PREFAZIONE
Il primo approccio al mondo dell’autore proviene dalla
riflessione sul significato etimologico del titolo, attraverso cui si può
ricostruire à rebours la versione in greco antico: “imparo cose utili”, ci dice
il titolo, ossia
manthano chrestos, letteralmente
crestomazia, cioè
antologia. Quella di Grieco è un’indicazione da
homo
oeconomicus, che applica il principio edonistico dell’utilità: trarre il
maggiore beneficio con il minimo sforzo, cioè fare coincidere la bellezza
dell’arte con la misura colma dell’efficacia, del rendimento, dell’operosità,
del risultato in termini di opus, fabbrica, costruzione, il nuovo pezzo di
realtà aggiunto al mondo per mano dell’uomo, all’insegna dell’utile. L’indole
del poeta consiste, dunque, nell’orientarsi verso il versante terragno della
poesia e nel promuovere un immanentismo manifatturiero, solido e sodale,
illuminato da una marcata vocazione di impegno civile e di difesa dei valori
fondanti della vita sociale e politica dell’uomo. C’è un termine che viene
subito in mente, a questo punto: l’epica, e da lì, per una breve linea di
collegamenti automatici, si giunge di presso alla figura del vate, il sommo
poeta animato di spirito profetico, che si rivolge al futuro e si propone come
levatrice della storia che si compirà, sentinella d’avanguardia e guida non
solo spirituale, ma ideologica e ideale, dell’intera nazione che a lui si
affida. Prendendola un poco più sul basso, nonché dotandosi di una buona dose
di ironia e di giocosità ludica, Gennaro Grieco intende muoversi esattamente
lungo la strada appena indicata: un’epica del quotidiano, edificata a misura del
lavoro oscuro dei suoi eroi anonimi, incastonata in uno specifico sociale
delineato e descritto con i termini del relativismo storico delle dinamiche di
classe, autenticata da un’identificazione di ambiente familiare, da un marchio
di verità proveniente dal vissuto o meglio, dalla ricostruzione rispettosa
delle proporzioni e dei contenuti della vita nell’ambiente originario in cui lo
scrittore è nato. Lui è lucano nativo di Rionero in Vulture, una cittadina
collinare posta sulle pendice dell’omonimo vulcano spento, nota per la
produzione vinicola dell’Aglianico del Vulture e per la produzione di olio
d’ottima qualità, grazie alla posizione climatica e alle fertili terre di
natura vulcanica. Sicuramente, nella poesia di Gennaro Grieco, c’è posto anche
per un’epica della natura. Infatti, il paesaggio naturale appare affascinante
fino al punto di sviluppare una magica maliosità, per essere nel contempo dolce
e aspro. è dolce, perché è caratterizzato dalla frondosa selva verzicolante
estesa sulle pendici del Vulture e dai luminosi specchi d’acqua dei due laghi
sistemati nell’antico cratere del vulcano. Ma è anche aspro per la petrosità
del Rionero, per la terra bruna di origine vulcanica, per la semplicità degli
abituri agricoli, per la muta e secolare fatica dei contadini, che nel tempo e
nei luoghi eletti da questa mirabile poesia si rendono sia testimoni sia
interpreti delle metamorfosi paesaggistiche dell’ambiente naturale. La natura,
è, dunque, un personaggio autonomo nella poetica di Gennaro Grieco. Lo è in
modo epico, quasi eroico, attraverso il dono generoso e fiero dei suoi immensi
scrigni di vita e di mistero, in cui i contadini scavarono quasi a mani nude
l’acquartieramento civile in quell’eden di ieri, oggi sempre più minacciato
dalla inciviltà dello spreco e dell’iperconsumo. C’è nella tensione poetica di
Grieco il disperato dramma della natura chiamata a testimoniare la minaccia del
