La ricchezza della poesia di Zavanone è misura della sua piena rappresentatività novecentesca e post-novecentesca della poesia italiana, per abbondanza di metafore, per consonanza di tematiche e per impegno di ricerca intorno alle vicende della parola, del
nome, ciò che fu l’autentico rovello di tutto il secolo passato, certamente uno dei più ricchi ed importanti nell’intera storia letteraria italiana. Guido Zavanone ne ha raccolto il senso più vasto e profondo perché ce ne fornisce almeno quattro aspetti altamente rappresentativi: in primo luogo il gusto golosamente covato per un linguaggio meticcio, costruito su di un impianto classico ma colluso con forme e con esiti che dissacrano la nostalgia del passato e che possono portare fino all’uso ironico delle “belle lettere” e al gioco intelligente del nonsenso, in omaggio ad una giocosità letteraria che ha percorso come un brivido tutto il Novecento; in secondo luogo, perché la sua poesia nasce da una continua ed accorta allusione all’archivio della memoria che in lui è sempre operativa, da Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi, Pascoli per giungere fino ai moderni, tra i quali primeggia Montale; in terzo luogo per il riferimento binario della sua ricerca poetica, con la giustapposizione, accanto al tradizionale
io-poeta, di una figura paredra volta al femminile, che può anche avere più volti, ma che ha, fondamentalmente, una funzione lirica di controcanto ovvero di doppio orientamento ovvero di colloquio maieutico; ed infine, per l’ultima e forse anche più caratteristica specialità novecentesca in poesia, cioè per quell’indagine approfondita e sottile sull’angoscia causata dalla latitanza di Dio, che è un tema presente come marchio secolare in tutti i poeti novecenteschi, compresi quelli di garantita fede religiosa come David Turoldo. Ne deriva che la lettura di Guido Zavanone acquista tutto il sapore e lo splendore di una visione panoramica aperta su un tratto di storia poetica ampia e radicata, rappresentativa di molti altri autori del suo tempo, a riprova dell’alto livello di sensibilità creativa e di merito che il nostro autore genovese è riuscito a realizzare, fino a dare voce e a disegnare il volto e i contenuti, in modo mirabilmente esemplare e simbolico, alla poesia contemporanea italiana degli ultimi trenta o quaranta anni, di cui ha finito per divenire uno fra i protagonisti più consapevoli ed agguerriti.
Sandro Gros-Pietro
Zavanone si muove nel nome di una coscienza morale che mai pretende di pontificare e si affaccia sommessa e tenace come quella sola parola che è propria della ragione.
Andrea Zanzotto
La poesia come sigillo
de hominis dignitate.
Vico Faggi