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Grazia Fassio Surace Grazia Fassio è nata ad Asti, ma ha sempre vissuto a Torino, ove ha studiato, si è sposata, ha educato i due figli e ove attualmente lavora come dirigente di azienda. Con il marito ha esordito con il romanzo scritto a quattro mani Una vita vinta, 1990. Successivamente, sono uscite le raccolte di versi Simpliciter, 1998; Sottovoce, 2000, Acquarelli, 2002 e Bianco e Nero. Estroversi, 2009 e il romanzo Desiderata, 2004. Sue poesie o interventi sono apparsi in differenti occasioni editoriali sia su illustrati ad alta diffusione (edizioni Rizzoli, Condé Nast, etc.) sia su antologie specialistiche di poesia contemporanea (edizioni Lietocollelibri, Pagine, Book, etc.) sia su periodici di cultura (quali Ellin Selae, Tribuna Letteraria, Poeti & Poesia, Talento, Vernice, Specchio della Stampa, Le colline di Pavese etc.) sia su quotidiani (La Stampa). Ha già vinto numerosi premi letterari, tra cui Premio Nuove Lettere 2002 dell’Istituto Italiano Cultura di Napoli, Premio Palazzo Grosso 2002 di Riva di Chieri, Premio Città di Torino 2001 organizzato da Cultura & Società, Premio Penna Autore 1997, 1998 e 2003, Premio Città di Lerici 1994 e Premio Pannunzio 2003. Tra gli altri si sono già interessati alla sua poesia Piera Alloatti, Anna Maria Fabiano, Giuliano Federici, Eloisa Nicotra, Giancarlo Piciarelli, Riccardo Ponti, Giovanni Quirini, Giovanni Reverso, Massimo Scrignoli, Maurizio Cucchi.
Desiderata è stato pubblicato da Montedit, nella collana Le schegge d’oro nel 2004, giunto alla terza ristampa.
Del romanzo Desiderata se ne è parlato su www.club.it/autori/effettivi/e-l/grazia.fassio.surace
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Il romanzo racconta in forma brillante la vita di Desiderata, figlia unica e coccolata di una coppia felice, che conduce una bella esistenza a Torino. Purtroppo, i giorni felici della fanciullezza e dell’adolescenza sono destinati a non durare, perché il padre muore, forse suicida, e lascia in eredità a moglie e figlia una situazione patrimoniale in dissesto. Le due donne, perduta ogni ricchezza, si trasferiscono in una casa popolare, ma Desiderata riesce ugualmente a conseguire la licenza liceale e a trovare un buon lavoro come segretaria personale alle dipendenze di Gianluca, un prestigioso manager, molto efficace non solo negli affari ma anche nell’arte della seduzione, al punto che creerà i primi seri guai a Desiderata. Finita in crusca la storia con il manager, l’avventura breve ed inaspettata con lo studente americano Bob farà conoscere alla giovane donna, sempre più ammirata dagli uomini per la sua signorile bellezza, l’autenticità dell’amore. Ma altre amarezze attendono la giovane, che ora lavora nel settore estero di una media industria, e che ritorna ad invischiarsi in una storia sbagliata con Peppi, un impresario edile violento e maschilista. Frattanto, in Desiderata si è rivelato il vero talento della sua vita, quello di scrittrice, per cui, al termine della nuova delusione d’amore, spurgherà il fiele accumulato per tante umiliazioni subite da Peppi scrivendo quasi di getto un romanzo di quattrocento pagine, che poi riuscirà a pubblicare solo malamente, presso un piccolo editore a pagamento, per metà truffaldino e per metà incapace di valorizzare commercialmente l’opera. Il destino, tuttavia, ha stabilito per Desiderata un appuntamento sia con l’amore sia con il successo letterario, anche se, fino all’ultima pagina, scopriremo il rischio e la precarietà a cui ogni condizione di vita felice è sempre esposta.
La forza di questa nuova prova di narrativa di Grazia Fassio Surace sta tutta nell’incalzare sempre tambureggiante della vicenda che avvince come una favola dei nostri giorni di cui il lettore vuole assolutamente scoprire la conclusione. Raccontata in prima persona dal personaggio interprete, l’avventura di Desiderata non è solo una storia di fantasia realistica ed equilibrata, ma, almeno in parte, diviene anche un esempio di letteratura d’ambiente, di cronaca e di costume, perché sa fornirci un fedele quadro di noi stessi, dei nostri sogni, valori e desideri, nonché giunge ad elaborare una valutazione critica e sociologica delle scelte collettive di un’intera generazione, quella che è stata presa di mezzo dalla rivoluzione dei valori civili e familiari, promossa dal Sessantotto. (Sandro Gros-Pietro, recensione su Vernice 29/30, 2004)
Bianco e nero è stato pubblicato da Montedit nel 2009.
Il titolo Bianco e nero. Estroversi evoca il romanzo Rosso e nero di Stendhal, che rappresenta il binomio della passione e della morte, ma Grazia Fassio chiarisce nella sua nota introduttiva che si intende più propriamente significare la volubilità del caso o delle intenzioni umane, per cui gli opposti sovente si scambiano di segno e di direzione, ciò che ci è sempre apparso diritto ora ci appare rovescio e viceversa, in un enigma di possibilità che creano l’ambiguità delle scelte e l’impossibilità di stabilire alcun valore fermo e aprioristico. L’universo non è più stabile, come pensava Aristotele, ma è in continua modificazione. Ma la modificazione evoluzionistica – almeno nella poesia di questa scrittrice moncalierese e di origine astigiana – mantiene fermo il motore del movimento nell’amore verso la vita, le sue manifestazioni, gli eventi che si succedono, gli amori che nascono o che si spengono come un cero sull’altare dell’esistenza, alla fine della fiamma resta il buio. L’alternanza delle stagioni, le fasi rigeneratrici della luna, l’alternarsi del giorno e della notte, il bisticcio tra gli entusiasmi e la noia esistenziale, le promesse e le delusioni d’amore: Grazia Fassio compone un grande affresco, fatto di tante tessere frammentarie diverse, ma ricomposte in un unico ricettario di buoni consigli per la vita, ed è proprio la ricerca della gioia quella che Fassio propone ai suoi lettori, non tanto sotto il profilo epicureo dei sensi, ma come chiave di volta di comprensione del mondo, di accettazione di ciò che esiste. Se esiste, probabilmente Dio ha inventato il mondo per divertirsi e per divertirsi il mondo deve essere vissuto dalle creature che lo abitano. Deve trattarsi di una gioia cosciente, contraddetta, meditata: una gioia in bianco e nero, ci spiega Fassio, con ironia e con saggezza. Ce lo espone con il suo verseggiare volutamente franto, a versi improvvisamente spezzettati, come fossero il corsivo di un discorso confidenziale, in un linguaggio che si avvicina molto al parlato, ma che brilla di soluzioni lessicali di inopinata ricercatezza e di rara precisione. I frequenti esergo che si trovano al principio di ogni sezione, ci propongono delle letture a specchio, le allusioni e i rimandi, con i poeti più amati dalla poetessa piemontese: ci sono Valduga, Merini, Luzi, Lorca e in modo privilegiato la Dickinson, che prevale come voce egemone e rasserenante. (Sandro Gros-Pietro, notizia critica su Vernice 41, 2009)
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