PREFAZIONE
Non sono molti gli autori che, nel corso degli anni, riescono a imprimere alla loro opera uninconfondibile cifra stilistica; Carla Mazzarello è fra questi. Dalla prima raccolta di liriche,
Testimonianze 1951-1962, pubblicata nel 1964 per leditore padovano Rebellato, attraverso i due momenti di
Questa falce germinata in fuoco, Nuovedizioni Enrico Vallecchi 1976 e di
Nel deserto un punto, Collettivo r, Firenze 1984, fino alla presente
Nostra nuda natura, che approda a I gherigli genesiaci dopo vicissitudini di vita e di arte, il cammino della sua parola è caratterizzato da una rigorosa, quasi fanatica unitarietà: cosí si esprimeva, con formula icastica, Giorgio Bárberi Squarotti nellintroduzione alla
Falce (p. 6). E tuttavia, questa rigorosa compattezza, questa coerenza strenua, questa forma di stile individualissimo, non significano staticità; cè anzi unanimazione interna e capillare, un sommovimento continuo nel dire mazzarelliano. Valga un esempio puntuale, offerto dall
incipit del testo di p. 63, il V della sezione
Piccolo canzoniere:
X agosto, stelle cadenti
a numerarle ti strinsi ricordi?
In una precedente versione, inedita, gentilmente fornitami dallautrice, si leggeva, anziché
numerarle,
nominarle. La variante scelta sembra, a una prima lettura, sacrificare un suggestivo spunto tematico: la rispondenza fra latto di denominazione e la successiva menzione del
cielo-parola, nella spinta possessiva, duplice e una, della
gara poetica e dell
ingannevole sogno amoroso. In realtà, lenumerazione delle stelle riprende un tèma antico, già visitato dallautrice, e da me a suo tempo esaminato: si risale alle
Testimonianze, in cui una perentoria innovazione,
interrogai le zolle ad una ad una, è seguita da una negazione,
Non contavo le stelle nella notte. La movenza dellautrice si poneva qui quale risposta riottosa a un motivo suggestivamente presente nelle
auctoritates: dal Pascoli a ritroso al Leopardi al Petrarca, in versi celeberrimi che sarebbe superfluo citare. Ci sembra invece rivelativo della qualità e della scelta mazzarelliana che nel testo recente, a piú di quarantanni di distanza, il tèma venga ripreso in voluta congruenza con la tradizione, al di qua dello scarto ctonico e dellobliante rifiuto. Ma questa congruenza viene poi intrinsecamente di nuovo violata, ché latto di numerazione, di appropriazione poietica del cosmo, è demandato dallautrice non a se stessa, bensí allinadempiente
tu della persona disamante e amata. Si ribadisce cosí, con mezzi scarni e scaltriti, quella temperie di titanismo frustrato che da sempre contraddistingue il pensiero poetico mazzarelliano e che in questultima raccolta giunge a unestenuazione liminare, sul filo acuminato del silenzio che tuttavia mai cede a sperimentazioni o compiacimenti di maniera e mai perde di vista il dovere del poeta: la fedeltà alla bellezza; è unadamantina nobiltà del dire che non arretra di fronte ad alcuno scandalo, ad alcuna turpitudine dellumana vita, e non propone vie di fuga in alcuna consolatoria teodicea.
