L’epica di queste pagine è tutta ordinata per simboli e per metafore. Infatti, diviene quasi inevitabile esprimersi in modo figurato — e per traslazioni e per allegorie — se si vuole, con la fervida determinazione del poeta, potere parlare prima che il linguaggio usato increspi la cristallinità delle acque, come farebbe la prora della nave che volesse procedere davanti all’onda che essa stessa suscita al passaggio. Ci dà notizia, infatti, il poeta, della sua incontaminazione espressiva capolinando da un oblò aperto quasi per caso inopinato nella fiancata del suo naviglio:
Se mi salvo nei nomi / è perché non ho nulla nelle cose. // Né le cose hanno me.
[…]
A chi scrive, è capitato di chiedere allautore il significato del ricorso al carattere corsivo, usato per contrassegnare alcuni testi collocati in posizioni strategiche ovvero caricati di significati determinanti. Fra le altre informazioni, Paolo Donini ha ritenuto opportuno specificare che
cè un salto di registro [
],
nei corsivi parla la medesima voce ma su un piano aperto e corale, con un controcanto che viene dallessere là fuori nella lingua che impera, come in un campo di prigionia dove tutto sembra dimenticato e anche il lirismo personale della perdita sembra tacere. Quella
medesima voce è pur sempre la voce dellautore che, allinterno del libro, si sposta nei differenti piani di ricerca e di documentazione, fino a darci conto delle tracce e delle orme del dicibile, in omaggio alle quali piace, a chi scrive questa nota, ricordare in forma esemplare il discorso di Paolo Donini con questi versi di congedo:
La purezza di una sillaba antelucana, / splende nella lingua dombra, custode / al valore dei labbri, ha sgranato / questa parola che permane anzi sé; il segreto di questo anticipo / dato alla frescura e alla quiete dun silenzio preposto / è il vasto eloquio compreso in pace, / la lettera infinitamente iniziale o grande vocale, antevocale: / lincipitaria.
Sandro Gros-Pietro
La
Lingua senza scampo: da questa constatazione, che è il titolo della prima delle sette sezioni del libro (e il numero sacro non sarà casuale), prende le mosse Paolo Donini per una ricognizione nel cuore della poesia contemporanea che si trasforma ben presto in ardua esplorazione, nel tentativo di imboccare lo stretto passaggio tra Scilla e Cariddi che ormai è lunica via rimasta a chi non vuole ripercorrere stancamente le strade già battute eppure non vuole rinunciare alla meta. Inconsueto canzoniere damore frantumato nei labirinti di un
tu onnipresente e poliedrico (
La forma al tu), in cui si cela tanto laltro da sé quanto
lalter ego (
Lavoro e latenza del poeta), lopera ci offre linvito a una parca mensa espressiva (
Cene), limitandosi al conteggio elementare sulle dieci dita (per riprendere unimmagine ricorrente) e rifiutando gli splendori della retorica tradizionale per attingere la vera ricchezza (
I soldi della voce), alla ricerca di una lettera prima della lettera, della purezza di una sillaba antelucana, della lettera infinitamente iniziale o grande vocale, antevocale: / lincipitaria (come recita appunto il titolo della sezione eponima, da intendersi dunque come femminile di un inedito aggettivo): sicché, dato il carattere fecondamente metalinguistico di questa poesia che finisce per parlare soprattutto di sé stessa, non si sa più se
La fuggitiva che chiude il discorso è la donna amata o linafferrabile lettera. Paolo Donini non esita a rischiare, pur di opporsi alla consunzione della parola poetica, la deriva del senso: al lettore che è disposto allazzardo di seguirlo su questa rotta, senza timone ma certo non fuori controllo, è riservata più di una sorpresa, una sorpresa che talvolta si manifesta con il bagliore di una scoperta, e il
soldo che qua e là luccica non è una moneta di latta.
Davide Puccini