Introduzione
L’umana commedia
Di antologie d’autore si sta arricchendo l’editoria
poetica. Paiono lo strumento più efficace per conoscere a fondo l’opera e la
personalità dei poeti di buona statura, in quanto nascono dalla mediazione tra
il soggettivismo del poeta e la neutralità del curatore. Si giunge al
compromesso: il poeta sceglie i testi e il curatore li commenta. Nel caso di
Carlo Molinaro, l’intesa è stata raggiunta senza fatica, perché chi scrive, se
avesse dovuto operare di persona la scelta dei testi, non avrebbe esercitato opzioni
molto diverse da quelle proposte dall’autore; ma forse non avrebbe saputo
personalizzare con altrettanta naturalezza le concezioni dell’autore stesso. La
considerazione appena fatta serve a mettere a fuoco una caratteristica
peculiare del mondo poetico di Molinaro: il suo autobiografismo non si limita a
essere lo specchio di quel tale egocentrismo endemico che di per sé costituisce
condizione di decenza universalmente accettata in poesia, ma istruisce, invece,
la parte fondante di tutto il suo sistema poetico, in quanto in Molinaro l’
io-poeta
è l’icona principale della rappresentazione
del mondo, dalla quale tutto il resto deduttivamente deriva. L’io centripeto
non deve, però, automaticamente autorizzare un riferimento letterario rivolto
ai versanti d’attualità di quella poesia moderna che cova nostalgie
decadentiste, interpretate sia dal dannunzianesimo sia dal crepuscolarismo. In
tutt’altra posizione si trova Molinaro, che appare sempre agganciato, in modo
ruvido e crudo, al dato oggettivo della realtà, fino al punto da poter essere
considerato come un rappresentante tra i più significativi del nuovo realismo
ovvero dell’iperrealismo poetico, sensibile come egli è al dato concreto, alla
materia, alla cosa tangibile e sperimentabile, a ogni più piccola scossa
emotiva che nasca dall’incontro tra la sfera biologica e la materia inerte, o
che tale si suppone sia. Poeta incontrovertibilmente
metropolitano, con passaggi e paesaggi che si aprono su piazze,
strade, vicoli, carruggi e con interni ambientati per lo più in caffetterie,
alberghetti, stazioni, treni, autobus, raramente nei marsupi ferrosi delle
automobili, ma frequentemente nelle limitate metrature di case site negli
angiporti genovesi ovvero nelle soffitte del centro storico di Torino, in cui
lo stile bohémien si coniuga con la disperata chiassosità degli
extracomunitari. Non per ciò Molinaro è dimentico della natura, che anzi questa
interviene a ogni piè sospinto nella sua poesia: l’osservazione dell’acqua
fluente dalle ripe dei suoi due o tre più amati fiumi (il Po, la Sesia e la
Dora, per nominare quelli più ricorrenti); le indagini sul volo degli uccelli,
sul colore e sul profumo dei fiori, sull’avvicendarsi delle stagioni, sul dono
gratuito dei frutti selvatici, con una particolare simpatia per la consistenza
pietrosa di quelli dell’ippocastano. Ma la natura, anziché suscitare quel
sentimento di spaesamento e di vertigine che amano coltivare gli animi
romantici, suscita in Molinaro un atteggiamento di tenerezza e di pietosa
protezione e condivisione del destino precario che ci soprassiede, come accade
nell’icona dei due passerotti caduti dal nido, l’uno già corroso dall’azione
disgregatrice e rigeneratrice delle formiche e l’altro che sembra assistere
impietrito e presago al suo prossimo destino di tragica scomparizione, in
In
pasto alle formiche (ciò vale anche se poi
la poesia citata, nei suoi ulteriori sviluppi, amplia il discorso a elementi
storici, politici e sociali). In altre occasioni, invece, la natura accorre in
soccorso al poeta come gloriosa metafora di rinascita e reincarnazione: così
avviene nel simbolo del naufrago, le cui mani divengono ali di germano e la
gola branchie di pesce, in
La resa del naufrago. Resta confermato, tuttavia, che il centro del mondo
di Molinaro è la grande commedia umana che si passa sul pianeta: quello è il
solo motivo per il quale abbia senso ingaggiare la poesia. Non d’altro il poeta
si interessa, se non che della commedia degli uomini. Su ciò si apre e di ciò
si riempie l’immensa ruota di pavone della letteratura umana, bene presente
nella memoria attiva del nostro, che va da Dante a Balzac, passando per
Shakespeare e per Marlowe, per arrivare a Gogol’, Dostoevskij, Ginsberg e Bukowski.
