Carla Mazzarello 
Nostra nuda natura
anno: 2006
pagine: 160
prefazione: Enrica Salvaneschi
prezzo: € 15
ISBN: 88-7414-188-2

SCHEDA DELL'AUTORE
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PREFAZIONE

Non sono molti gli autori che, nel corso degli anni, riescono a imprimere alla loro opera un’inconfondibile cifra stilistica; Carla Mazzarello è fra questi. Dalla prima raccolta di liriche, Testimonianze 1951-1962, pubblicata nel 1964 per l’editore padovano Rebellato, attraverso i due momenti di Questa falce germinata in fuoco, Nuovedizioni Enrico Vallecchi 1976 e di Nel deserto un punto, Collettivo r, Firenze 1984, fino alla presente Nostra nuda natura, che approda a “I gherigli” genesiaci dopo vicissitudini di vita e di arte, il cammino della sua parola è caratterizzato da “una rigorosa, quasi fanatica unitarietà”: cosí si esprimeva, con formula icastica, Giorgio Bárberi Squarotti nell’introduzione alla Falce (p. 6). E tuttavia, questa rigorosa compattezza, questa coerenza strenua, questa forma di stile individualissimo, non significano staticità; c’è anzi un’animazione interna e capillare, un sommovimento continuo nel dire mazzarelliano. Valga un esempio puntuale, offerto dall’incipit del testo di p. 63, il V della sezione Piccolo canzoniere:

X agosto, stelle cadenti
a numerarle ti strinsi – ricordi?

In una precedente versione, inedita, gentilmente fornitami dall’autrice, si leggeva, anziché numerarle, nominarle. La variante scelta sembra, a una prima lettura, sacrificare un suggestivo spunto tematico: la rispondenza fra l’atto di denominazione e la successiva menzione del cielo-parola, nella spinta possessiva, duplice e una, della gara poetica e dell’ingannevole sogno amoroso. In realtà, l’enumerazione delle stelle riprende un tèma antico, già visitato dall’autrice, e da me a suo tempo esaminato: si risale alle Testimonianze, in cui una perentoria innovazione, interrogai le zolle ad una ad una, è seguita da una negazione, Non contavo le stelle nella notte. La movenza dell’autrice si poneva qui quale risposta riottosa a un motivo suggestivamente presente nelle auctoritates: dal Pascoli a ritroso al Leopardi al Petrarca, in versi celeberrimi che sarebbe superfluo citare. Ci sembra invece rivelativo della qualità e della scelta mazzarelliana che nel testo recente, a piú di quarant’anni di distanza, il tèma venga ripreso in voluta congruenza con la tradizione, al di qua dello scarto ctonico e dell’obliante rifiuto. Ma questa congruenza viene poi intrinsecamente di nuovo violata, ché l’atto di numerazione, di appropriazione poietica del cosmo, è demandato dall’autrice non a se stessa, bensí all’inadempiente tu della persona disamante e amata. Si ribadisce cosí, con mezzi scarni e scaltriti, quella temperie di titanismo frustrato che da sempre contraddistingue il pensiero poetico mazzarelliano e che in quest’ultima raccolta giunge a un’estenuazione liminare, sul filo acuminato del silenzio che tuttavia mai cede a sperimentazioni o compiacimenti di maniera e mai perde di vista il dovere del poeta: la fedeltà alla bellezza; è un’adamantina nobiltà del dire che non arretra di fronte ad alcuno scandalo, ad alcuna turpitudine dell’umana vita, e non propone vie di fuga in alcuna consolatoria teodicea.
A riprova di quanto diciamo si legga, a poche pagine di distanza, la conclusione in Epigrafe provvisoria del Piccolo canzoniere (p. 70): il destino della vita, consumandosi dal nome / scritto sull’acqua a la dura morte, passa attraverso la numerazione dell’innumerabile,

accenti numerando
e sospiri di vento
stille di nuvola – albori lunari

Una conferma di quanto questo assillo tematico continui a operare e a rodere è fornita da Fu nel sonno (p. 87, nella sezione Metafore), dove troviamo stretti in attrito i due concetti, di “nome” e di “numero”, che fornivano le lezioni alternative al testo da cui siamo partiti:

