Nella tradizione classica, il vocabolo
mediterraneo è legato al mondo greco-latino e al rigoglio delle civiltà che si collocarono sulle sponde per lo più a nord e a nord-est di questo mare catturato fra le terre da cui deriva la civiltà occidentale che oggi ispira di sé lintero pianeta. E più ancora che i due grandi poemi omerici, il nome che assurge a pienezza rappresentativa dei miti mediterranei è quello di Ovidio, poeta cesareo che sperimentò gli estremi del favore e della disgrazia del principe; poeta che nelle sue
Metamorfosi ci offre il primo esempio moderno della multitestualità, cioè di poema collettivo che si alimenta di contributi provenienti da Omero, dai tragici greci e latini e che allude
ante-litteram a quellintertestualità che è consustanziale ad ogni
poema della letteratura e ad ogni
poema del mondo; ma quello di Ovidio rimane per antonomasia il poema che rappresenta il tempio del mito e di tutte le trasformazioni umane possibili, allinterno del quale si potrà sempre interpretare ogni vicenda: cioè la
mediterraneità come linguaggio universale della poesia.
Nella tradizione moderna, ovviamente il nostro pensiero è scontato vada a
Mediterraneo di Montale
negli
Ossi di seppia, ma proprio per celebrare in chiave definitiva e consolidata la primazia della voce poetica che questo mare sa esprimere in termini di universalità per lintera storia delluomo,
Il tuo delirio sale agli astri ormai. Per Montale, il poeta è
mediterraneo quando sappia raccontare una storia universale, in chiave antropologica, e tale che si rinnovi per sempre come unaraba fenice anche quando
terre straniere / forse ci accoglieranno. Ciò deriva dal fatto che chi è cresciuto sulle sponde di questo mare unico al mondo, ne ha derivato come imprinting primordiale il dono di sapere raccontare la storia delluomo:
Pur di una cosa ci affidi, / padre, e questa è: che un poco del tuo dono / sia passato per sempre nelle sillabe / che rechiamo con noi, api ronzanti.
Nella tradizione locale del Sud italiano, il termine
mediterraneo ha una valenza, invece, più recente, che non nasconde una radice meridionalistica connessa allannosa questione dellunità e alla ricaduta sociale ed economica della fusione politica con le regioni del Nord, per cui diviene simbolo non solo di una natura solatia ed arsa, ma anche di una civiltà contadina oppressa, diseredata e disillusa, ma, nel contempo, depositaria di unantichissima tradizione di valori, di ben superiore a quella del Nord, e con radicate memorie di cultura popolare. Gli autori di riferimento sono ovviamente molti, ma grosso modo si può indicare Silone, Scotellaro e Pierro per la ricostruzione dellatmosfera letteraria e poetica cui si allude.
La poesia di Mina Antonelli adopera le enunciate tre declinazioni del vocabolo mediterraneo, e le introduce in uno splendido sortilegio di fusione poetica che, come scrive Francesco DEpiscopo, si nutre di ricordo e di rimpianto.
Sandro Gros-Pietro
Mina Antonelli appartiene a una terra di cielo, di ulivi, una terra bassa e sconfinata che ammira dalle sue terrazze il grano, gli alberi da frutto, una terra cotta dal sole, che partorisce dalle sue viscere pietre. E pietre a secco sovrapposte con atavica cura sono le parole che scaturiscono dal sottosuolo di una femminilità ferma e fervida allo stesso tempo, scandita da una filologia sentimentale, che nulla toglie o aggiunge alle parole-pietre, le quali segnano i confini di un cuore avido di verità e di vita, di quellamore che innaffia i campi aridi, senza riparo, perché in essi germogli ed esulti il seme, il sogno.
Questa poesia echeggia da un Oriente vicino e falce di luna è la sua voglia verbale, che trafigge le cose con una forza e una grazia naturale, destinate ad andare oltre lo spazio e il tempo per lasciare il segno indelebile di un passaggio, di una presenza. Scrigno di misteri, la donna racconta con evidenza ed efficacia ciò che di più vero e vivo si racchiude nel suo grembo.
Francesco DEpiscopo