Liana De Luca 
Parini
anno: 2001
pagine: 64
prezzo: € 5,5
ISBN: 88-87492-71-9

SCHEDA DELL'AUTORE
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INTRODUZIONE
 
Già da Alcune poesie di Ripano Eupilino del 1752 Giuseppe Parini dimostra grande interesse per il gentil sesso. Nello pseudonimo, Ripano è anagramma di Parino (il vero patronimico) e Eupilino deriva dall’antico nome Eupili del lago di Pusiano, presso il quale, a Bosisio, Parini era nato in piena Brianza. L’influenza della terra d’origine si palesa, secondo una testimonianza addotta da Filippo Salveraglio, nella preferenza per le donne “aventi forme marcate e le sentimentali”, con uno strano connubio materia/spirito. È ben vero che il tono è spesso moraleggiante e petrarcheggiante, ma in realtà il poeta si sentiva attratto da “i baldanzosi fianchi / de le ardite villane”, che canta nell’ode La salubrità dell’aria e nota con piacere che una ragazza, destinata a farsi monaca, è diventata “una bella pollastrona”. Certo la struttura è ancora ingenua, l’espressione un po’ grezza, ma ben presto nell’ambiente milanese dell’Accademia dei Trasformati la forza inventiva e stilistica si raffina.
L’educazione umana e letteraria di Parini si completa nel periodo trascorso come pedagogo in casa dei duchi Serbelloni, a contatto con la vita aristocratica del tempo, condotta fra le sale fastose dei palazzi, i graziosi salotti delle conversazioni intime, i lieti svaghi della villeggiatura, i costumi preziosi e raffinati, i perfetti cerimoniali. Soprattutto lo incanta e lo soggioga la bellezza suggestiva anche se artefatta delle dame, tanto diversa da quella spontanea ma rustica delle contadine sue conterranee. E se nel Giorno impietosa è la condanna per una società vuota e oziosa sotto gli ameni inganni di una superficiale leggiadria, la denuncia verso le protagoniste femminili è meno pungente, anzi rivela una componente di comprensione e di solidarietà.
“Il grato de le beltà spettacolo” di forme, di atteggiamenti, di abbigliamenti, in un ambiente in cui la funzione del cicisbeo veniva sancita nel contratto matrimoniale, esercitava su Parini un grande fascino, al quale non sapeva, o non voleva, sottrarsi. Diverse donne il poeta amò, ma soprattutto desiderò, quasi sempre senza costrutto, riversando le “dolci cure d’amor”, oltre che nelle odi amorose ad ampio respiro (Il pericolo, Il dono, Il messaggio), in numerosi componimenti poetici e specie nella misura breve del sonetto. È solo frutto di albagia l’affermazione resa in una lettera del 16 gennaio 1776 al collega, abate e poeta, Teodoro Villa: “Voi dovete essere persuaso da tante prove che io ho un’anima che si eleva mille miglia al di sopra di queste coglionerie”.
Con il passare degli anni però più greve divenne per Parini il peso della solitudine. La necessità di un affetto, di una compagna di vita e non solo di letto, trova allora note di struggente malinconia, di dolce nostalgia per un bene solo immaginato, mai conosciuto e posseduto, perfino in certe canzoni per nozze, che, nate di circostanza, acquistano la dolente sincerità di una confessione sfuggita. E di riflesso, nel perseguimento di un linguaggio sempre più fluido e onesto, l’uso della mitologia diviene rarefatto e compare solo come riferimento in esaltazione delle immagini femminili.
Una cifra della poetica di Parini è l’ironia, che raggiunge punte di fin troppo mirato sarcasmo nel Giorno, ma che generalmente si manifesta in considerazioni bonarie e in notazioni comiche. Anche nei testi amorosi ed encomiastici, perfino quando chiede denari per la madre ammalata nel capitolo al canonico Agudio, il poeta non si trattiene dal canzonare gli altri e se stesso. Doveva essere facile alla battuta, al lazzo, al moto di spirito, e gli scherzi per parafuoco e ventole, a volte garbati a volte volgari, gliene offrirono l’occasione che, da sagace lombardo, non si lasciò certo sfuggire.


VITA DI GIUSEPPE PARINI
 
Giuseppe Parini nacque nel 1729 a Bosisio, in Brianza, da una modesta famiglia. Grazie al lascito di una zia poté seguire, senza grandi successi e molta vocazione, le scuole Arcimbolde dei Barnabiti a Milano. Ordinato prete, fece del sacerdozio una professione, che però visse con grande dignità. Iniziò la carriera di insegnante quale precettore nelle case Borromeo, Serbelloni, Imbonati, d’Adda, riuscendo così a inserirsi nella società dell’epoca. Reso noto dalla raccolta di Poesie ispirata all’Arcadia, pubblicata nel 1752 con lo pseudonimo di Ripano Eupilino, fu accolto nel 1753 nell’Accademia dei Trasformati di Milano. La sua fama letteraria è legata soprattutto alle Odi e al poemetto didascalico Il giorno, la più significativa opera italiana di matrice illuminista. In esso l’autore segue per tutta una giornata un “giovin signore” atteggiandosi a pedagogo, ma con lo scopo di smascherare, attraverso gli strali anche pungenti dell’ironia, la fatuità e la vacuità della sua esistenza. Dopo la pubblicazione delle prime due parti, Il mattino (1763) e Il mezzogiorno (1765), gli fu conferita la cattedra di eloquenza nelle Scuole Palatine, divenute poi Ginnasio di Brera, da cui tenne le lezioni di Principi generali di belle lettere applicate alle belle arti. Fervente ammiratore di Napoleone, fu chiamato dai francesi, giunti a Milano nel 1796, a fare parte della nuova municipalità. Ma venne presto esonerato dall’incarico, perché vi trasferiva l’esigenza di alta moralità che aveva informato la sua scrittura, e per le istanze di libertà per il popolo. Morì in ristrettezze finanziarie, come era sempre vissuto, poco dopo il rientro degli austriaci a Milano nel 1799.
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