che ogni figura
stilistica può avere senso diverso in contesto diverso. Un’efficace funzione
iconica vengono ad assumere i due versi finali del montaliano Falsetto: «Ti guardiamo noi della razza / di chi rimane a
terra». Quel piccolo stacco davvero separa Montale rimasto a terra da Esterina
abbracciata dal suo divino amico: il mare. Per Andriuoli vorrei scegliere un
esempio che può fungere bene da chiusura: Eco. Un piccolo nucleo staccato di tre versi, separato
da uno spazio, in fondo a un blocco di dodici brevi versi. Infine, un verso
isolato da un nuovo spazio. Non occorre più l’arco dell’ormai superato
endecasillabo di cui s’era parlato all’inizio. Basta alla sintesi un
settenario, in perfetta sintonia col verbo raccoglie che sembra riassumere una poetica:
Solo un’eco ora resta
nel moto infinito del flutto
che mai s’acquieta.
La raccoglie il poeta.
Emerico Giachery
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