Non in modo infinito, ma certamente nei termini non scontornabili
dell’indefinito, sono inoltre presenti in Molinaro i contributi e gli omaggi a
un’ulteriore grande famiglia di scrittori, poeti, filosofi, santi, cantautori e
cantanti: Giorgio Caproni, Luigi Pirandello, Cesare Pavese, Fernando Pessoa,
Jorge Luis Borges, Giacomo Leopardi, Jacques Prévert, Cecco Angiolieri, san
Paolo, Fabrizio De Andrè, Charles Baudelaire, il Quartetto Cetra e altre cento
voci. Del resto, la sua poesia è anche una finestra spalancata su tutta la
letteratura popolare e folcloristica di ogni tempo e di ogni luogo, a
cominciare dalle
Mille e una notte
per giungere ai
Racconti di Canterbury. E su questo immenso spettacolo della commedia umana si basano anche i
testi sacri, e primo fra tutti la
Bibbia. Molinaro ha perfetta consapevolezza di questa oceanica scaturigine
dei suoi interessi di scrittore. Ne deriva che la ricerca dei suoi omaggi agli
autori del passato ha lo stesso senso che avrebbe per un oceanografo
individuare l’origine delle singole onde del mare: si può tracciare la teoria
di massima, ma non cale individuare il caso specifico di ogni espressione, di
ogni movimento. Sbaglierebbe il lettore che si mettesse sulle tracce delle
citazioni letterarie di Molinaro, pur così copiose e in alcuni casi molto
evidenziate, con l’enfasi di scoprire le radici sotterranee dell’autore: in
verità, non è per quella strada che si ricostruisce la profondità e
l’originalità del poeta. Infatti, in Molinaro la letteratura è sempre decoro ma
non è mai sostanza della parola. La parola pronunciata con uno specifico
aggancio poetico e letterario fornisce, agli occhi di Molinaro, una prova
aggiuntiva di durabilità e di decenza, ma non offre alcun conforto ulteriore,
cioè non garantisce il valore di contenuto, perché la validità e la resistenza
del messaggio consistono in ciò che egli chiama sapere realizzare il “fermo
immagine”, cioè nell’avere impedito la dissoluzione repentina dell’evento
raccontato e nell’averlo affidato alla durabilità delle parole, quali che esse
siano, le quali posseggono una vita probabilmente più lunga di quella di un
essere umano, anche se ciò non sempre accade. Infatti, la parola poetica
rinvenuta può anche avere la nuda prosaicità di un’annotazione
sul calepino di viaggio di un incantato diportista: “Alle ore 7.34 del mattino
/ del 25 luglio 1997 / quattrocento metri prima della stazione / di Palestro,
venendo da Mortara, / dal treno ho visto una lepre fuggire / diagonale su un
campo, verso Est”. A specchio della preminenza della vita sulla letteratura, vi
è il secondo aspetto fondamentale del sistema poetico di Molinaro, che potremmo
rappresentare in modo franco e indelebile dicendo che esso coincide con il
motto:
nel corso del prossimo secolo, non accadrà nulla di definitivo
per il mondo, ma per la mia vita sì . Questa
percezione dell’esistenza come primazia dell’individuale sull’universale
(unitamente a una insuperabile condizione di precarietà e di fugacità) è
l’autentico nocciolo del sistema poetico di Molinaro, e si congiunge a quanto
prima si è detto, inerente la commedia umana e il suo carattere di eterna
fucina di vita. Questi due temi – la commedia umana e la prevalenza
dell’individuale sull’universale – collocano Molinaro tra i poeti di
ultima generazione, fra i quali trionfa il relativismo delle posizioni
individuali, le verità limitate e contraddette, dialetticamente, dagli altri
interlocutori di livello, e il rovello del dubbio, con la ricerca impossibile
di una verità “insperabile”.
Cosmopolitismo e ribellione
L’ubicazione topografica e culturale delle vicende è la
‘provincia’, habitat ubertoso in cui si sviluppano tutti gli avvenimenti di
vita. Vercelli, Torino e Genova – tanto per rifarsi al primo meridiano
che campisce l’universo del poeta – tracciano il profilo della provincia
non solo italiana, ma in generale europea, alla fine del ventesimo secolo:
piccole storie di ordinaria fatica per procurarsi le occasioni di felicità
terrena, in luoghi originali, distinti, individuati e differenziati. Molinaro è
provinciale anche quando ci descrive
Parigi o altre grandi capitali europee, del Nord o del Mezzogiorno (del resto,
Torino e Genova non sono province in senso stretto). Il vocabolo
provinciale nel caso specifico non viene usato per indicare né
il ridotto spessore demografico degli insediamenti urbani né, tanto meno,
alcunché di goffo, di impacciato o di cattivo gusto, ma semmai in
contrapposizione a quello di
metropolitano, per esprimere la capacità di mantenere viva la radice di attaccamento
tra il luogo e la persona: in provincia, infatti, ogni persona è il volto del
luogo che egli rappresenta, e viceversa. La metropoli, invece, esprime la
completa alienazione dei cittadini rispetto ai luoghi in cui vivono; i
metropolitani
sono tutti parimenti estranei ai luoghi in
cui abitano. Molinaro fa della provincia una visione estetica ed etica del
mondo: egli osserva il mondo come se il mondo fosse tutto ‘provincia’, che si
ripete uguale, a dispetto delle molte differenze esteriori che può presentare.
