POSTFAZIONE
Questo libro
rinasce dalla precedente edizione, come l’araba fenice risorge dalle ceneri di se stessa. La metafora non va applicata fino in fondo, perché qui non vi è nulla di combusto e perché il libro di cui discorriamo non è il mitologico uccello di fuoco. In realtà, De Rosa di ben altro fuoco ci parla: ci parla dell’eros, del sentimento antico ed eterno quanto lo può essere la specie umana, che sempre si rinnova nei suoi singoli individui, ma che perennemente si ripropone come occasione di creazione della vita e come viatico che accompagna ciascuno di noi lungo tutto il viaggio dell’esistenza. De Rosa ha scritto questo libro per definire i contorni e per tracciare le fattezze di un simile amore, che trova espressione nel volto della
donna mia, cioè dell’amata compagna del poeta.
Il volto di lei, espressione stilnovistica e quasi angelicata, è calato nel
durante, cioè in un’aderenza di realtà col concreto e con la materia, con la nozione del tempo, che tutto trasforma ed erode. Si è già detto che quel
durante ha la doppia valenza temporale di contestualità al solo amplesso amoroso e di contestualità alla durata dell’intera vita trascorsa insieme: l’attimo e l’epoca, l’effimero e il durevole, ovvero, per usare una metafora cara a Maurizio Cucchi fino al punto di averne ricavato il titolo di un suo libro,
il secondo o il secolo. L’amore ha la straordinaria magia di segnare ciò che passa e ciò che resta, con uguale intensità, anche se con caratteristiche diverse; l’amore si consuma nelle vicende occasionali, episodiche e caduche, ma sa anche conservarsi e risorgere nel tempo e nell’indefinito trascorrere dei giorni. Questa riedizione del libro di Luigi De Rosa è la dimostrazione di quanto si va dicendo: la riedizione è anche la rifondazione, continuamente perpetuata e rinnovata, dell’amore di Luigi De Rosa per la sua donna; è la rilettura e la ricomposizione, nella memoria e nella forma espressiva, del canto celebrativo già fatto in altri tempi: la conferma e la rinascita. De Rosa ha rimpastato la sua poesia come uno scultore avrebbe rifuso la sua statua per poi colarla in un nuovo stampo, in tutto simile e diverso dal precedente (l’evento è occorso anche a Benvenuto Cellini, oltre che a Luigi De Rosa!). E proprio come accade ad uno scultore che rifonda l’opera sua, un poco di bronzo se ne va perduto in rifusi e ritagli, e, alla fine della nuova fusione, la statua che ne viene fuori appare più piccina di quella da cui è derivata, ma anche più pregiata ed equilibrata, e costrutta da un materiale organicamente meglio legato, in una fusione più raffinata. Fuori di metafora, mi sembra che sia proprio questo il caso del Nostro poeta, che ridisegna
il volto di lei durante, molto più preciso, conciso, simbolico, profondo e meditato: quel “durante” pare avere acquisito una profondità e durabilità che prima non aveva, al punto che ora si distende in modo più esplicito, meno velato dal riserbo, come arcobaleno di presenza amorosa, campito lungo tutto il laborioso pellegrinaggio di dirigente di Stato ingaggiato da De Rosa, per quinci e per quindi, lungo le strade e le città della nostra solatia penisola, amata da Dio e dagli uomini.
Sandro Gros-Pietro