Liana De Luca 
Blake
anno: 2004
pagine: 64
prezzo: € 5,5
ISBN: 88-7414-041-x

SCHEDA DELL'AUTORE
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INTRODUZIONE

William Blake, singolarissima personalità, eccezionale ed eccentrica, di poeta, incisore, pittore, viene considerato precursore del Romanticismo inglese. In realtà non è classificabile in nessuna corrente per l’originalità, la complessità e anche le contraddizioni del suo pensiero. Netta è in lui la rottura con la poesia settecentesca didattica e didascalica, rococò e neoclassica. È ancora più profonda e viscerale l’opposizione all’empirismo e al razionalismo dell’Illuminismo, di cui peraltro valorizza la spinta al rinnovamento sociale. Sul contemporaneo substrato di ribellione antistituzionale (contro la Chiesa, la società classista, le censure sociali, le repressioni sessuali), fomentato dalle rivoluzioni americana e francese, in Blake si innestano, fino a diventare motivi prevalenti, un senso mistico e misterioso, un acuto afflato religioso, una potente pulsione verso l’esoterismo. Fu influenzato soprattutto da Emanuel Swedenborg, attraverso il quale si avvicinò a una nuova interpretazione delle Sacre Scritture, al neoplatonismo e all’occultismo.
La poetica di Blake si basa sul potere creativo della immaginazione, considerata come dote particolare dell’uomo, in opposizione ai sensi e all’intelletto1. L’artista non copia la natura, ma l’immaginazione, e quindi l’arte è creativa non imitativa o associativa. La poesia non è figlia della memoria (la mnemosine dei greci) ma dell’ispirazione, non rispecchia ma rivela. La rappresentazione dei sensi è illusione, maschera della vera realtà, e va perciò penetrata per raggiungere la sostanza oltre l’apparenza, l’eterno oltre il contingente, l’essenza oltre il fenomeno. Quindi il mondo è una visione da contrapporre alla fiaba e alla allegoria degli antichi, “poiché le cose esistono tutte nell’immaginazione umana”.
Alla verità si accede soltanto attraverso la fantasia dei poeti, facoltà che l’uomo divide con Dio. L’artista visionario, somma realizzazione dell’uomo, coglie la parola, il verbo, che Dio rivolge a se stesso. Blake concepisce Dio come suprema energia creatrice, la quale contiene ragione e intuizione in armonia perfetta. Di questa forza sacrale è dotato l’uomo. Per cui la creazione fantastica dei poeti è opera di un unico creatore.
In quanto visionaria la poesia è quindi profetica e non per nulla i libri più importanti di Blake vengono definiti “profetici”. In essi l’autore finisce per sostituire all’arte classica e neoclassica l’ispirazione della Bibbia, mescolandola con la filosofia neoplatonica, con Milton e Ossian, con i culti celtici e la metapsichica, facendo propria l’affermazione di George Berkeley: esse est percipi. Quello che più lo interessava era affermare la fondamentale importanza del mondo spirituale e della presenza del divino nell’umano. E di conseguenza sosteneva che “il potere della immaginazione creativa permette di realizzare la parte divina che è in noi, di creare una connessione fra l’uomo e Dio” (Corrado Gizzi).
La poesia di Blake si presenta con un senso limpidissimo all’apparenza, ma in realtà ha un sottofondo criptico ed è di difficilissima interpretazione. Ogni parola in ogni verso e ogni verso nel testo e ogni testo nell’insieme della raccolta sono collocati in modo da suscitare echi multipli, rifrazioni di immagini, corrispondenze occulte. Contribuiscono a rendere più arcano lo scritto le oscillazioni delle connessioni logiche, l’arbitrarietà della grammatica e della sintassi, l’indifferenza alla punteggiatura. Nei primi Songs of Innocence e Songs of Experience, nonostante la accattivante soavità e apparente semplicità, già serpeggiano i fantastici labirinti del simbolismo dell’autore. Nelle opere successive le ierofanie si fanno più audaci e al tempo stesso più oscure, anche se il materiale linguistico è relativamente tradizionale. Perciò Ungaretti, che lavorò più di sette lustri alle traduzioni di Blake, poté affermare che si tratta di “un poeta difficile. Sempre, anche quando è semplice come l’acqua”.
Blake dichiara spesso di scrivere in una sorta di trance, sotto dettatura, senza nessuna applicazione. Dice in una lettera all’amico Thomas Butts a proposito di Milton: “Ecco un immenso poema che sembra frutto delle fatiche di una lunga vita e fu prodotto invece senza fatica e senza studio alcuno”. In realtà anche lui si valeva del lavoro di “officina”, come confessa nella prefazione a Jerusalem: “Ho variato in ogni verso tanto le cadenze quanto il numero delle sillabe. Ho studiato ogni parola e ogni lettera collocandole al posto giusto”. Inoltre specifica che ha modificato tono e forma compresa l’inserzione della prosa per le parti inferiori. Così mentre nelle prime poesie il poeta usa il verso breve, nei poemi profetici recupera un antico verso lungo medievale variandolo a suo piacimento. Insomma, se la visione è un potere dell’immaginazione, ad essa si sovrappone lo studio dell’esecuzione, che è esercizio di stile2.
Il valore dei libri di William Blake non dipende solo dalla originalità della tematica e dallo spessore poetico, ma anche dalla presentazione editoriale. Quasi tutti i volumi infatti, almeno quelli profetici, sono “illuminati”, cioè illustrati. Secondo la definizione dell’autore stesso, si tratta di “stampa miniata”3, realizzata con un metodo suggeritogli nella prima delle sue numerose visioni dal fratello morto Robert. Blake mantenne il segreto della tecnica, della quale molte e varie sono state le interpretazioni. L’operazione, che comprendeva testo e illustrazioni in disegno organico, era complicatissima e si concludeva con l’impressione in monocromia di una lastra sopra un foglio, in seguito dipinto a mano dal poeta e dalla moglie. Così ogni copia veniva a possedere una propria individualità, ma il procedimento richiedeva un lungo tempo di realizzazione. Perciò di ognuno dei libri di Blake si conoscono non più di dieci copie o anche una sola come nel caso di The Book of Los.
Non sempre fra l’argomento e l’illustrazione c’è perfetta concordanza, “in quanto il processo poetico non era né verbale né visivo, ma simbolico e mitologico” (Kathleen Raine). Nel gioco delle continue mutazioni e traduzioni da un genere all’altro, si può arrivare a considerare una pagina di Blake “non come un testo poetico illustrato, ma come una tavola nella quale il verbale e il visivo, pur fra tante oscillazioni, convergono a comporre una visione di estrema compattezza” (Roberto Sanesi).
Il realismo visionario di Blake si manifesta fin dalle prime opere.