Ciò che Molinaro vuole salvaguardare, nella sua rappresentazione del mondo, è
il carattere di autenticità e di unicità di ogni personaggio, osservato
nell’espressione dei suoi valori personali e folcloristici, come se egli
scrivesse ogni volta nel dialetto di quel tale personaggio. Per usare
un’iperbole azzardata ma efficace, Molinaro è l’unico poeta dialettale che usa
come idioma la raffinata lingua dell’italiano letterario. O, se si preferisce,
egli usa l’italiano come fosse l’esperanto di tutti i dialetti possibili. Così,
in Molinaro, si realizza una condizione che è rara, ma che non è unica nei
poeti moderni: un cosmopolitismo costruito attraverso la percezione
sostanzialmente provinciale del mondo, come accade sia nel celebre Guido
Gozzano sia nel meno conosciuto ma non meno valido Ernesto Ragazzoni,
vivacissimo e anticonformista esponente della provincia novarese, con evidenti
vocazioni cosmopolite, anche se distanziato da Molinaro da circa tre
generazioni, per cui è evidente che il mondo e il modo poetico dei due
scrittori non sia identico. Però, l’accostamento con Ragazzoni è valido perché
porta in campo un secondo aspetto fondamentale del carattere dei due scrittori:
la ribellione. Il cosmopolitismo è già di per sé stesso una dichiarazione
potenziale di ribellione, perché quanto meno consta di un’insofferenza per le
barriere, per i confini, per i pregiudizi derivanti dalla diversità di usi e di
costumi. Chi si sente cosmopolita alimenta in petto le braci del ribelle, che
prima o poi esploderanno in vera fiamma d’ardore sovversivo. Basta leggere
alcuni versi di una delle tante poesie d’intonazione cosmopolita, come
Senza
tetto : “La mia casa è dove qualcuno mi ama
/ o almeno dove nessuno mi sorveglia / e nessuno mi spia. La mia casa / è tante
case per un tempo, è l’argine / di un fiume, è una camera d’albergo / a ore,
l’alloggetto di un’amica, la sala / di una biblioteca, una musica, un prato / o
l’arcata di un ponte”. Sentirsi cittadini del mondo in quanto ci si sente
legati da complicità affettiva nei confronti della bellezza del mondo: la
bellezza del mondo sono le persone da amare e da cui si è amati. Ebbene, in
tutto ciò c’è già il seme della ribellione, perché ognuna di queste
affermazioni è in rottura con gli schemi del perbenismo borghese. La ribellione
si manifesta nel poeta sostanzialmente come necessità di rinominare tutte le
categorie astratte del mondo, per potere così giungere alla
parola
rinvenuta , che è espressione di canto
libero, cioè quello della poesia, come leggiamo in
C:\>Defrag: “Da piccolo mi hanno imbrogliato le carte, / hanno
confuso tutte le parole: / maturità confusa con repressione, / serietà confusa
con assenza di sogno, / fedeltà confusa con cecità, / capacità confusa con
insensibilità, / dignità confusa col non comunicare, / educazione confusa con
prigione, / altruismo confuso con egoismo, / modestia confusa con essere
bestia, / orgoglio confuso con puntiglio, / libertà confusa con inconcludenza,
/ moderazione confusa con star senza, / saggezza confusa con meschinità, /
amore confuso con violenza e possesso / e zuccherini e sfruttamento e sesso / o
mancanza di sesso secondo i casi, / amicizia confusa con mutua mafia, /
bellezza confusa con tutto ammodino, / e così via, un grandissimo casino, / e
tutto in un contorno di paura”. Nell’omaggio reso a Liana De Luca, scrittrice a
lui vicina in quanto, almeno in una parte della sua produzione poetica, è
altrettanto orientata alla mitopoiesi del quotidiano, Molinaro evoca il simbolo
per antonomasia della ribellione all’ordine civile, cioè Socrate, in una chiave
di estremo autosacrificio originatosi nella sfera individuale, in cui non è
impossibile scorgere ombre di misoginia o meglio di allarme per la tirannia
muliebre consumata all’ombra del coniugio: “Le motivazioni si sovrappongono,
/ una maschera l’altra e talvolta / la più nobile passa alla storia. /
Rispettare le leggi della
pólis /
(benché ingiuste) è certo esemplare, / è adatto per i libri dei Licei; / ma
credo che se non avesse sposato / Santippe la tiranna, quella cicuta / Socrate
infine non l’avrebbe bevuta”. Il poeta ha il compito di ribellarsi alle
prigioni dell’abitudine che usurpano il libero arbitrio e che mortificano la
gioia di vivere. Questo compito, in Molinaro, diviene una vera e propria
missione quando è rivolto verso il femminino, cioè verso quella metà
dell’umanità che da sola satura la quasi totalità degli interessi di vita e di
cultura del poeta. La coscienza captiva della donna è, per il nostro, uno dei
principali temi di interesse e d’ispirazione poetica. Quali sono le prigioni
della donna? Quali le sue paure? Di quali divieti patisce? Da chi e da che cosa
è soggiogata? Queste e altre simili domande sono ricorrenti fino al punto di
rappresentare un Leitmotiv distintivo nella produzione del nostro. Tanta parte
della ribellione di Molinaro nasce come reazione alle condizioni di
mortificazione che le donne diuturnamente subiscono nella società odierna: il
poeta ha il compito di rendere esplicito lo scandalo, di opporsi, di
ribellarsi, e, per quanto gli sia dato di fare, di porre un rimedio alle
situazioni di sua competenza ovvero da lui praticabili. In
Giovane
madre , ad esempio, Molinaro osserva in un
incontro corsaro e casuale sul treno una donna col bambino in grembo e
semplicemente indagandone lo sguardo, le movenze, le espressioni e la
carnagione ricostruisce la situazione di disagio psicologico in cui quella deve
trovarsi, con una sensibilità rivelativa che rappresenta il dono fervido della
poesia: “Giovane madre che va tutto bene / – così parrebbe. Ma dentro i
suoi occhi / (di cui non ho percepito il colore) / trovo un dolore chiuso: /
non è soltanto una malinconia, / è un corrodere stretto, una nascosta / ansia
mortale che la tenerezza / delle mani sul bimbo non può sciogliere. // Ha un
opaco che segna sulla pelle / la perdita d’un sogno, / una stanchezza fra la
guancia e il collo: / e per un colpo di tosse si piega / come a celarsi al
mondo. // I passeggeri in vena di ciarlare / sono larghi d’assensi e
complimenti / per tutto quel quadretto familiare: / se ne ristorano il cuore e
la mente. // Allora io solo vedo? / Forse vaneggio, forse è mia follia /
ammalata di male. / No, m’incrocia / lo sguardo della donna sola, un breve /
inutile bagliore d’impaurita / intesa, nello scendere dal treno”.
