Ferdinando Banchini 
Brevi incontri e Spigoli
anno: 2009
pagine: 96
prefazione: Marcello Croce
prezzo: € 12
ISBN: 978-88-7414-215-6

SCHEDA DELL'AUTORE
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PREFAZIONE


Questi “brevi incontri” di Ferdinando Banchini, chiosati dall’autore come “prose, tra il lirico e il riflessivo”, si rivolgono a un lettore disposto a condividere un ritmo psicologico mobile e lieve come quello di un fanciullo che in punta di piedi accosti lo sguardo alla parete trasparente di una vasca di pesci esotici.
Lo paragono a un fanciullo perché lo sguardo intenso e acuto di Banchini possiede la gratuità assoluta del contemplativo e insieme l’attitudine a destare nella realtà delle cose l’elemento poetico. Lo scrittore scrive in una prosa ferma, sorvegliata e capace di fermare con minuta pazienza la realtà, indugiando con tenerezza sulle piccole cose di ogni giorno e facendone apparire l’aspetto sorprendente e spesso stupefacente.
È la vita che lo attrae: l’affascinante vissuto di un iridescente mistero quotidiano. A pag. 26 lo scrittore dice di sé d’essere “cacciatore di frodo dell’animo umano”. Dice anche: esercizio della mente.
Il lettore scopre che il vagabondare di Banchini per le strade romane è una disposizione al puro incontrare, come esperienza di vita.
Ma l’“innocenza” di questa attitudine non è affatto un abbandono al semplice piacere di “passeggiare”, poiché in realtà è pervasa di una saggezza estrema, anzi (per stare alla celebre distinzione dell’Etica di Aristotele) di una sapienza. Il filosofo greco attribuiva alla sapienza la caratteristica della pura gratuità della contemplazione.
In effetti questi racconti di vagabondaggi per strada hanno il sapore di un insegnamento. Banchini ci chiama a condividere un’esperienza in cui lo sguardo umano è quello di una creatura inoffensiva che di volta in volta riconosce nelle forme di vita che incontra una solidarietà originaria, a cominciare dai gatti di Roma che abitano case dove una vecchia si abbandona a “un’ora di ritrovata solitudine”.
C’è sempre, dicevo, una tenerezza umana, che investe uomini e cose e nasce da uno sguardo volto a comprendere. Il suo comprendere non ha palesi o celati propositi di possesso, ma nasce da una disposizione umanamente benevola, misericordiosa.
Perché Banchini è scrittore religioso anzitutto nel senso di un ottimismo creaturale, che comprende uomini e gatti e gigli e uccelli del cielo. Questo suo ottimismo non è svagato o superficiale, perché conosce e incontra il dolore.
L’autore ha vivo il senso della misteriosità insita in ogni essere che incontra: ma questo gli accade perché egli sa rilevare “l’incanto” della vita in tutte le sue anche effimere espressioni. Quando “incontra” una ragazza sull’autobus è affascinato dal dono singolare rappresentato da tutto il suo essere. È scoperta di bellezza, certo, l’incanto di questi suoi incontri. Ma bellezza come insorgere di una nostalgia. L’incontro della bella ragazza mette in luce quell’essere “passeggeri” che lascia percepire per pochi attimi qualcosa di inafferrabile, rendendo il giorno vissuto un “esilio aspro”.
Così l’avventura quotidiana di Banchini è segnata profondamente dal senso del limite, e specialmente dal limite temporale. Questo getta un’ombra sull’esperienza della bellezza e avanza l’incertezza del dubbio e del disinganno. Tuttavia niente è più lontano, in questo vagare della mente, dello scetticismo. Infatti è l’incessante mistero presente quello che conta, che strappa la sorpresa e la meraviglia.
Un tale mistero di “esilio aspro” si nasconde, magari sotto volti segnati da delusioni o disperazione, nell’invisibile mondo interiore di ognuno.
Il senso della bellezza dunque non si lascia sedurre semplicemente da una considerazione estetica, che ci “distragga” dall’esperienza temporale di naufragio e dal dolore che le è compagno inseparabile. Il tempo distrugge gli stessi meccanismi che lo misurano (Genesi) e persino il Creatore, alla vista della bontà di ciò che ha creato, ha un dubbio. Questo dubbio di Dio, ci spiega l’autore, in realtà non è altro che la nostra impossibilità di penetrarne il mistero. Nella rievocazione di un viaggio veneziano l’apparizione del cimitero di San Michele gli fa dire che la morte “attira a sé la vita, se ne impregna”.
La morte, là, si concilia con la bellezza. Nella presentazione, l’autore rileva il carattere di “antitesi” e “conciliazione” che è intrinseco alla vita: e questo spiega il destino spirituale dell’uomo: “Ogni sua manifestazione, ogni sua forma e sostanza, possiamo far divenire germe di una maturazione dello spirito”.
Ma nell’intensa pagina breve di Dio ora sa esprime la comprensione che Dio possiede, attraverso l’Incarnazione, della dolorosa condizione umana, una comprensione spinta fino in fondo attraverso la condivisione in Cristo. Banchini ripercorre il cammino della Passione (Ottusità del potere) col senso amaro di contemporaneità che evoca l’immagine della folla: “L’anonima, amorfa, fluttuante, onniplaudente, e aggressiva, base della piramide del potere”.
E allora torna il tema della bellezza con un significato non solo consolatorio ma salvifico. Quella suora solitaria, “minuta… e molto giovane, e anche graziosa”, che bagna i piedi nell’acqua di una marina, il cui volto pare a lui contenere il senso riposto di tutta la sua vita: “un viso delicato e dall’espressione indefinibile. C’era di tutto (o così mi parve) in quegli occhi e su quelle labbra, e tutto nello stesso momento”. Egli prosegue il suo cammino nella sabbia deserta di quel posto di mare, con il mistero di quella suora (“mistero d’umana creatura”) che fa corrispondere quello della bellezza visibile a quello di un’altra bellezza, invisibile, annunciata dal silenzio “sospeso nell’aria, tutto avvolgente, vivo, luminoso”.
È su questo enigma che torna da ultimo il suo meditante vagabondare. L’incanto del mondo, questo mistero di bellezza presente in ogni particella della creazione, è pure intriso della presenza del male. Richiede, e anche annuncia, una redenzione.
E tanta bellezza delle creature è inseparabile dalla loro morte. Cosa resta poi di tutte le esistenze al loro passare, se la stessa memoria che ne abbiamo non dura che pochi attimi? La bellezza non è che un sogno, la realtà un’illusione.
Affiora altissima la stessa meditazione del Leopardi delle Operette. Qui Banchini fa i nomi di due maestri del “pessimismo” del nostro tempo come Pareyson e Montale.
Tuttavia è una volontà affermativa e solare quella che lo scrittore contrapppone al pessimismo. Il presentimento di una inafferrabile unità di tutti gli esseri vissuti nel tempo: “Impercettibili granelli di polvere ci restano depositati addosso”.
Un viaggio in compagnia di Banchini vuol dire dunque ritrovare “l’intatta sostanza delle cose in una chiarità ardente e compatta che tutto confonde e di tutto trionfa”.

Marcello Croce

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