degrado o meglio dell’aggressione subita dal comportamento predone degli
uomini. Sotto questo profilo, si può dire che Grieco eredita una sensibilità
tutta lucana a favore della natura che ritroviamo già in nuce nei due più noti
poeti di quelle terre, precisamente in Albino Pierro, originario di Tursi, e in
Rocco Scotellaro, nativo di Tricarico. Dei due, il primo è certamente più
votato a scandagliare gli abissi lirici dell’animo umano; il secondo, invece, è
più portato a cercare una logica di apprendimento dell’operare sociale umano,
per denunciare le ingiustizie, le deformazioni, le deviazioni inammissibili,
gli scandali di violenza che vengono consumati nella storia spicciola di tutti
i giorni a danno dei più indifesi. Ed è precisamente lungo questa linea di
gusto e di impegno culturale che si sviluppa la produzione artistica di Gennaro
Grieco, il cui imprinting, trasmessogli dal padre, consiste nella
partecipazione politica alle vicende di riscatto sociale dei diseredati del
meridione. La questione meridionale, anche nella sua portata di pagina storica
di valore patrio e nazionale, è sicuramente la madre di tutte le battaglie
ideologiche di questo poeta. Lo è nell’elezione a simbolo di uomo giusto che
egli fa di Giustino Fortunato, illustre concittadino apparso ancora in epoca
borbonica, precursore di quell’impegno per il Meridione che poi svilupperà Gaetano
Salvemini. Fortunato pose in modo inequivocabile la questione delle condizioni
delle popolazioni del Sud sotto gli occhi del primo ministro Giuseppe
Zanardelli, ospite nel 1902 a Palazzo Fortunato, la signorile magione sita
nella piazza principale della cittadina. L’uomo giusto – dal quale è
utile apprendere – è, dunque, colui che si batte per
riscattare dalla disperazione della miseria gli sconfitti della lotta di
classe, coloro che hanno perduto tutto e che sono stati derubati di ogni avere
dalle classi più ricche e prepotenti. Politicamente, questo archetipo di
uomo
giusto, si colloca in un’area dapprima
storicamente socialista, e poi, dopo la fondazione gramsciana del 1921, divenne
una pertinenza del partito comunista: è stato questo, si diceva, l’imprinting
che Gennaro Grieco ha ricevuto dal padre, noto e generoso esponente comunista
cittadino, scomparso prematuramente quando il nostro poeta era ancora
adolescente, ma già capace di ricevere il dono dell’eredità paterna come
un’elezione all’impegno e alla probità. Una linea di lettura di queste poesie,
così libere e autonome dagli stilemi e dalle tendenze delle mode, potrebbe
essere quella della tematica familiare che filtra nei versi e che ha la sua
scaturigine nelle idee del padre, ma che poi si trasferisce nei gesti sicuri,
lenti, consumati dall’abitudine della madre, la provetta cuoca che delizia
figli e coniuge con manicaretti e altre leccornie, per allargarsi, infine, a
spirale verso la sporade dei parenti, degli amici, delle figure anonime della
città e dei campi, tutti eroi senza celebrità, ma ognuno possessore di
un’autentica carica di vita, e che, riuniti insieme, compongono l’intricata
rete della grande famiglia poetica di Gennaro Grieco. Il marchio di questa
epica, allora, è sì quello familiare, ma non nel senso di saga dinastica, bensì
nell’accezione del racconto d’ambiente, vitalizzato da un intreccio febbrile di
figure vivide e straordinariamente umane. A specchio di questa umanità, operosa
e manifatturiera, che è dedita alle cose utili, il poeta colloca la sua
ricognizione intorno al significato della vita e alla ricerca dell’identità.