Eros
Molinaro arriva all’eros come il cavaliere azzurro delle
favole arriva a liberare la fanciulla prigioniera del malvagio incantesimo:
cioè, circondato da un’atmosfera magica, non vive mai il semplice episodio, ma
ogni volta si sente risucchiato dall’evento epocale. L’attività erotica
possiede una natura gioiosa e premiale, se non addirittura destinale. Si tratta
di un modo di sentire popolare fra i più antichi e accreditati, che risale ai
tempi della bella Sheherazade o, forse, molto prima, ai tempi di Cleopatra o di
Nefertiti, in ogni caso in un territorio di origine decisamente mitopoietico.
Che poi, in Molinaro, il processo creativo di predazione e di conquista della
donna da parte dell’uomo si attualizzi in un pragmatismo femminista e
progressista, di liberazione della sessualità femminile, tutto ciò dipende solo
dal fatto che ogni poeta vive con pienezza il tempo suo, e non quello degli
altri che lo hanno preceduto, anche se sostanzialmente rievoca emozioni che
hanno avuto dei precedenti molto assimilabili. Nel caso di Molinaro si può
arrivare a parlare sia di dongiovannismo, cioè ostentazione dei risultati
raggiunti nella conquista delle grazie muliebri, sia di casanovismo, cioè di
missione bene accettata di essere lo strumento del piacere delle donne.
Molinaro ricostruisce nei versi un io-poeta che è contemporaneamente Don
Giovanni e Casanova – non è dato sapere fino a che punto l’io-poeta che
vivrà per sempre sulla carta coincida alla perfezione con l’io autobiografico
che è vissuto nella realtà, ma è certo che Don Giovanni è un personaggio
dell’arte, mentre Casanova è un personaggio reale, e Molinaro incarna in sé
entrambi i caratteri. Come poeta erotico, Carlo Molinaro percorre e rinverdisce
una tradizione che ha avuto nell’antichità poeti di altissima statura, da Saffo
a Ovidio, ma che nella letteratura italiana è stata goffamente confinata nel
filone definito di “basso stile” o “comico”, tra le espressioni di poesia
minore, anche nel caso di autori che hanno raggiunto visioni ampie e profonde
della commedia umana e che hanno elaborato esiti artistici di indiscutibile
valore, come avviene specie nel Settecento tra i poeti dialettali, come
Domenico Tempio e Giorgio Baffo. Ovviamente, ci si può sbizzarrire quanto si
crede, nell’immenso oceano poetico di Molinaro, e reperire anche riferimenti
medievistici, sul fronte dei frati gaudenti alla Jacopone, come è la poesia
Lo
sventrapapere : “Scaraventare il tosto
sventrapapere / nel guazzo di sventrata paperella / è tregua negli affanni: è
la più bella / e commovente dell’umane opere”. Ma aggallano riferimenti alla
classicità aurea, al
carpe diem
d’oraziana memoria ovvero in eco d’Alceo: “Quell’imbrunirsi come della polpa /
d’una mela tagliata e non mangiata”. Con più frequenza, Molinaro si esprime
liberando una liricità parossistica, che ricorda i sogni ad occhi aperti di Ko
Un, il poeta coreano contemporaneo più volte proposto alla candidatura del
premio Nobel: come lui, Molinaro è capace di trasfigurare l’elemento
costrittivo della realtà, peraltro sempre presente quasi con ossessione, in una
vera e propria palingenesi del mondo, come accade in
Gli occhi di
Angelica : “È già felicità questo guardarci
/ largo: giochiamo, ecco, che noi eravamo / la pioggia e il mare, lo spazio e
l’eterno, / così qui in pizzeria – due ore fa / non ci conoscevamo e
invece adesso / «chissà se ci vedremo ancora» e intanto / si può fantasticare
– e giochiamo / che non ce lo diciamo. Te li ha fatti / belli, quegli
occhi, la tua mamma, sì, / e li ha fatti per me, perché potessi / innamorarmi
una volta di più”. Non manca neppure qualche raro caso di amante secretata nel
riserbo del shenal stilnovistico, in omaggio a un’espressione erotica del
passato che concepì convegni di lussuriosa sensualità, mascherati nello
scrupolo dei ruoli mondani, e che oggi viene rievocata come allusione alata,
per esempio nella poesia
La ragazza al convegno dei poeti, dedicata a Sandro Gros-Pietro, con l’intento di
rievocare i modi e le forme dell’amore cortese, ma in uno scorcio di modernità
attuale e disincantata: “[…] Sarà / meglio vederla altrove, se possibile / con
luce più dorata, in riva al fiume / o in una piazza aperta, ora che viene / la
primavera a prenderci e portarci / di nuovo a cose nuove, grazie a Dio, / a
cose ancora non dette, mai, da nessun poeta, / per tanto che i poeti abbiano
scritto”. Più sovente il canto d’amore di Molinaro è una rapsodia del quotidiano,