A riprova di quanto diciamo si legga, a poche pagine di distanza, la conclusione in
Epigrafe provvisoria del
Piccolo canzoniere (p. 70):
il destino della vita, consumandosi dal
nome / scritto sullacqua a
la dura morte, passa attraverso la numerazione dellinnumerabile,
accenti numerando
e sospiri di vento
stille di nuvola albori lunari
Una conferma di quanto questo assillo tematico continui a operare e a rodere è fornita da
Fu nel sonno (p. 87, nella sezione
Metafore), dove troviamo stretti in attrito i due concetti, di nome e di numero, che fornivano le lezioni alternative al testo da cui siamo partiti:
aperto abisso nel celeste raptus
innominato numero
E il discorso variantistico potrebbe arricchirsi, ché altrove, nella sezione
Punta allorizzonte, e più in là (p. 141), il ruolo dellio poetante sarà assegnato a uno dei suoi avatara, o eteronimi, il
Girasole in autunno, facendosi cosí della
Sehnsucht unineludibile cifra cosmica:
lastro eternalmente vagheggia
armonia di numero anelando
Speriamo che sia chiaro da questo esempio come, in sede prefatoria, necessariamente limitata, non si possa rendere piena giustizia allo stile mazzarelliano, in cui convergono raffinatezza culturale e vocazione nativa: una complessa semplicità. Ci perdonerà dunque il lettore se un poco cediamo alle nostre preferenze, segnalando testi che accettano di misurarsi con voci poderose della tradizione, su temi stupendamente logori e sovranamente rivissuti, come
Rose / in metafora bellezza (p. 22, nella sezione
Attimo cifra delleterno) e
Ades / in giardino (pp. 103-104, nella sequenza
Specchiata verità / il mito); o ancora, intensamente ed estesamente memore dellattività dellautrice quale critica darte,
Clown (pp. 90-91, nella sezione
Metafore).
Pure ci piacerebbe soffermarci sul lessico, caratterizzato da una regale povertà che istituisce continui richiami interni, tra testo e testo, tra raccolta e raccolta, e che sa unire la glossa preziosa, talora citazione dotta, al termine quotidianamente fruibile e immediato:
e.g., lamata
vallea e le onnipresenti
foglie, i grecismi
mímesis o
enthusiasmós, il latinismo
volitat e la ritornante
luna, il costitutivo
inganno. Un termine distintivo della presente raccolta sembra poi essere
sussurro, le cui occorrenze superano la decina, e che è capace di riunire api e galassie, abisso e brezza, pensieri e vólti.
Accattivante sarebbe un discorso sulla trama fonica, che, allegrandosi di filigrane anagrammatiche (valga lesempio delle pp. 20-21: dall
Arno all
aria all
armonia, all
[a]rco sonoro, e di qui al
sono e non sono), non (non piú) disdegna un sottile
rimario. Dantescamente (
Purg. XXVIII 17-18)
foglioso, giustificato come norma onirica ed enigma di natura (p. 90), esso ora si insinua quasi subliminale, ora è capace di imporsi con tale evidenza da coinvolgere anche il titolo, come in
Luce della sera (p. 126, nella sezione
Nuovi frammenti).
Preferiamo, tuttavia, passare oltre queste tentazioni, che rischierebbero di ridursi a catalogo, e fornire al lettore alcuni argomenti che lo aiutino a fissare categorie di esegesi. A questo scopo sono utilissime quelle zone di scrittura che si è soliti chiamare paratestuali, anche se non vogliamo dimenticarci, come talora si fa, che la loro funzione è, in qualche modo, ancillare: proprio in tale ancillarità risiede, anzi, il possibile specillo utile a penetrare nel nucleo dominante del farsi e del fatto testuali. Delle otto parti in cui la raccolta si articola, solo
Divagazioni in contrappunto (pp. 71-82) è priva di esergo o di unincipitaria professione di poetica (forse per non distrarre dalla dedica
ad personam?); nelle altre, la posizione dellautrice viene ribadita e in qualche modo esasperata rispetto alle precedenti raccolte: sottrazione e rastremazione in unascesi espressiva iper-plotiniana nell
incipit della prima parte (p. 18), inesorabile logica dellirrazionale sottesa allappello metaforico nella quarta (p. 84), enigma inalienabile del mito nella quinta (p. 94). Queste tre fulminee, densissime professioni teoriche sarebbero da discutere, a tempo e luogo, nella prospettiva di un ermetismo odierno, da porre in contrasto parallelo con altre voci europee, prima fra tutte quella di Paul Celan.
