PREFAZIONE
Nella mia lunga esperienza di lettore di poesia, non ho mai smesso d’interrogarmi sulle ragioni segrete del titolo prescelto dall’autore per la propria opera, titolo che a volte può offrire la chiave giusta per una interpretazione non arbitraria del mondo che vi si racchiude.
Ormai prigioniero di questa consuetudine, anche per la presente raccolta ho cercato uno spiraglio che mi potesse illuminare e l’ho trovato nella lirica
Anima mundi (pag. 106), in cui si legge tra l’altro: “Ho visto un compasso luminoso / di stelle / nella cifra dello spazio / in assoluta assenza di peso. / … Soltanto il respiro siderale / si dilata nei quadranti del tempo / e tocca arcani lembi di fuoco."
Al di là delle diverse accezioni in uso del termine “quadrante”, mi pare che l’autrice qui voglia, con un’allusione metaforica molto sottile, presa com’è dal fascino della “sinfonia degli astri", percepire le ragioni dell’anima universale, contemplando le infinite migrazioni “oltre i confini dell’essere". Se ne deduce che la sua poesia abbia un fondo decisamente speculativo, con dei risvolti di genere metafisico, non sempre agevolmente afferrabili in quanto si sente costretta a girovagare col pensiero tra “vagabonde rive / in un’indefinita leggerezza".
Ne discende che, per Marcella Artusio Raspo, la poesia, con un compito così arduo da svolgere, possa finire “sul filo dell’indicibile": calandosi “nella spelonca del linguaggio", si affida al “magico filtro ” della parola, che diventa “un sudario di creatività / nelle notti inquiete", poiché deve farsi testimone di “musiche dissonanti, fughe di emozioni, / visionarie accensioni in un ventaglio / di immagini addossate alla chimera della vita”. Il destino del poeta, messo di fronte all’impossibile, pare segnato dall’alto, per l’eterno: “Nasce e muore la poesia su un elettrico arco, / si brucia come falena al lume / che sprigiona il mistero, / si incenerisce come l’araba fenice / e in una fulminea scintilla / dilaga nella tersità dello spazio, / nelle dimore del tempo ” (cfr.
L’indicibile voce della poesia).
Se misterioso è il moto delle stelle, non meno misterioso è il corso delle vicende umane. Il poeta può rivestire “con la fantasia / i panni laceri della realtà", ma l’esistenza nella sua nudità riesce sempre incomprensibile, “perché la vita è enigma": a ben riflettere, si procede sempre tra insidie imprevedibili, inoltrandoci “nella nebbia del domani / ciechi pellegrini di una terra / smarrita nella corsa degli astri ” (cfr.
L’enigma).
La percezione degli aspetti enigmatici dell’Essere costituisce la punta più alta della poesia speculativa di Marcella Artusio Raspo, anche se può prendere spunto dalle constatazioni più ovvie: una stella che “trasmigra velocissima”, l’acqua gorgogliante che produce note musicali destinate a spegnersi “sul filo della coscienza”, e, se còlte nell’ora del raccoglimento “in cui riconosci il tuo nascere / e il tuo morire”, allora si può avvertire stupore e insieme sgomento per il peso della vita. Di qui la confessione, che colpisce per la sua nettezza: “Questo universo che mi porto dentro / trapunto di inestinguibili chiarori / dorme nelle pieghe del mistero / e riflette gli infiniti linguaggi / del silenzio. ” (cfr.
Rotazioni)
Ma non sempre su temi così impervi per la stessa umana intelligenza si libra l’estro poetico di Marcella Artusio. Più spesso è la realtà nuda e cruda della storia comune che richiama le sue attenzioni: ad esempio, un povero anziano che evoca la moglie morta “in un’estate di biancospini / rapita in un rosario di solitudine ” (cfr.
Il vecchio sulla panchina); frotte di ragazzi “dagli occhi ridenti ” e gruppi d’immigrati che “coltivano dure radici / in una terra dalle molteplici anime ” (cfr.
Estate torinese); adolescenti che sfrecciano con “mostri d’acciaio ” su infuocate rotte “verso traguardi d’incertezza ” (cfr.
Ragazzi); una piazza di mercato, multietnica, in cui si afferra la vita “evanescente / eppur così intensa e crudele / nel suo timbro di morte ” (cfr.
Una giornata di ferragosto); l’incontro con vecchi amici dalle “pallide storie ” che si rispecchiano “in frammenti / di solitudine / sbigottiti compagni di un’età sepolta ” (cfr.
La vineria di Via delle Rosine); bambini sguscianti, con occhi grandi e tristi, “dalle tenaglie della miseria ” (cfr.
I bambini scalzi); le mani tese dei mendicanti, che raccolgono “spiccioli di vita / dalla mensa del mondo ” (cfr.
I mendicanti); e così via, per tante pagine, sparse qua e là.
Spesso ricorre anche il motivo del fluire dei giorni e delle stagioni in rapporto ai fenomeni della natura (cfr.
La canicola,
Malinconia di fine estate,
Foglie,
Tavolozza di novembre, ecc.); oppure la fruibilità della bellezza attraverso le magie della pittura, della musica, della danza, del teatro, del canto (cfr.