una denotazione connotativa dell’evento magico a cui il poeta partecipa con la
rinnovata gioia di sentirsi vivo e autentico nell’atto della congiunzione
carnale, dello scambio di tenerezze e di piaceri, fragili e fugaci e perciò
tanto più preziosi, che il poeta ha il compito di conservare quanto più a lungo
possibile alla memoria del mondo, proprio per aumentare la carica di bellezza
che dovrebbe salvare il mondo dalla catastrofe finale. In Molinaro, l’emozione
erotica è la fonte di tutte le espressioni autentiche dell’essere umano. Sia la
natura sia la cultura concorrono a istruire nell’uomo e nella donna un sistema
erotico totalizzante, che il nostro, con gusto esemplificativo da filosofo e
antropologo dei primordi, definisce ironicamente
vulvocentrico: lo studiato neologismo – Molinaro è un
lessicografo rigoroso – oltre che il sesso femminile, evoca assonanze
foniche con il concetto di
vulcano
e di
centrifuga , che
sembrerebbero dircela lunga circa l’attitudine manifatturiera che tale sistema
possa svolgere in tema di proposizioni erotiche. “Ho fondato un sistema
vulvocentrico / che mi pare descriva l’universo / meglio di Tolomeo e di
Copernico”, dice il poeta, per cui appare evidente a chiunque che qui si
ingaggia un contrasto competitivo con il
dialogo sovra i due massimi
sistemi del mondo , motivo per cui la
parola
rinvenuta assume il significato di
nuova
scienza , cioè di nuovo modo di interpretare
il mondo reale in cui viviamo. Ecco, allora, che nell’eros trovano sbocco
rasserenante le due tensioni che prima abbiamo indicato, il cosmopolitismo e la
ribellione. Supremo risultato di poesia d’amore è il capolavoro assoluto di
Molinaro,
Quaranta frammenti per Monica. Monica è una giovane donna realmente vissuta, che si legò in modo
tenero e sventurato al poeta, rovesciando su di lui la sua inesauribile e anche
contraddittoria capacità di amare e il desiderio di essere a sua volta amata a
oltranza. Il carattere fragile e ribelle della ragazza era certo stato minato
dalla insicurezza di orientamento che proveniva dall’ambiente familiare
d’origine, che purtroppo versava in situazioni di precarietà culturale, sociale
ed economica. Ma ciò che avrebbe segnato irreversibilmente il destino della
ragazza fu l’uso degli stupefacenti e il conseguente cedimento franante verso
il fascino autodistruttivo della droga. Si spalancano, così, davanti agli occhi
della giovane donna, ancora in vita, ancora gioiosa e fremente, le porte dell’inferno,
nel quale Monica scivola poco per volta, fino a compiere il tragico gesto
conclusivo contro sé stessa, nonostante il disperato canto d’amore che il poeta
intona per lei nella vita, ma del tutto inutilmente, come novello Orfeo:
combatterà una battaglia già perduta in partenza per mantenere in vita
Euridice. Tutto il poema è scritto in flashback ovvero con frequenti
capovolgimenti di tempo, che si ritorce tra passato e presente, cioè tra il
confine della vita e quello della morte. Monica, come Euridice, è
contemporaneamente viva e morta, durante tutto il canto del poeta: viva e morta
rimarrà per sempre, consegnata alla memoria del mondo dalla parola
rinvenuta, che ne ha celebrato l’epica familiare. La
rivisitazione del mito greco è, in realtà, appena allusa e accennata, perché la
vicenda di Monica è tutta attualizzata in una modernità iperrealistica, secondo
il gusto del nostro. Ma al lettore attento non sfugge che il poeta si porta in
cuore non solo la terribile tragedia reale della vita, ma anche il mito
fantastico e plurimillenario della morte incolpevole della fanciulla amata
(vittima non più di Aristeo, ma della droga), e dell’inanità della poesia, che
sarà inevitabilmente sconfitta dalla morte biologica e che lascerà in vita solo
il simulacro parolaio del loro perduto amore. Malgrado l’approccio con un mito
così temerario e possente, come quello di Orfeo ed Euridice, a giudizio di chi
scrive, il capolavoro di Molinaro non va assolutamente letto in chiave
letteraria, perché ancora una volta la letteratura, per quanto giocata
dall’autore con sapienza e sicurezza, non aggiunge proprio nulla alla bellezza
nuda, scabra e perfetta dei quaranta frammenti che ricostruiscono con
straziante verità la densità dell’amore unico tra Carlo e Monica, ne
custodiscono il riverbero accecante delle emozioni, le indifese speranze, gli
infantili sogni e, infine, la fervida attrazione, umida di affetti e di eros,
che sigilla gli amanti in una sfera incorruttibile ed effimera.