1 Pochi decenni dopo, in The philosophy of composition, Edgar Allan Poe esprimerà la stessa concezione della poesia (v. Poe, collana Check-in).
2 In accordo la traduzione ha fatto uso di una prosa ritmica.
3 Per Blake il libro doveva essere simile a un manoscritto miniato medioevale, con testo e illustrazioni intimamente fusi.


VITA DI WILLIAM BLAKE
 
William Blake nacque il 28 novembre 1757 a Londra da un modesto calzettaio. Nel 1772 venne affidato come apprendista all’incisore James Basire, presso il quale iniziò gli studi sull’arte gotica. E di illustrazioni per libri altrui, più certo che dai proventi delle sue opere letterarie, trasse un precario sostentamento per tutta la vita.
Nel 1779 fu ammesso come incisore alla Royal Academy, dove conobbe John Flaxman, da cui apprese a ricercare la sicurezza e la precisione nei contorni del disegno. Nel 1784, con la modesta eredità paterna, aprì una stamperia, che non ebbe molta fortuna e fu presto chiusa. Passò quindi al lavoro dipendente prima di Thomas Butts che lo aiutò generosamente, poi di William Hayley che si piccava di poesia e di mecenatismo. Le difficoltà economiche ebbero termine solo nel 1818 per l’affettuosa amicizia di John Linnell, un giovane ritrattista che gli commissionò lavori, gli procurò vendite e lo sollecitò a illustrare la Divina Commedia. Inoltre lo introdusse in un gruppo di suoi amici artisti dai quali sarà fino alla morte stimato e onorato, riscuotendo finalmente un meritato riconoscimento.
Al contrario della sua opera in cui la pittura e la poesia sono elementi complementari che si esaltano l’un l’altro, creando un’atmosfera magica e mitica, la vita di Blake trascorse piuttosto tranquilla. Unico elemento di rottura, nel rifiuto di ogni autorità, fu l’adesione alle idee repubblicane: la simpatia per i giacobini gli procurò alcuni fastidi con la legge. La violenza del carattere si rispecchiava nel suo aspetto fisico: era basso, di spalle larghe sormontate da una grossa testa imperiosa. Eppure per tutta la vita lo accompagnarono le visioni, che lui definiva “per allucinazione”. Ebbe la prima visione pare a quattro anni, quando vide Dio affacciarsi alla finestra della sua camera da letto. A dieci anni gli apparve sopra un albero una moltitudine di angeli e da allora in poi si moltiplicarono i colloqui con poeti e santi “corporalmente”.
Nel 1782 sposò Catherine Boucher, analfabeta figlia di un giardiniere, con una scelta che più felice non avrebbe potuto essere. La moglie, convinta che il marito fosse un genio, rinunziò una volta per tutte a capire le sue opere e lo assecondò nelle sue stravaganze1. Gli fu vicina nel Bene e nel Male fino alla morte che ebbe luogo nel 1827 e raccolse le sue ultime parole naturalmente orfiche e profetiche. Pare che esse fossero, anticipando Keats, “Eternity is Beauty”.


1 Un amico trovò Blake e la moglie completamente nudi nel giardino di Lambeth mentre giocavano a fare Adamo ed Eva.
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