Le splendide poesie inedite che Chiellino offre a chiusura del lungo viaggio antologico della sua produzione realizzata nell’arco dei diciannove anni che precedono il presente libro rappresentano un ritorno carico di dolcezza nostalgica alla poetica che abbiamo definito della piccola epica, ospitata nelle stanze della riflessione domestica e autobiografica, ma collocata in presenza e a contatto diretto dei tanti fantasmi, spettri, larve, simboli e sogni che alitano nel macrocosmo della poesia chielliniana, e che sono materia della grande epica, ma che alla fine costituiscono gli elementi comuni e unificati nell’unico immenso fondaco della memoria del poeta. Va specificato, infatti, per buona norma di correttezza, anche se il lettore se ne è edotto per suo conto, che la distinzione tra piccola e grande epica non è per nulla riconducibile alla volontà ordinatrice dell’autore, il quale non ha sicuramente bisogno di nominarsi per riconoscersi. Siamo dunque noi a proporre questa distinzione, sperando di fare qualcosa di utile in termini di orientamento nel grande intreccio che Chiellino elabora dei suoi versi.
La dimensione domestica è compendiata nel mirabile
Prosit che intonava e che intona tuttora il padre del poeta, seduto al desco, circondato dai figli, mentre fa scorrere il vino nelle coppe, il dolce nettare della terra – che è una delle voci chiamate all’appello dal poeta – sull’orrore dell’esistenza, sull’enigma che ci sovrasta, sulla bellezza che ci permea in ogni molecola del nostro tessuto. Quanti angeli si affacciano a rendere ambascerie di altre voci che sovrastano il desco e il poeta registra sui taccuini di versi le ombre del passaggio, talvolta appone in calce il luogo e la data, precisi come un sigillo notarile! Quanti giovani volti sono germogliati dall’antico ceppo, intorno al tavolo del patriarca, che alza il bicchiere ad oltranza, dall’aldilà in cui è catturato osserva i nipoti che corrono per la casa, li vede attraverso gli occhi del poeta, il quale si sposta a suo agio in una nozione liquida del tempo, è capace di ingigantire e dilatare la rete dei contatti possibili ovvero sognati. Oh, gli amori che sussurrano parole di seduzione all’orecchio del poeta, divenuto settantenne con stupore inopinato, come in un film di Kubrick: egli si guarda canuto e si sorprende vecchio, ma sa di essere giovane fino all’ultimo giorno, nel mirabile tessuto delle sue parole, che è un progetto di scrittura per rendere più forte la memoria del mondo e per rendere più ricca l’avventura della parola.
Sandro Gros-Pietro, dalla prefazione