Tra filosofia e predicazione: l’etica abbreviata di Molinaro
Il cipiglio del predicatore non deve essere così sgradito a
Molinaro se è vero che nella poesia
Gli imprenditori del 2000 egli ama censurare gli esarchi dell’economia moderna
con i seguenti versi: “Non gli importa più nulla neppure / delle loro radici,
non onorano / più gli avi nell’atrio con lapidi e busti, / feroci alligatori e
gusci vuoti / sono gli imprenditori del 2000: / nulla rispettano, nulla
producono / (a produrre ci pensano gli schiavi / nel più lontano oriente), loro
qui / vendono soldi in cambio di soldi, / vendono marchi, firme, esclusive, /
non fondano nemmeno fondazioni / ma sponsorizzano altri gusci vuoti, / altri
torvi alligatori
culturali , /
osceni spacciatori d’idiozie. / Più vecchi del tempo del
pane e
circensi / sono gli imprenditori del 2000,
/ ignoranti, imbecilli, potenti e devastanti / sono gli imprenditori del 2000,
/ divorano il mondo nel loro grande putrido / ventre squarzato dal cazzo del
Mercato”. I predicatori sono irresistibilmente rapiti dall’ebbrezza di
fustigare i vizi, le pusillanimità, le stoltezze altrui, con tanta più foga
liberatoria quanto più si sentono complici dei peccati da loro denunciati. In
Molinaro, la propensione a intonare il
j’accuse zoliano, con tutta l’acrimonia di parte lesa e con
tutta la saccenteria salvifica savonaroliana, prevale talvolta
sull’atteggiamento, per fortuna più generalizzato, di porsi come semplice
testimone delle forze che la storia mette in campo. Fatto sta che il nostro
talvolta non rinuncia ad argomentare con foga le sue scelte partigiane. Forse,
a detta di chi scrive, nel cedimento alle partigianerie di presunta parte lesa,
Molinaro esibisce il suo lato più debole di scrittore. Certamente non siamo di
fronte alla sconcezza postbellica rappresentata da quegli scrittori che
giunsero a cercare scopertamente la tettarella del partito e che non si
vergognarono per nulla di concepire un’arte e una letteratura organica alle
esigenze della politica, ma che anzi giunsero a teorizzare in termini di
avanguardia la loro funzione storica di levatrici delle conquiste etiche
elaborate dalle segreterie dei tesserifici partitici e associazionistici. Da
allora, molta acqua è passata sotto i ponti di Roma. La politica si è costruita,
per nostra fortuna, i suoi fedeli chierici, superpagati e sopraffini
intellettuali asserviti alle logiche di lobby contrapposte. E lo scrittore di
alto profilo è stato totalmente liberato dal compito di svolgere qualsivoglia
funzione etica, finalizzata all’orientamento civile e politico del lettore, con
ricadute nell’attualità del dibattito partitico e della partigianeria
spicciola. Questa evoluzione della concezione e della dignità artistica come
espressione del tutto autonoma da ogni forma di potere politico e di consenso
sociale è ovviamente alla base del sistema poetico di Molinaro, che è, per sua
natura, un navigatore capace di resistere come Odisseo al canto mortifero delle
sirene. Ma i suoi inopinati stati emotivi di nostalgia e di melanconia per l’
ancien
régime di tanta parte della vecchia
letteratura
engagée sono duri a
morire. Infatti, nelle sue stanze metropolitane è possibile cogliere ancora
l’odore dolciastro della teoria di braciole di maiale cotte ai festival
dell’Unità, dei convegni parolai, delle “misure in cui” e degli “a prescindere
da” che costituivano i cavalli da battaglia di un politichese sfacciatamente
traghettato in letteratura. Molinaro non sempre sa trattenersi dall’ammiccare
compiaciuto a questi scheletri di dinosauri della letteratura cosiddetta
d’avanguardia. Va detto che in questi amarcord felliniani vi è tanta meditata
passione folcloristica, tanto consapevole desiderio di autenticità e tanta
maniacale denotazione narrativa (che insieme costituiscono le tre corde del
violino molinaresco), e che essi si collocano comunque su un livello di
valore artistico superiore a ogni considerazione di pertinenza contenutistica.
Tuttavia, è difficile negare che il nostro, nei rari momenti di gigioneggiante
autoconfessione, sembri confidarci di serbare alcune “vere verità” tratte dal
tascapane ideologico che appartenne al Peppone di Guareschi e di volersi cibare
solo di quelle; ovviamente, si tratta di quelle “vere verità” che siano le più
facili da manipolare e da mercanteggiare, universalmente, cioè quelle che
organizzano il contrasto sociale, politico e religioso nella cronaca
quotidiana, così indeterminata dall’azzardo interpretativo di chi la racconta.
Però va anche detto, infatti, per amore della verità, che vi è un altro
Molinaro,
abscondito dietro le
quinte come una divinità, e che mette in campo un’impostazione filosofica
superiore ed ellittica, che individua poeticamente i suoi due fuochi in due
autori tra loro separati da oltre diciotto secoli di storia: precisamente in
Ludwig Wittgenstein, l’autore della “filosofia del linguaggio comune” e
nell’apostolo Paolo, autore delle
Lettere, il quale formula al discepolo Timoteo la consapevolezza di avere
combattuto la
buona battaglia .
