[…] a tutta prima
Libro di poesie può sembrare un titolo scialbo se non sciatto, assolutamente referenziale, come un’etichetta che dichiara in modo pedestre contenitore e contenuto (e già questa sarebbe una novità, oggi che tanti titoli ben studiati promettono più di quello che mantengono), ma naturalmente c’è il rovescio della medaglia. Del resto una delle poche informazioni biografiche che trapelano dai risvolti di copertina ci dice che Nino Pinto è un lessicografo, avendo collaborato prima al
Trésor de la langue française a Nancy e poi a Firenze all’
Opera del vocabolario italiano, e in quanto tale, oltre che come poeta, abituato a soppesare bene le parole. E allora il termine
Libro comincia ad assumere ai nostri occhi valore pregnante, con ciò che implica di organicità, di compattezza e consistenza perfino materiale, se non addirittura di esaustività, anche senza scomodare il
Libro per antonomasia, la Sacra Scrittura, perché ogni scrittura è in qualche misura, sia pure minima, sacra. Ecco che la modestia del titolo, insomma, può ribaltarsi nel suo contrario, tanto più con quel séguito di
poesie, dove il plurale sembra come al solito togliere peso, ma può anche moltiplicare effetti e prospettive.
Si tratta senza dubbio di un canzoniere d’amore, ma di un amore che, per quanto possa avere appigli reali, si solleva ben presto alla sfera dell’ideale o a quella ancor più rarefatta del mito, con una figura femminile non angelicata in senso stilnovista bensì trasfigurata in dea classica o in divinità primigenia. Basti dire che il nome della donna amata è Diotima, la misteriosa sacerdotessa che nel Simposio di Platone insegna a Socrate la vera natura dell’amore, ma anche la Diotima di Hölderlin, travestimento di un amore vero e bruciante in cui la donna reale muore per eternarsi in ideale.
Davide Puccini, dalla prefazione
Amare l’amore come estrema forma di libertà e di affrancamento dall’assedio della ragione e dall’esercizio della volontà con cui si dà ordine a tutto il mondo. Fino dall’antichità l’amore è stato il premio ricevuto dall’uomo come indenizzo per la perdita del giardino: l’uomo, scacciato dall’Eden, ha perso tutto, l’armonia del mondo, il nome delle cose, la bellezza, lo specchio della volontà di Dio, l’immortalità. Ma ha ricevuto il dono dell’amore con cui ha compensato la perdita dell’immortalità: eros e tanatos sono, allora, le due facce dello stesso evento rivelatore dell’umanità. L’uomo è l’essere che si definisce attraverso la sua piena consapevolezza di sapere compiere queste due terribili e misteriche azioni: l’uomo è colui che ama, ed è colui che muore. Sono queste le uniche due azioni totalmente precluse al dominio degli dei dell’Olimpo, perché sono le uniche due azioni di esclusiva pertinenza umana. Per potere amare e per potere morire bisogna essere collocati fuori dal giardino, bisogna esserne stati cacciati. L’amore è contemporaneamente una perdita e un indennizzo: il viaggio di esperienza dell’amore è, dunque, l’eterna clessidra che ripassa i granelli di sabbia di queste due sponde lessicali, la privazione e il premio. Dalla socratica Diotima alla femminista Doris (sarebbe la Lessing?), passando per la virgiliana
Amarillide delle Bucoliche, Nino Pinto descrive le rotte e le fermate dell’odissea dell’amore compiuta dall’uomo in oltre duemila anni di storia e ne distilla il senso in versi essenziali e senza tempo.
Sandro Gros-Pietro, dalla bandella