Egli non sarà come Narciso che vanamente s’innamora dei contorni fisionomici
del suo viso, ma cercherà invece l’affinità elettiva e l’innamoramento profondo
con i contorni dell’anima che lo coniugano al rosario di cose utili che la
gente semplice sgrana quotidianamente. Il suo sarà un lungo viaggio e lo
porterà imprevedibilmente lontano, lontano dalla sua città e da se stesso, per
poi ritrovare, mirabilmente, se stesso, nel vivo ricordo evocato della sua
città. Anche poeticamente il viaggio di apprendimento di Gennaro Grieco ha lo
spessore di una distanza assai considerevole, tale da presentarsi come la
“minima epopea” che dura ben trent’anni. Si badi che l’espressione di
minima, riferita a epopea, non vuole affatto avallare
un’accezione riduttiva ovvero di scarsa significanza, ma al contrario intende
sottolineare che la storia è raccontata, verghianamente, ponendosi dalla parte
dei vinti, cioè assumendo apertamente l’atteggiamento partigiano a favore di
chi ha svolto o tuttavia sta svolgendo un compito “minimo” all’interno del
grande opus civile prodotto dalla storia. Il viaggio comporta anche una
dimensione fisica di trasporto reale, perché il poeta lascia la città natia e
si trasferisce al nord, forse per inseguire un giovanile ed evanescente amore.
Meno evanescente, invece, è il suo nuovo radicamento nella città più operosa e
manifatturiera d’Italia, quella tale Torino industriale, che con i suoi
consigli di fabbrica alla Fiat fu già al centro della meteora gramsciana. Ma i
tempi sono molto cambiati e la storia ha avuto corsi e ricorsi imprevedibili.
Nella contemporaneità, i comunisti non vengono più privati delle libertà
personali e non sono più rinchiusi fino ad ammalarsi nelle carceri fasciste, ma
al contrario occupano la poltrona di sindaco della città subalpina, simbolo del
capitalismo italiano, e sono forza egemone della politica, guidano la nazione,
sono al centro di una complicata rete affaristica e finanziaria, ispirano le
arti, il cinema e la letteratura: in una parola gestiscono il potere. Ecco,
allora, lo spaesamento cui va incontro il poeta che cerca l’archetipo di uomo
giusto da celebrare nei versi, fino a farne un custode dei valori nazionali:
egli sa che tale uomo deve collocarsi dalla parte dei vinti, ma vede anche ciò
che è sotto agli occhi di tutti come fosse il re nudo che tutti fingono di non
vedere, vede cioè che i
vinti di ieri sono divenuti
i
vincitori di oggi; oggi i
vinti viaggiano sulle auto blu dei politici e seggono sul
velluto rosso delle sedie dorate già dei Savoia a Palazzo Comunale, e sono
padroni di quella città che continua a essere il simbolo più puro, autentico e
crudo del capitalismo sfruttatore dei lavoratori sottopagati, come lo era ai
tempi dei fascisti, cioè in quella tale Torino che Gramsci aveva individuato
come cellula d’avanguardia dell’emergente potere operaio. Di fronte a questo
insoddisfacente esito storico dell’evoluzione socialista e comunista, il poeta
decide di spaiare le carte e di gettare all’aria la logica della lotta di
classe fino ad allora perseguita con tanto accanimento di impegno intellettuale
e morale. Il poeta – il nostro poeta, dicasi Gennaro Grieco – si
affida da un lato all’ironia e dall’altro all’invettiva. Si arma, cioè di una
terribile spada a doppia lama, in grado di tagliare sia di dritto sia di
rovescio e inizia il suo focoso lavoro di pulizia del territorio. Ce n’è per
tutti. Il poeta non rispetta salvacondotti, non riconosce tessere di partiti,
non accredita dichiarazioni nominali di appartenenza alle partigianerie
storicamente qualificate: a tutti risponde di punta e di taglio, con lo stesso
pennino castigatore. Contemporaneamente, smette l’abito sciamano del
profeta-vate e indossa quello più umile ma più
utile del testimone a carico, cioè del cronachista che
registra il fatto e che ricostruisce e rappresenta il fenomeno da mandare a
futura memoria. Ciò che interessa a Gennaro Grieco è ricostruire da un lato
l’immagine della depravazione e dall’altro quella dell’integrità morale. In
questo atteggiamento nuovo assunto dal poeta, è possibile scoprire tanto di
antico. Vengono alla mente le
Allegorie e gli
Effetti del Buono e del Malo governo in città e nelle
campagne, affrescati da Ambrogio Lorenzetti sulle pareti del Palazzo
Pubblico di Siena, nel 1340: i petulanti, che si rivolgevano agli uffici
pubblici per ricevere giustizia, prendevano a sassate le raffigurazioni della
corruzione e recavano fiori alle immagini del buon governo. La partecipazione
popolare alla creatività artistica era molto sentita. Similmente non si può
rimanere indifferenti a questi versi che inaugurano un nuovo affrancamento
della letteratura dalle consorterie ideologiche e non ci si può astenere dal
recare idealmente dei fiori al poeta che lo ha realizzato.