– aperto abisso nel celeste raptus
innominato numero

E il discorso variantistico potrebbe arricchirsi, ché altrove, nella sezione Punta all’orizzonte, e più in là (p. 141), il ruolo dell’io poetante sarà assegnato a uno dei suoi avatara, o eteronimi, il Girasole in autunno, facendosi cosí della Sehnsucht un’ineludibile cifra cosmica:

l’astro eternalmente vagheggia
armonia di numero anelando

Speriamo che sia chiaro da questo esempio come, in sede prefatoria, necessariamente limitata, non si possa rendere piena giustizia allo stile mazzarelliano, in cui convergono raffinatezza culturale e vocazione nativa: una complessa semplicità. Ci perdonerà dunque il lettore se un poco cediamo alle nostre preferenze, segnalando testi che accettano di misurarsi con voci poderose della tradizione, su temi stupendamente logori e sovranamente rivissuti, come Rose / in metafora bellezza (p. 22, nella sezione Attimo cifra dell’eterno) e Ades / – in giardino (pp. 103-104, nella sequenza Specchiata verità / il mito); o ancora, intensamente ed estesamente memore dell’attività dell’autrice quale critica d’arte, Clown (pp. 90-91, nella sezione Metafore).
Pure ci piacerebbe soffermarci sul lessico, caratterizzato da una regale povertà che istituisce continui richiami interni, tra testo e testo, tra raccolta e raccolta, e che sa unire la glossa preziosa, talora citazione dotta, al termine quotidianamente fruibile e immediato: e.g., l’amata vallea e le onnipresenti foglie, i grecismi mímesis o enthusiasmós, il latinismo volitat e la ritornante luna, il costitutivo inganno. Un termine distintivo della presente raccolta sembra poi essere sussurro, le cui occorrenze superano la decina, e che è capace di riunire api e galassie, abisso e brezza, pensieri e vólti.
Accattivante sarebbe un discorso sulla trama fonica, che, allegrandosi di filigrane anagrammatiche (valga l’esempio delle pp. 20-21: dall’Arno all’aria all’armonia, all’[a]rco sonoro, e di qui al sono e non sono), non (non piú) disdegna un sottile rimario. Dantescamente (Purg. XXVIII 17-18) foglioso, giustificato come norma onirica ed enigma di natura (p. 90), esso ora si insinua quasi subliminale, ora è capace di imporsi con tale evidenza da coinvolgere anche il titolo, come in Luce della sera (p. 126, nella sezione Nuovi frammenti).
Preferiamo, tuttavia, passare oltre queste tentazioni, che rischierebbero di ridursi a catalogo, e fornire al lettore alcuni argomenti che lo aiutino a fissare categorie di esegesi. A questo scopo sono utilissime quelle zone di scrittura che si è soliti chiamare “paratestuali”, anche se non vogliamo dimenticarci, come talora si fa, che la loro funzione è, in qualche modo, ancillare: proprio in tale ancillarità risiede, anzi, il possibile specillo utile a penetrare nel nucleo dominante del farsi e del fatto testuali. Delle otto parti in cui la raccolta si articola, solo Divagazioni in contrappunto (pp. 71-82) è priva di esergo o di un’incipitaria professione di poetica (forse per non distrarre dalla dedica ad personam?); nelle altre, la posizione dell’autrice viene ribadita e in qualche modo esasperata rispetto alle precedenti raccolte: “sottrazione” e “rastremazione” in un’ascesi espressiva iper-plotiniana nell’incipit della prima parte (p. 18), “inesorabile logica” dell’irrazionale sottesa all’appello metaforico nella quarta (p. 84), “enigma” inalienabile del mito nella quinta (p. 94). Queste tre fulminee, densissime professioni teoriche sarebbero da discutere, a tempo e luogo, nella prospettiva di un ermetismo odierno, da porre in contrasto parallelo con altre voci europee, prima fra tutte quella di Paul Celan.
