Non si può leggere questo nuovo libro di Nino Pinto,
Alghe, senza confrontarlo con il gemello precedente cui anche lAutore rimanda nei due versi posti in esergo sul frontespizio, cioè
Fiori di cera, che vide la luce esattamente un lustro avanti, ad ottobre del 1999. Se investighiamo nella biografia di Nino Pinto, scopriamo che nel quinquennio intercorrente tra le date di pubblicazione delle due opere sopraddette bene altre cinque hanno visto la luce, e precisamente
Terrecotte,
Tavolette di argilla,
La rappresentazione e altro,
Composizioni e
Libro di poesie. Si è trattato, dunque, di un periodo particolarmente intenso di lavoro e di traguardi raggiunti da parte dellautore che ha inteso anche riprendere e aggiornare le sue vecchie edizioni riproponendole in modo più autorevole come commenta Davide Puccini nella prefazione a
Libro di poesie e con lintenzione neppure troppo latente di affermare una sostanziale fedeltà a sé stesso e alla propria opera. La fedeltà a sé stesso è sicuramente il principale punto di forza di tutta la poetica del Nostro, che mette in versi una materia vasta: essa va dallanalisi penetrante del sentimento amoroso al moto di meraviglia di fronte alle bellezze della natura; dalla meditazione di tipo filosofico-esistenziale al subitaneo ripiegamento interiore, come osserva Elio Andriuoli in occasione della presentazione di
Composizioni. Ogni libro di Nino Pinto appare composto da una varietà di testi brevi che si allacciano e sincastrano luno nellaltro e concorrono a realizzare ununica opera che ha sempre carattere organico definito, come ha messo in luce in modo efficace Antonio Gagliardi nella prefazione a
Tavolette di argilla: un poemetto virtuale più che rime sparse, unificato, per vie interne, dallimmaginario storico della poesia e della consapevolezza di essere su una strada che fonda la stessa coscienza del viandante. Ancora una citazione critica si rende quasi indispensabile per entrare in argomento, ed è quella tratta dalla lettura che Liana De Luca fa del già nominato libro precursore del presente libro, cioè del precedente
Fiori di cera: Con umorismo e con desolazione insieme, lautore definisce
fiori di cera le sue poesie, dotate di una connaturale vocazione alla bellezza ma destinate a fondersi davanti alla
bella fiammata della
pubblica dissipazione, a diventare
fiori putridi per la generale indifferenza. E i suoi fiori/versi Pinto pone dinanzi
al simulacro della memoria, facendo supporre riferimenti a tempi migliori. Non tanto della memoria personale si tratta, anche se questa può suggerire rimpianti e rimorsi:
lisola doro, dove
spiccano fiori dinusitato candore, è quella di un magico passato segnato dai miti, le cui divinità non sempre sono benevole, circondato da mari trascorsi da ingannevoli sirene, popolato da umani alla mercé dei capricci della sorte. Come variante di Venere compare Angelica e come reincarnazione del vagabondo Ulisse linquieto Orlando, a prova della cultura umanistica dello scrittore. La matrice si manifesta anche nel lindore del dettato, nella precisione della terminologia, nella sobrietà dellesposizione, nel
secco scatto di chiuse parole. La dolorosa coscienza che gli ideali hanno la consistenza dei sogni è resa attraverso una malinconica ironia, che filtra personaggi e situazioni.
Sandro Gros-Pietro