Liana De Luca 
Tasso
anno: 2003
pagine: 72
prezzo: € 5,5
ISBN: 88-7414-051-7

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VITA DI TORQUATO TASSO
 
Torquato Tasso nacque a Sorrento l’11 marzo 1544 da madre napoletana, Porzia De’ Rossi, e da padre veneziano ma di origine bergamasca, Bernardo Tasso, autore dell’Amadigi, composto sulle tracce del poema cavalleresco spagnolo Amadigi di Gaula. La famiglia paterna, proveniente dal paese bergamasco di Cornello in Valle Brembana (oggi denominato Cornello dei Tasso), era nota per avere introdotto un servizio postale “prioritario”, prima per la Serenissima e poi per il Papato e l’Impero, finché, dopo il 1600, l’operazione divenne statale. Lo stemma della famiglia riproduceva un corno di posta troncato da un tasso nel lato inferiore di una ancona linea. Un ramo tedesco, quello dei principi Thurn und Taxix di Ratisbona, diffuse il sistema delle staffette a cavallo per tutta Europa. Ospite del loro castello di Duino, Rainer Maria Rilke iniziò a comporre le Elegie Duinesi nel 1911.
Torquato Tasso si sentì sempre figlio del “famoso padre” e di Bergamo: “Terra che ’l Serio bagna e ’l Brembo inonda”1. A otto anni dovette lasciare la madre, che non vide mai più e per la quale nutrì sempre un accorato rimpianto, per seguire il padre esule da Napoli al seguito del principe di Sanseverino. La lezione paterna di onestà e di dedizione si impresse nell’animo del giovane Torquato. Del resto Bernardo non era solo un uomo di penna, ma un fine diplomatico e un uomo di spada. Durante una sua missione in Spagna si trovò ad essere mediatore del petrarchismo, modello per alcuni dei più significativi poeti iberici del Cinquecento, fra i quali Garcilaso de la Vega, suo amico e commilitone nell’impresa di Tunisi.
Torquato riuscì a entrare al servizio del cardinale Luigi d’Este nel 1565 e quindi, nel 1572, a quello di Alfonso II, ereditando la posizione occupata da Ariosto presso Alfonso I, con l’unico impegno di scrivere un poema, che si sarebbe realizzato nella Gerusalemme Liberata.
Primo uomo moderno, pieno di contrasti interiori, di irrequietezza, di insoddisfazione, dotato di particolare sensibilità ma anche di desiderio di gloria che era fermamente convinto di meritare, preso da scrupoli di vario genere, Tasso richiese un controllo del suo poema, sia letterario agli amici scrittori, sia religioso all’Inquisizione prima di Bologna poi di Ferrara. I risultati degli esami, non molto positivi, acuirono la sua nevrastenia, che degenerò in mania di persecuzione. Avviò la revisione della Gerusalemme Liberata, che condusse fino alla morte trasformandola in Conquistata, con maggiore sviluppo della struttura epica e abbondanti tagli sugli episodi di evasione sentimentale e di componente magico/fantastica, passando da venti a ventiquattro canti in ottave.
Nel 1575 lasciò Ferrara e peregrinò per l’Italia, per tornare però nella città estense nel momento meno opportuno, quando si stavano celebrando le nozze fra Alfonso II e Margherita Gonzaga. Ritenendo di non essere sufficientemente onorato, proruppe in invettive contro il duca e il suo seguito e finì rinchiuso nell’Ospedale di Sant’Anna, dove rimase sette anni in clausura per altro sempre più mitigata. Vi patì incubi e allucinazioni, ma vi compose numerose rime e i Dialoghi di argomento filosofico. Però inviò molte lettere a principi italiani, perché lo liberassero dalla prigionia, e ciò non piacque ad Alfonso II, tanto più che gli scritti richiamavano l’attenzione della Chiesa sulla corte di Ferrara, già in sospetto di calvinismo.
Finalmente nel 1586 Vincenzo Gonzaga riuscì a ottenere il permesso di portare lo scrittore a Mantova, dove Tasso sembrò riprendere il dominio di se stesso. Ma l’anno successivo abbandonò la città per una seconda peregrinazione per l’Italia. Si diede alla composizione di opere di carattere religioso, come Le lacrime di Cristo, in cui, anticipando David Maria Turoldo, propone un Dio sofferente per le pene dell’umanità. Finì a Roma dove, stremato nel corpo e nello spirito, chiese ospitalità ai frati del convento di Sant’Onofrio sul Gianicolo e lì morì il 25 aprile 1595. Si stava preparando la sua incoronazione poetica in Campidoglio: una sorta di Nobel dell’epoca2.
Letterato dell’Umanesimo, personaggio tragico, poeta puro restio alla vita pratica e ai rapporti sociali, Tasso condusse una sua esemplare esistenza isolata, gratificata unicamente dalla realizzazione poetica, in cui domina “il sentimento della solitudine dell’uomo, della sua romita concentrazione in una passione, della nostalgica fuggevole labilità della vita e delle sue amabili lusinghe” (Giovanni Getto). La sua natura sentimentale e sensuale, frenata da esigenze etiche, lo portò a rappresentare l’amore non come gioia di vivere (quale canta Ariosto), bensì come passione fatalmente infelice. Ne conseguì la leggenda della sua vocazione impossibile per Leonora, sorella di Alfonso d’Este, avvalorata dal Romanticismo che vedeva in Tasso il genio perseguitato dalla società per la sua grandezza e superiorità. Molti musicisti, fra cui Donizetti, e scrittori, fra cui Goldoni, si ispirarono alla sua biografia, ma certo la rivisitazione più insigne è il Torquato Tasso di Goethe, che sentiva affinità elettive con l’autore della Gerusalemme.
La critica più recente ha superato la lettura emotiva di Torquato Tasso e ha approfondito le soluzioni di linguaggio in cui si è risolta la peculiare spiritualità del poeta.


1 La dedizione di Torquato Tasso per “l’almo paese onde l’origin trassi” è comprovato dal Dialogo Il padre di famiglia, nobile disamina dei valori familiari, in cui l’autore dichiara di essere nato a Napoli di madre napoletana, ma “di trarre l’origine paterna da Bergamo, città della Lombardia”.
2 Scrisse Leopardi al fratello Carlo: “Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato a Roma”. E, in sintonia di spirito, esaltò l’autore della Gerusalemme nella canzone Ad Angelo Mai e nella operetta morale Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare, una delle più significative e ricche sintesi del suo pensiero.
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