Ancora una volta, a livello teorico, l’impostazione di Molinaro consiste nel
cercare il territorio di compresenza insiemistica tra il “linguaggio” e le
“cose”, tra la possibilità teorica di scrivere, comunicare e comprendere il
mondo, e la possibilità pratica di partecipare come artefice alle cose che
avvengono nel mondo. La scelta dei maestri di pensiero non deve poi
sorprenderci più di tanto. Forse, per un intellettuale consapevole del tempo in
cui vive, come certamente è Molinaro, l’indicazione di Ludwig Wittgenstein è
quasi scontata, essendo il massimo filosofo del ventesimo secolo, il cui
Tractatus è stato avvicinato alla
Critica della
ragion pura di Immanuel Kant: sarebbe
difficile per qualsiasi profondo scrittore dei nostri tempi mettersi a scrivere
ignorando la teoria critica elaborata dal pensatore austriaco di come i fatti
del mondo giungano a essere raffigurati dentro il linguaggio. Ma l’indicazione
di Paolo, padre e soldato della Chiesa, missionario per antonomasia e
divulgatore del Vangelo presso i pagani, potrebbe avere significato solo per
chi, a differenza di Molinaro, fosse cultore della fede, cioè detentore di
quella che il nostro, con piena coerenza alle sue idee, chiama la “verità
insperabile”, perché solo chi fosse convinto di possedere realmente tale verità
potrebbe combattere una “buona battaglia”; tutti gli altri sanno che nessuna
battaglia è buona o cattiva a priori, ma che tutto dipende dalle condizioni con
cui il linguaggio si incontra con i fatti del mondo, appunto
wittgenstianamente, per definire quale sia la condizione della battaglia,
ammesso che di battaglia si possa parlare. Quest’apparente aporia di
accostamento dell’inconciliabile, in realtà crea lo iato della scrittura
ellittica di Molinaro. Si tratta di un’apertura voluta; un trauma teorico
studiato, una rottura ideologica programmata: la
parola rinvenuta non descrive una traiettoria lineare, ma al
contrario fa dei salti, si propone al di qua e al di là dei confini loici. Ne
deriva che il sistema filosofico di Molinaro – per non spendersi in
paroloni, parleremo semplicemente di visione poetica del reale – al di là
e con sorpresa per il suo tenace attaccamento alla realtà, non è di tipo
logico, ma di tipo analogico, non è di natura razionale e deduttiva, ma
inventiva ed emotiva. Allora, più che un sistema, la sua poetica è una raccolta
dilatata e indefinita di proposte, occasioni, episodi, eventi,
exempla: consiste nella rielaborazione di un’etica
abbreviata, nell’accezione etimologica del breviario e del compendio, come si
costumava fino dai tempi dell’antichità classica, per frammenti e per poemi
autonomi. Un simile modo di scrivere conduce inevitabilmente a un accumulo di
densità, e si realizza, per tale strada, il paradosso: una scrittura studiata
all’origine per essere leggera e denotativa, con vocazione narrativa e
pianamente espositiva, nella varietà delle proposizioni elaborate, acquista una
straordinaria complessità, tale da pareggiare i sistemi di scrittura congegnati
per supportare fantastiche elucubrazioni cerebrali. Diciamolo in metafora, la
grande sovrapposizione di acque basse e cristalline rende il mare di colore
cobalto e profondo fino al precipizio: tutto ciò è esattamente quanto accade
alla scrittura di Molinaro. La scrittura ellittica del nostro fa sì che un
linguaggio poetico come il suo, così costruito a stretto riverbero della
realtà, con le parole tratte dall’uso comune, con un lessico famigliare al
massimo impreziosito e riordinato dall’esercizio dello stile e della
tradizione, ma in ogni caso carico di suoni, sapori, colori del mondo, in una
continua prassi di mimesi del reale che non esclude il ricorso anche
all’onomatopea (come accade in
Nella rocca di Vigevano), ci sorprenda con l’uso insistito del vocabolo da
quintessenza tipico del linguaggio lirico e astratto, precisamente con l’
anima, un termine che, come tutti sanno e Molinaro per
primo, è divenuto quasi un delitto di stile usare ancora nella poesia moderna e
con una cittadinanza poetica ormai desueta anche presso il più grande lirico
vivente della nostra poesia, Giuseppe Conte. Non a caso si è parlato di
Molinaro come di un ribelle: egli si permette di possedere e di esercitare l’
anima in pieno ventunesimo secolo! “Ma sull’anima greve
pesa l’ombra / d’un sonno che non sente più stagioni”, in
Che non
raccoglierò ; “L’anima mia è un quadro che
dipinsi / ad occhi chiusi in un tempo che non so” in
Parabola; “Non eri sieropositiva. Ma / celavi qualche
immunodeficienza / nell’anima […]”, in
Quaranta frammenti per Monica; “[…] Tu ascolta come spinge / il groviglio
impossibile dell’essere / sulle nostre membrane e apri il vuoto / dell’anima