Non meno significative delle citate professioni di poetica e non meno impegnative dei testi originali sono le epigrafi in esergo. Qui, il paratesto costituisce la zolla fondante, lo stilobate della colonna testuale: si parte da Leonardo nell
incipit (p. 15) per raggiungere il congeniale Eraclito introduttivo ai miti (p. 93) e culminare, nellultima sezione, col visionario Dante purgatoriale (p. 133); si intervallano aforismi dellautrice sulla posso cosí esprimermi? metafonia dellinganno (p. 59), sullinquisizione del pensiero spezzato (p. 107) e sul suo porsi come specchio del mondo (p. 119). Che questi due ultimi aforismi introducano le parti rispettivamente intitolate
Frammenti e
Nuovi frammenti costituisce a mio parere unulteriore prova di quanto la concezione mazzarelliana differisca dal frammentarismo di certo Novecento; di quanto sia forte il pensiero dellautrice rispetto alla debolezza, pur talora meritoria ma talora compiaciuta dei suoi contemporanei. È una compattezza tanto piú granitica, spregiudicata e animosa, perché riferita al tèma costante della frattura, dello spezzamento, del
délabrement, della metamorfosi verso il
cwrismoV. Il verbo
trasmuta, che definisce lazione sfigurante dallamore allodio in quella che abbiamo chiamato la metafonia dellinganno, ritorna non a caso nellultimo aforisma, in cui, con apparentemente diversa accezione, designa la specularità del mondo nel pensiero; apparentemente diversa laccezione, ribadiamo, ma sostanzialmente solidale, per causalità, archetipo e suo nome: nientaltro e nessun altro che lAlighieri. Si pensi ad alcune occorrenze di
mutare e
trasmutare nella
Commedia. È la
cosa-Grifone che, nel noto passo purgatoriale (XXXI 125-126), ad un tempo sta queta e si trasmuta nell
idolo suo; è linquietante e allitterante sinonimia fra il trasmutare del grifone e lestrema fantasia paradisiaca (XXXIII 113-114):
una sola parvenza, / mutandomio, a me si travagliava. Chi avesse dubbi sullattendibilità di questo nostro diagramma dantesco nel dire mazzarelliano può richiamarsi al valore semantico che il testo di p. 29 conferisce al termine
idea nel binomio
parvenza-idea,
che è ad un tempo titolo e
klimax argomentativa, il cui
sinolo celebra il collasso poetico, la (mi si passi il neologismo) de-cristologia dell
idolo purgatoriale, della paradisiaca
parvenza. La stessa costruzione e costrizione regola inoltre larcatura dalluna allaltra epigrafe frammentaria: linquisita spezzatura del pensiero e il suo essere specchio del mondo non rimodulano forse, con moto cancrizzante,
leccelso [
] e la larghezza / de letterno valor, poscia che tanti / speculi fatto sha in che si spezza, / una manendo in sé come davanti (
Par. XXIX 142-145)?
Come si vede, il paratesto ci conduce agevolmente al testo, lepigrafe alla scrittura, tanto ricca quanto scarnita; e primo, portentoso esergo ad accattivare il lettore, il titolo ci conduce allopera:
Nostra nuda natura. È anche codesta una
captatio metafonica ma non piú di Dante, ovviamente. La lieve (e necessaria nella lingua odierna) variante cui lautrice sottopone la frase
leopardiana
In te, morte, si posa / Nostra ignuda natura conferisce, nella guadagnata allitterazione, uninflessione diversa e proietta unimportante cadenza allusiva: non cè, nella temperie mazzarelliana, modello piú vitale del Leopardi, e nello stesso tempo non cè forse distanza piú grande, perché, per risostanziare in qualche modo il linguaggio poetico franto da tanta novecentesca disgregazione, senza di questultima rinnegare lesperienza e il valore, occorre risalire assai indietro la mirabile
fictio leopardiana del linguaggio lirico; occorre recuperare anche, e forse soprattutto, la sapienza delle origini ducentesche. Qui si aprirebbe un ulteriore campo di analisi, che ancora una volta (e sia lultima, per ora), additiamo senza percorrere, contenti di un esempio, numinoso. Leggiamo, in chiusa del citato
Clown (p. 91):
[
]
registra del clown cadute e voli
disfatte parole e paurose.
Le tele picassiane o chagalliane, le starobinskiane pagine, si lacerano e lasciano vedere il grande Guido (XXXIV Favati, vs. 25):
Parole mie disfatte e paurose
[
]
Anche per questa lacerazione siamo grati allautrice.
Enrica Salvaneschi