Nino Pinto 
Tavolette di argilla
anno: 2002
pagine: 128
prefazione: Premessa di Antonio Gagliardi
prezzo: € 7,75
ISBN: 88-87492-98-0

SCHEDA DELL'AUTORE
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PREFAZIONE

L’archetipo più originario del divenire dell’uomo, il cammino per una via irta di ostacoli e idealmente rivolta a una meta finale accompagna il fare poesia sin dalle origini più remote. La sua capacità, tuttavia, di formulare nuove domande ed elaborare nuove esperienze intellettuali ne può fare ancora lo strumento privilegiato per sondare ogni disegno della temporalità e dell’intenzionalità dell’uomo. Se c’è una ragione finalistica, un’escatologia di salvezza e perfezione dell’uomo, deve esserci anche una strada che porta al fine e si devono trovare i segnavia che indicano il modo di riconoscersi nelle tracce del divenire. La poesia può pretendere di essere strada e fine specialmente se riesce a comprendere in sé la memoria di ogni cammino dell’uomo e il dover essere di un fine che trascenda ogni singolo fine. La memoria dei poeti illumina la ragione del cammino anche se rimane nell’ombra l’atto originario che porta l’uomo su una via che ha per meta la riconquista di se stesso oltre ogni identità originaria. L’uomo è di per sé in via sia secondo la ragione laica che quella cristiana.
La poesia di Nino Pinto si colloca su questa dimensione del cammino dell’uomo per verificare il mito che l’uomo ha costruito su se stesso nella tensione verso la propria immagine più alta. Un poemetto virtuale più che rime sparse, unificato, per vie interne, dall’immaginario storico della poesia e dalla consapevolezza di essere su una strada che fonda la stessa coscienza del viandante. La stessa lingua poetica, non certamente usuale nella tensione al sublime, assimila tutte le voci e le immagini di una tradizione alta per riportare nel presente ciò che non può essere consegnato alla distrazione dell’uomo e all’oblio di sé. La poesia può parlare di se stessa, a volte con un’esegesi allarmata a volte accorata, mentre la memoria cerca le immagini dell’itinerario dell’uomo dentro la parola.
Nella ricchezza di questa poesia il lettore ha bisogno sia di comprendere la totalità del cammino che di meditare sugli elementi singoli della scrittura per verificare la profondità di ogni evento mentale, sondare nella liricità da frammento greco o ermetico il pathos del pensiero che si traveste di immagine per poter scoprire ciò che sta oltre il velo dell’esperienza immediata. La dissoluzione del tempo per un immaginario preistorico non nega la finitezza dell’uomo ma la iscrive in una trama assoluta nella quale l’individuo può riconoscere la legge generale. Così è possibile oltrepassare la poetica narcisistica dell’io in un emblema collettivo nel quale il tu diventa lo spazio di tutti. Un pensiero ermetico alla ricerca delle proprie radici tende a sperimentare le immagini per cogliere il significato che la logica non permette di ritrovare nei propri intrecci palesi.
L’elegia che l’uomo può comporre sul proprio cammino costringe allo sdoppiamento per poter comprendere ciò che di estraneo c’è nella necessità del cammino. Tra il dire e l’ascoltare, tra il camminare e il sognare, tra la necessità del fine e la nostalgia dell’inizio. Sta qui la chiave di una poesia che tenta le emozioni dell’esistenza oltre l’apparenza in un ascolto profondo di sé nella voce degli altri. I poeti ritornano e parlano per chi sa ascoltare e vedere nelle nuove immagini ciò che da sempre è a disposizione dell’uomo. Su questa trascendenza della domanda e del silenzio sarebbe necessario meditare più a lungo ogni qual volta il preannuncio della fine del viaggio provoca la paralisi interiore. Un ramo d’oro segna la via necessaria ma c’è qualcuno che porta dentro di sé la voce di un dio ignoto per riformulare il senso del cammino. Sarebbe necessario un dio o una voce divina in ogni bivio o varco o guado.

           Dove in figura di pellegrino nel rosso del tramonto
           talora un dio si mostrò e con la luce poi si confuse,
           là……………


L’esperienza del divino e del numinoso dentro il mito conferma un cammino che non può concludersi se non nel presente della parola. Il dire diventa esistenza privilegiata finché è in grado di ritrovare e di riportare nel presente tutte le memorie vissute nella parola. La poesia che ritorna su se stessa è nello stesso tempo fragile e mortale, eterna e vivente nella capacità di ricomporre un’esperienza soggettiva e individuale alla ricerca di un’alterità depositaria della pienezza dell’essere. Si può chiamare utopia ma senza questa utopia la poesia è soltanto mortale. Allora vale la pena tentare anche la propria finitezza se incontra nella finitezza di tutti l’annuncio di un altrove dove nulla si perde più.
Il mito della poesia è dentro questo orizzonte conformato dal bisogno di pensare un tempo della pienezza dentro il quale convergono tutti gli itinerari. In una tipica inversione escatologica il fine si presenta come nostalgia di un tempo originario nel quale l’uomo si trovò nella totale trascendenza guardando a se stesso senza alcuna alienazione mortale. Un’isola? Certo. Ma come ogni isola comporta una frattura nella continuità del cammino e come ogni frattura della continuità porta con sé l’immagine della morte. Come per ogni Ulisse che cerca la propria trascendenza c’è un varco segnato da un dio che è anche dio della morte.

           Nell’isola donde a forza fui trascinato via

A quest’isola si sente il bisogno di ritornare. Il viaggio che il lettore compie nella propria ombra in compagnia di tutti i miti solleva il velo sui propri silenzi interiori e vi fa leggere anche ciò che spinge a mettersi in cammino.

           Di là dal mare una terra appare e scompare
           e più tra i flutti avanza la mia prora
           più s’arretra e si fa irraggiungibile.

Antonio Gagliardi

NOTA DELL’AUTORE

Tema di questa raccolta è il mito dell’esilio, esilio non solo spazio-temporale, ma anche e soprattutto ideale: lontananza dal paese reale (o dell’infanzia) come nostalgia dell’età dell’oro. Il motivo del ritorno e degli affetti remoti si richiama necessariamente all’epos omerico. La stessa lunghezza della maggior parte dei versi, rispondenti peraltro liberamente a cadenze interne (spesso in un’aura endecasillabica), intende evocare la consistenza dell’esametro.
Le Tavolette sono altrettante tessere della memoria (memoria, vera madre dei miti), di argilla perché frantumabili e deperibili nel tempo malgrado tutto.

n.p.

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Lis Magni Fasiani  

 

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