La barcarola di Offenbach,
Rivisitare Chagall,
Tango,
Il prodigio della Cappella Sistina,
Rivisitare Mozart,
La morte del cigno, ecc.); o, ancora, le sciagure delle guerre, che fanno ardere “il pianeta nel braciere della follia ” e, di contro, il messaggio di pace e fratellanza che si diffonde “sulle nuvole dell’utopia ” attraversando “deserti di fuoco ” (cfr.
Il soffio della guerra,
Il martirio,
Il profeta,
Il poverello d’Assisi,
Il fiore della non violenza, ecc.).
Non manca, poi, il ricordo delle persone care: il nonno, la cui immagine affiora come “da una remota dissolvenza / … stupito della vaghezza dei suoi passi / in un tunnel senza fine ” (cfr.
Amarcord): il padre che “misura il tempo / sul calar del sole ” (cfr.
Memorie d’erba) e la madre che, “solare come un fiore di luce ” e dal “sorriso di polvere / nella nuvola dei capelli", la induce a pensare “alla fragilità dell’umano esistere / che non sopravvive ai desideri / e alla fiamma dell’amore ” (cfr.
La falce,
La ricorrenza, ecc.).
Ma, nella gamma dei cosiddetti affetti domestici, è al compagno di vita, “compagno di segreti battiti", che la poetessa riserva gli accenti più partecipi della comune sorte perché, nello smarrimento degli eventi dolorosi, egli ha il potere di ricomporre “la certezza del vivere / leggera come un soffio d’estate / migrante verso il mistero / di invisibili linguaggi ” (cfr.
La brevità dell’ora). È a lui, nel momento della passione “vibrante come l’arco di un violino", che la poetessa si sente come donna legata in virtù della “sintonia ” e della “intensità di emozioni", anche se possono apparire “fuochi fatui nel volgere di oscuri destini ” (cfr.
Notte sospesa).
In una raccolta così densa (in tutto, un centinaio di poesie) mi riesce difficile individuare un motivo dominante: forse non ci si discosta troppo dal vero, se si pensa al “mistero#148;, inteso non come verità dogmatica legata alla Rivelazione, ma come qualcosa d’inconoscibile nelle vicissitudini terrene, nel bene e nel male del vivere così come del morire: il tutto è come avvolto da un velo impenetrabile, che né la scienza né la fede riescono a scoprire. Neanche la poesia riesce ad un compito così lontano dalle umane facoltà. Perfino il poeta “veggente ” per antonomasia, Arthur Rimbaud, nello sfavillio delle sue prodigiose visioni, sognando “gli abissi del peccato", ebbe la certezza di venire “dall’ignoto ” e di andare “verso l’ignoto". La nostra poetessa s’immedesima nel destino del ragazzo poeta e lo fa suo: “Talvolta nelle notti di chiarore / intravedo questo inquieto fanciullo / varcare la soglia di ibride tentazioni / e sfociare come ardente lama / nel fuoco che purifica. / Forse Rimbaud è l’idea della purezza / che ci portiamo dentro nel fango della vita, / forse l’Eldorado lontano / come il miraggio di deserte latitudini / su bianche sabbie nei vapori dell’infinito. ” (cfr.
Il ragazzo di Charleville)
Si può comprendere, a questo punto, il debito che Marcella Artusio Raspo ha contratto col simbolismo francese, ed europeo in genere, sul piano della procedura tecnica: ritrarre, cioè, la vita come una “selva di simboli", per riferirne tutte le valenze, esplicite e segrete, con un’assidua ricerca di metaforizzazione del reale; ma senza toccare gli eccessi di un’operazione così velleitaria, che ha pur prodotto qualche nodo assurdo nel segno delle suggestioni orfico-esoteriche. A trattenerla da simili eccessi sono opportunamente intervenuti due “miti ” della letteratura italiana del primo Novecento, di origine piemontese: Guido Gozzano, con la poesia-colloquio, e Cesare Pavese, con la poesia-racconto.
Si spiegano, così, il tratto ragionativo e l’urgenza narrativa di tante pagine della raccolta, intramezzata tuttavia da accensioni liriche improvvise e frequenti. Quando prevale il bisogno di essenzializzazione, il discorso poetico tende alla purezza del frammento impressionistico come, ad esempio, nella pagina di chiusura, che qui si vuol riprodurre perché appone quasi un sigillo
aureo all’esperienza, umana e poetica, riassunta nella raccolta. Sentite:
"La vita è un libro di sogni / tra sconfinati enigmi, / luccichio di lama nel solco / di brevi amori, / Sirena di estreme spiagge / su mari oltramondani. / In questa dinamica del tempo / scandita dal rintocco dell’ora / ti consumi come fioca memoria / e ancora rinasci per disperderti / nella leggerezza della polvere. ” (cfr.
La leggerezza della polvere).
Conclusione poco o per nulla consolante, si direbbe, dettata da una visione realistica degli umani destini. Ma nessuno ha decretato che la poesia debba perseguire una finalità consolatoria.
Vittoriano Esposito