perché altro vuoto allaghi / le sagome e le ombre […]”, in
Tarda
estate ; “Se tu sapessi quanto cielo premo /
nell’anima e che tiepido alitare / di lombrichi di terra e di radici”, in
Se
tu sapessi ; “[…] Ma io / ci ripenso e
convengo: c’è un abisso / di cielo in cui si cade appena l’anima / scuce
l’imbastitura disfacendo / la trama su cui tanto lavoriamo”, in
Il
cielo sopra Torino ; “Ma ci trabocca l’anima
di gioia / a vederci così, che siamo qui / tutti meravigliosi”, in
Gesti; “Quando mi sciolgo a un pensiero o a una musica / e
il chiuso d’anima s’apre e m’inonda / gli occhi e ti guardo e tu non mi
rimproveri”, in
Un bel nome ; “Non
so se sia battaglia o un’armonia / fra i colori di questo tramonto / […] //
Meglio berli così, come dal cielo / riflettono sull’onda e la battigia / tutta
la loro anima […]”, in
Verso mare ;
“Le mattine in casa con la lavatrice che gira / sempre lo stesso ritmo il rondó
del cestello / le mani screpolate l’anima che va via”, in
Le mattine
in casa (parole per musica) ; “Sguardo
strappato o anima strappata / che si lacera per contenere tutto / ma non
contiene, perché contenere è un limite / – o anima illimitata e piccola,
anima dispersa / e chiusa, eterna e morta, prigioniera e libera, / anima
invadente e anima inesistente”, in
Miniode sensazionista (minima, sì), in parodia di Fernando Pessoa; “l’orlo dell’anima
o dell’idea di un’anima”, in
La carogna; “Perché la fica ha un’anima: fluisce / negl’incavi del corpo, vi
aderisce”, in
Il sistema vulvocentrico; “C’è un amore che lega chi non vende / anima e sogno […]”, in
Il
grido ; “Vedi ora come si sgranchisce
l’anima / se tu la togli dall’astuccio vecchio / dove fu messa quand’eri
bambina / per conservarla intatta”, in
Anima cielo; “Questo amore che ci si gonfia dentro perché non ha
luogo / nello spazio indeciso fra l’anima e il corpo”, in
Questo
amore .
L’ironia è una regola aurea e viceversa
Tra le poesie più caratteristiche e rivelatrici della
poetica di Carlo Molinaro c’è quella da lui dedicata a Giulia Vay e a Mauro
Ferrari, che si intitola
Numeri : “Chissà
perché un poeta a Marcarolo / si rattristava scoprendo che i suoi / versi
migliori, quando ne contava / compiaciuto le sillabe, svelavano / d’essere
endecasillabi. Che male / c’è? Mi sa che parlava per parlare, / pavoneggiando
la sua disperata / sete di sconvolgenti novità / di lessico e di ritmo per
vestire / con l’ultima fantastica trovata / la vecchia amante sempre più
appassita. // Intanto una ragazza ci serviva / al tavolo la pasta e l’insalata:
/ un bel viso, due mani, cinque dita / per ogni mano, due fragili seni, / due
occhi azzurri e una testa biondina”. Già il magistrale incipit instilla nella
mente del lettore la luce di un’ironia mitica, perché ci s’immagina che
l’essere
poeta a Marcarolo ,
dignitoso ma sconosciuto parco alpino dell’Alessandrino, sia una condizione di
anonimato e di frustrazione superiore a quella raggiunta da Carneade nella
memoria dispersa di don Abbondio; ma tutta la concezione della lieve eppure
mirabile poesia ricostruisce in sedici versi – la dimensione del sonetto
caudato – un fatato labirinto di specchi ironici: la canzonatura,
composta in perfetti endecasillabi, di un poeta che si strugge di scrivere
endecasillabi per la sua
vecchia amante appassita –
sarebbe Calliope,
of course
– mentre è servito a tavola, come Foscolo al convegno delle muse, da
un’incognita musa giovane che si muove nel mondo reale e che ha la bellezza
rappresentata dai numeri della natura, quegli stessi che il poeta a Marcarolo,
parco naturale, nega possegga anche la sua vecchia amante: e come si chiama
tutta la poesia?
Numeri ,
ovviamente, che in senso figurato –
dare i numeri – significa anche “cose strane, vaghe o di
senso oscuro”: ma non è proprio questo il discorso ellittico della poesia, un
senso oscuro? Ecco, quindi, la straordinaria capacità di avvitamento nella
ritorsione dei significati e delle direzioni del discorso che può presentare il
sistema vulvocentrico di
Molinaro. L’endecasillabo è la regola aurea nella poesia di Carlo Molinaro,
purché si tenga a mente che ogni regola, per un ribelle, è già di per sé un
irresistibile invito a nozze a giocarci insieme come il gatto con il topo, e
provare tutti gli equilibri impossibili, per mantenerla in vita al di là di
ogni confine logico o per abbandonarla come corpo morto appena il gioco non
vale più la candela.
Il gioco che vale la candela altro non è che il titolo del suo quinto libro in
versi, e si tratta ovviamente di una circonlocuzione che esprime il significato
del vocabolo
poesia : un gioco che
valga la pena di tenerci svegli per farlo, cioè che sia capace di riscattarci
dalla morte prematura.
Sandro Gros-Pietro