Al centro della rappresentazione poetica, Gennaro Grieco
pone il suo viaggio dentro la coscienza del tempo in cui vive; l’esperienza di
vita che ne è derivata; la documentazione storica che ha raccolto;
l’arricchimento affettivo che ha costruito; la nozione di amore che lo ha
ispirato; la funzione della paternità, che ha ricevuto dalla figura mitica del
genitore e che ha trasmesso, a sua volta e con altrettanto impegno, ai due
figli, ormai divenuti adulti; l’incantamento per la natura e la devozione per la
terra natia. Ma più di ogni altra cosa a Gennaro Grieco interessa trasmettere
il significato, pieno e profondo, del “tesoretto”, cioè dell’opera morale:
costituire lo scrigno che è breviario ed enciclopedia degli elementi essenziali
con cui è fatto il mondo astratto delle idee dell’uomo del nostro tempo. Le
astrazioni dialetticamente interdipendenti con le concretezze, in una
fortificante corrispondenza degli opposti: ecco, dunque, in quale modo il libro
di Gennaro Grieco si rende testo esemplare della cultura dei nostri anni e del
nostro modo di vivere. L’esemplarità e la rappresentatività si estende, dal
contenuto, anche alla forma, cioè al modo espressivo usato dal poeta. Anche per
questo verso, ci si imbatte subito in una ripresa della tradizione poetica
italiana, fino dai tempi danteschi delle origini, perché ritroviamo
l’importanza centrale assunta dall’endecasillabo nella versificazione, cioè
nella resa poetica del racconto. Riconoscere l’endecasillabo, ormai lo
sappiamo, significa riconoscere il valore della melopea nel canto poetico, cioè
l’importanza di disciplinare il messaggio alle esigenze di un ritmo posato e
identificabile, che si ripete come dolce ossessione quasi ipnotizzante nelle
orecchie e nella fantasia del lettore. I cantanti moderni di ultimo grido, come
l’americano Eminem o l’italiano Giovanotti, definiti rapper, che esprimono il
loro messaggio di denuncia e di rivolta organizzandolo in un contesto melodico
scevro da fantasie musicali e da virtuosismi dell’ugola, ma concentrato sull’organizzazione
del parlato, con un ritmo uniforme e serrato, che si ripete sempre identico a
se stesso, in realtà applicano un criterio di controllo metrico della dizione
che era già ben presente in Omero, e che passerà poi alla letteratura latina,
per esempio attraverso Virgilio, e che sarà la tradizione portante della
letteratura italiana, da Dante in avanti. Gennaro Grieco sa benissimo di non
essere lui l’inventore dell’acqua calda: ciò che egli intende dirci, insistendo
sull’uso dell’endecasillabo, è che l’acqua calda – cioè l’endecasillabo,
fuori di metafora – appartiene al novero delle cose utili, di cui è bene
apprendere il funzionamento, visto che l’adozione di una misurazione del
messaggio idealmente congiunge Omero con i rappers americani, come identici
colori di uno stesso arcobaleno che travalica circa tremila anni di storia
della comunicazione artistica a sfondo etico-epico. Ma anche l’identificazione
dell’eros con la beltà anziché con il sesso non è una novità che appartenga
solo a Grieco, visto che Petrarca, sull’argomento, aveva già avuto modo di
compiere qualche riflessione: anche questo elemento entra nel novero delle
utilities of poetry di
cui si discetta nel nuovo mondo, oltre oceano. E la beltà diviene anche il
simbolo più rappresentativo e completo della bellezza femminile, come ci fa
intendere Gennaro Grieco nelle stupende poesie che egli dedica alla moglie, al
colmo di una maturità dell’amore che come agave al sole riserva il suo frutto
più prezioso al raggiungimento della pienezza rigogliosa del proprio sviluppo.