Non meno significative delle citate professioni di poetica e non meno impegnative dei testi originali sono le epigrafi in esergo. Qui, il paratesto costituisce la zolla fondante, lo stilobate della colonna testuale: si parte da Leonardo nell’incipit (p. 15) per raggiungere il congeniale Eraclito introduttivo ai miti (p. 93) e culminare, nell’ultima sezione, col visionario Dante purgatoriale (p. 133); si intervallano aforismi dell’autrice sulla – posso cosí esprimermi? – metafonia dell’inganno (p. 59), sull’inquisizione del pensiero “spezzato” (p. 107) e sul suo porsi come specchio del mondo (p. 119). Che questi due ultimi aforismi introducano le parti rispettivamente intitolate Frammenti e Nuovi frammenti costituisce a mio parere un’ulteriore prova di quanto la concezione mazzarelliana differisca dal frammentarismo di certo Novecento; di quanto sia forte il pensiero dell’autrice rispetto alla debolezza, pur talora meritoria – ma talora compiaciuta – dei suoi contemporanei. È una compattezza tanto piú granitica, spregiudicata e animosa, perché riferita al tèma costante della frattura, dello spezzamento, del délabrement, della metamorfosi verso il cwrismoV. Il verbo trasmuta, che definisce l’azione sfigurante dall’amore all’odio in quella che abbiamo chiamato la metafonia dell’inganno, ritorna non a caso nell’ultimo aforisma, in cui, con apparentemente diversa accezione, designa la specularità del mondo nel pensiero; “apparentemente” diversa l’accezione, ribadiamo, ma sostanzialmente solidale, per causalità, archetipo e suo nome: nient’altro e nessun altro che l’Alighieri. Si pensi ad alcune occorrenze di mutare e trasmutare nella Commedia. È la cosa-Grifone che, nel noto passo purgatoriale (XXXI 125-126), ad un tempo sta queta e si trasmuta nell’idolo suo; è l’inquietante e allitterante sinonimia fra il trasmutare del grifone e l’estrema fantasia paradisiaca (XXXIII 113-114): una sola parvenza, / mutandom’io, a me si travagliava. Chi avesse dubbi sull’attendibilità di questo nostro diagramma dantesco nel dire mazzarelliano può richiamarsi al valore semantico che il testo di p. 29 conferisce al termine idea nel binomio parvenza-idea, che è ad un tempo titolo e klimax argomentativa, il cui sinolo celebra il collasso poetico, la (mi si passi il neologismo) de-cristologia dell’idolo purgatoriale, della paradisiaca parvenza. La stessa costruzione e costrizione regola inoltre l’arcatura dall’una all’altra epigrafe “frammentaria”: l’inquisita spezzatura del pensiero e il suo essere specchio del mondo non rimodulano forse, con moto cancrizzante, l’eccelso […] e la larghezza / de l’etterno valor, poscia che tanti / speculi fatto s’ha in che si spezza, / una manendo in sé come davanti (Par. XXIX 142-145)?
Come si vede, il paratesto ci conduce agevolmente al testo, l’epigrafe alla scrittura, tanto ricca quanto scarnita; e primo, portentoso esergo ad accattivare il lettore, il titolo ci conduce all’opera: Nostra nuda natura. È anche codesta una captatio metafonica – ma non piú di Dante, ovviamente. La lieve (e necessaria nella lingua odierna) variante cui l’autrice sottopone la frase leopardiana – In te, morte, si posa / Nostra ignuda natura – conferisce, nella guadagnata allitterazione, un’inflessione diversa e proietta un’importante cadenza allusiva: non c’è, nella temperie mazzarelliana, modello piú vitale del Leopardi, e nello stesso tempo non c’è forse distanza piú grande, perché, per risostanziare in qualche modo il linguaggio poetico franto da tanta novecentesca disgregazione, senza di quest’ultima rinnegare l’esperienza e il valore, occorre risalire assai indietro la mirabile fictio leopardiana del linguaggio lirico; occorre recuperare anche, e forse soprattutto, la sapienza delle origini ducentesche. Qui si aprirebbe un ulteriore campo di analisi, che ancora una volta (e sia l’ultima, per ora), additiamo senza percorrere, contenti di un esempio, numinoso. Leggiamo, in chiusa del citato Clown (p. 91):

[…]
registra del clown cadute e voli
– disfatte parole e paurose.

Le tele picassiane o chagalliane, le starobinskiane pagine, si lacerano e lasciano vedere il grande Guido (XXXIV Favati, vs. 25):

Parole mie disfatte e paurose
[…]

Anche per questa lacerazione siamo grati all’autrice.

Enrica Salvaneschi

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