La tavolozza di Elio Andriuoli coglie, e ci restituisce, la vicenda naturale e ciclica – naturale eppure ogni volta diversa e irripetibile – che si consuma sull’illimite teatro dell’universo. Poi interviene la meditazione sul fenomeno, la quale giunge ad ammonirci che il ciclo è senza fine, sempre uguale e sempre diverso nel portare nuovi stupori e pensieri. E il poeta, che ha guardato con occhi consapevoli e consapevolmente ha riflettuto, afferma la sua attesa del prodigio, al cospetto della tenebra trafitta dalle stelle che affiorano dalla soglia del mistero.
Lo splendore della natura è qualcosa di arduo, impervio, è l’impossibile termine di paragone per l’effimera durata dell’umana esistenza. Tutto è prescritto, ma il poeta non può sfuggire al suo obbligo di misurarsi con Thanatos. E allora si affida alla sua saggezza, al suo stoicismo, alla sua consapevolezza della Necessità. Ne nascono poesie di alta e composta commozione. Testi brevi, essenziali, che colgono esattamente il nucleo cognitivo ed emotivo e lo testificano nel nitore del verso senza ricerca di facili effetti e senza cedimenti al dolore.
Vico Faggi
Andriuoli ha scelto come musica e ritmo della sua verità poetica l’endecasillabo o, almeno, una sequenza molto armoniosa, per meglio far comprendere la sua lezione della vita che ha sperimentato. Il fatto è che egli è andato un poco più oltre le mode del cuore e del pensiero della poesia del nostro tempo (ma si potrebbe dire di tanta altra poesia anche del passato), che tende al lamento, alla denuncia delle sofferenze dell’uomo, alla pateticità degli amori, delle ansie e dell’aspettazione della morte. Tutto ha superato con una fondamentale letizia sacrale, come se il suo discorso fosse giunto (come è effettivamente accaduto) a coincidere con il giudizio di Dio, che porta su di sé i mali del mondo e del vivere: specificamente, il poeta prendendo sulla sua poesia tutte le pene, gli errori, i dolori che ha conosciuto e attraversato.
Giorgio Bárberi Squarotti