Infine, va anche detto che il viaggio del nostro poeta non si limita a essere
condotto a specchio dell’umanità che egli ha conosciuto nella vita, cosa che
già di per sé non sarebbe poca, ma viene indefinitamente dilatato e
moltiplicato, come frattale che si riproduce con infinite infiorescenze, dagli
incontri che il poeta, infaticabile lettore, ha realizzato nelle sue letture,
parte delle quali vengono riproposte per forme alluse nei testi ovvero,
digerite e metabolizzate dal poeta, risorgono tesaurizzate e fatte proprie,
seppure volutamente riconoscibili come omaggio offerto a una cara memoria della
letteratura ovvero sono chiamate a testimonianza negli esergo e nelle epigrafi
collocate a margine dei testi, per significare il carattere di dialogo con le
voci del mondo che la poesia di Gennaro Grieco rappresenta e vuole diffondere
nei lettori. Nasce dalla vocazione dialogica del dettato poetico di Gennaro
Grieco la scelta del suo originalissimo linguaggio, che è una elaborazione
attenta, studiata a tavolino e pazientemente limata, vagliata e verificata, di
improvvisazioni lessicali costruite ad arte, un succedere di neologismi con
barbarismi e con arcaismi, in modo da suscitare la sensazione di una parola
polifonica e pluriespressiva, vicina all’idioma del dialogo, precisamente,
sempre sconfinante nell’improvvisazione del parlato e capace di alternare e di
produrre in sé modi di dire totalmente diversificati e inopinati. Ma
l’inclinazione a istituire il dettato poetico in forma dialettica non deve
autorizzare a pensare che il linguaggio adottato sia basso o addirittura
gergale, perché al contrario il nostro poeta si esprime sempre e comunque per
forme scelte, sovente confinanti con il puntiglio della ricerca e della
raffinatezza. Non si tratta di un parlare in forchetta, ma di un’espressione
che è volutamente altra cosa dal linguaggio della comunicazione, che sarebbe
logorato dall’insipienza dei luoghi comuni. Gennaro Grieco non è mai comune nel
senso di ordinario o scontato, non lo è neppure quando il suo amore per
l’improvvisazione ludica lo spinge allo scherzo, al nonsenso, al predicato
irriverente o canzonatorio. Infine, va detto che non trova parte in questo
apprendimento di cose utili il lavoro poetico che Gennaro
Grieco ha dedicato alla poesia in dialetto, esperienza specifica e per ora
isolata dell’ampia produzione trentennale del poeta e che è sortita nel
Lu cunt’ r’ lu frat’, il racconto del fratello, poemetto
di trenta stanze di squisita epica familiare, dedicato alla rievocazione della
mitologia casalinga.
La resistenza all’usura del tempo e all’effimero delle mode
che ritroviamo nella poesia di Gennaro Grieco, nonché la sua attualità di
espressione libera e differenziata, con frequenti ricorsi alla molteplicità dei
registri stilistici, dal narrativo al lirico, dal confessionale al filosofico,
dal descrittivo al connettivo, rappresentano, uniti insieme, la prova provante
della sua grandezza di poeta e della sua capacità di esercitare la parola per
caricarla di significati ben superiori a quelli che essa letteralmente esprime,
in modo da garantirle una possibilità di rinascita e di ripresa anche in tempi
futuri, quando i termini letterali e pedissequi delle corrispondenze tra
significanti e significati saranno ben diversi da quelli attuali, ma si
registrerà ancora una corrispondenza di intenti e di sbocco sui contenuti e sui
valori profondi del messaggio.
Sandro Gros-Pietro